La domanda dei vivi

Basel al Araj, Ma’an news

Basel,

Allah yerhamak. Che la misericordia di Dio scenda sulla tua anima.

Non ci siamo mai conosciuti, ovviamente, quando eri in vita. Ho saputo di te, del tuo pensiero, e del tuo impegno nella lotta per la liberazione della nostra terra solo dopo che sei stato ucciso. Questo ti accomuna con tante altre figure di nostri fratelli e sorelle di cui ho saputo solo quando sono stati imprigionati, quando hanno condotto scioperi della fame, quando sono stati uccisi da bombardamenti e cecchini, quando hanno vissuto vite intere in esilio, sognando le strade, le città vecchie e gli ulivi della Palestina da lontano, come me.

Dopotutto è stata questa la nostra storia negli ultimi 100 anni: resistenza, distanza, nostalgia. Siamo rimasti sulla terra, abbiamo vissuto e siamo morti per lei in vari modi. Oppure ci siamo sparsi per il mondo, in ogni direzione. Abbiamo vissuto dappertutto, come se la violenza con cui siamo stati cacciati via ci avesse scaraventato ovunque, proiettandoci in una dimensione spazio-temporale tutta nostra. Siamo sempre in più luoghi: qui, dovunque ci troviamo fisicamente, e lì, in Palestina; siamo sempre in più tempi: nel presente, in cui il colonizzatore riversa su di noi le sue tecnologie di annientamento, e nel passato, a cui tutto deve sempre collegarsi per avere profondità e significato.

In questa nostra dispersione ci avviciniamo e ci conosciamo nei momenti in cui viviamo le diverse forme di ingiustizia ed oppressione riservate a ciascuna tipologia di palestinese.
Siamo con Gaza quando il colonizzatore scatena la sua potenza militare su questa striscia di terra in cui hanno vissuto e sono passati così tanti popoli e civiltà. Impariamo i nomi dei suoi bambini uccisi sulla spiaggia mentre giocavano a calcio, raccontiamo le storie della sua gente che continua a desiderare la vita, la libertà e la dignità, vivendo in una prigione a cielo aperto senza mai accettare la condizione della prigionia. Ma non ci è dato di vedere Gaza.

Siamo con AlKhalil, con Jenin, con il Naqab, con i palestinesi nei campi profughi, con i ragazzi e le ragazze uccisi per strada. Siamo con i prigionieri, con gli attivisti, con le madri, i padri, i bambini, gli esiliati, gli intellettuali, con i sognatori… come te. Ma non ci è dato essere assieme. Siamo con…, ma non siamo mai fisicamente assieme.
È il destino del nostro popolo questa frammentazione?

Lo so che a te non interessa più rispondere a queste domande, le hai lasciate a noi, i vivi. Siamo noi a doverle perseguire. So anche, però, che la tua ultima frase1 era una provocazione. Tu la risposta alle tue domande l’hai già trovata. Tu hai posto, innanzitutto, delle domande. Le domande sono come delle chiavi, aprono delle possibilità.

Forse siamo più capaci di porre le domande giuste quando ci troviamo davanti all’ingiustizia senza filtri… Questa è una cosa a cui ho pensato quando ho letto, quest’anno, i pensieri di Antonio Gramsci in carcere, raccolti nei suoi Quaderni. Chissà se l’hai letto Gramsci, Basel? Secondo me devi aver avuto familiarità con le sue idee, perché penso che le tue risposte e le sue siano molto simili, prima fra tutte quella sul ruolo dell’intellettuale.

Gramsci ha conosciuto la sconfitta e la difficoltà, la povertà, la prigione e l’oppressione. La sua domanda principale riguardava come agire nel mondo per uscire dalla subalternità e realizzare un ordine nuovo, un essere umano nuovo. Io l’ho trovata molto simile alla nostra domanda come palestinesi, e alla domanda, in generale, dei dannati della Terra: Come possiamo liberarci dalle forme di oppressione che premono su di noi e ci spingono ai margini della Storia?

Questa è la domanda degli oppressi, dei rivoluzionari e degli intellettuali. Io penso tu ti trovassi nell’intersezione di queste tre figure, e per questo la tua morte si è trasformata in una rappresentazione della condizione di tutte quelle persone che si rispecchiano in esse, e che si pongono la stessa domanda.

La risposta la conosciamo, io penso. La possiamo svelare “conoscendo noi stessi” e la nostra storia, come sostenevi anche tu: la storia della colonizzazione che ci viene imposta da un secolo (prima inglese e poi israeliana), la storia dei sopprusi e quella dei motivi della nostra oppressione, su scala regionale e globale, e la storia dei rapporti di potere che hanno trasformato la nostra lotta per la liberazione in sottomissione e collaborazione con il colonizzatore. Poi, questa consapevolezza la dobbiamo trasformare in azione, unendoci nonostante le distanze fisiche imposteci, i poteri politici ed economici, rivendicando la nostra liberazione da chi ci opprime e da chi dichiara di parlare a nome nostro.

Lo sai, Basel, che nella commemorazione del 40° giorno da quando sei stato strappato via al tuo popolo in lotta, nella Giornata dei Prigionieri Palestinesi, è questa la domanda che tanti palestinesi vogliono porre al mondo, quella su cui si vuole costruire l’azione?

#EndCoordination

Migliaia di palestinesi in giro per il mondo si uniranno, anche se virtualmente per ora, per chiedere la fine del coordinamento della sicurezza tra l’ANP e Israele.
Migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e in quelle dell’ANP dichiareranno uno sciopero della fame per rivendicare la fine di questo coordinamento, la fine della prigionia politica, delle condizioni crudeli e disumane subite nelle prigioni, la fine della colonizzazione e dell’oppressione in Palestina.

Ci poniamo le stesse domande che ti sei posto anche tu, e che si pongono gli oppressi della Terra, siamo pronti a perseguirle, e ad affidarle a chi verrà dopo di noi.

Riposa in una Palestina libera, fratello.

 

#EndCoordination

Sorella, ci sono lacrime nella mia gola,
e fuoco nei miei occhi:
sono libero.
Non manifesterò più alle Porte del Sultano.
Tutti coloro che sono morti, tutti coloro che moriranno alla Porta del Giorno
mi hanno abbracciato, e hanno fatto di me un’arma.

– Diario di una ferita palestinese – Mahmoud Darwish


1
Ora cammino incontro alla mia morte predestinata, soddisfatto di aver trovato le risposte alle mie domande. Che stupido sono! Cosa c’è di più chiaro ed eloquente del gesto di un martire? Avrei dovuto scrivere tutto ciò molti mesi fa, ma quello che mi ha trattenuto è che questa domanda è per voi vivi, e perché dovrei rispondere io per voi? Cercate voi stessi le risposte e noi, ormai abitanti delle tombe, possiamo solo cercare la misericordia divina”.

*No copyright infringement intended. I do not own the pictures attached to this article.

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2 comments on “La domanda dei vivi

  1. narindia says:

    Raccontare il dramma palestinese attraverso il racconto narrativo aiuta a comprendere meglio ciò che vive la gente come noi e ad essere loro più vicini e sensibili. Tamara hai un dono fantastico!
    Continua a farne tesoro.
    Grazie per questo estratto!

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