Ritorno

Costellazioni. Mappe di immagini temporali.

Walter Benjamin le riteneva una chiave di apertura per la domanda sulla giustizia nel presente, un punto di inizio, un lampo nel cielo del contemporaneo, che ci permette di essere altrove per un attimo, di vedere qualcun altro, qualcos’altro, un altro momento che comunica con il presente che stiamo vivendo, e che svela all’improvviso una verità sulla nostra condizione. Quella che le nostre parole continuano ad avvolgere in mille modi, a proporre e riproporre in migliaia di articolazioni differenti. Una verità chiara, evidente, ma si ha la sensazione di non riuscire mai a presentarla pienamente.

Migliaia di persone che marciano lungo il confine orientale della Striscia di Gaza, verso le ombre di villaggi che galleggiano nel verde abbandonato, o che riempiono l’aria di qualche colonia o città. Verso le case raccontate loro per 70 anni nei campi profughi di Gaza e dell’identità.

Palestina passato e presente.

Mentre cammini, fratello, che vai incontro al cecchino che ti osserva nel suo mirino, appollaiato dietro una trincea, armato fino ai denti, e convinto del fatto che sei un fantasma, che non esisti, che sei stato inventato… mentre cammini, l’hai vista la tua nonna che procede nella direzione opposta, verso di te?

Tiene in testa un fagotto in cui ha messo le poche cose che riesce a portare via con sé, ma è convinta che farà presto ritorno a casa. Tiene la chiave appesa e stretta al seno, sotto l’abito palestinese ricamato, su cui ha raccontato tutte le storie e i desideri della sua età.

Ti viene incontro, nel marzo del 1948, e ha le lacrime agli occhi per la preoccupazione. Tu hai le lacrime in gola per la disperazione.
Sono 70 anni che sogni la libertà. 70 anni che il tuo campo profughi interroga un attimo del presente dopo l’altro: cos’è l’essere umano?

Tua nonna cammina verso la Striscia di Gaza, tra una folla di donne, anziani e bambini che si chiedono se rivedranno mai chi hanno lasciato dietro di loro a tentare di proteggere la casa, l’ulivo e il villaggio. Vengono verso il mare. Qui rimarranno bloccati, rinchiusi in case di latta e sotto tetti di zinco, sulla spiaggia di Gaza, nel campo profughi di Al-Shati’. Con lo sguardo per sempre fisso sul mare. Ma non possono pescare, né nuotare, né viaggiare, né volare via di qua, da questo mondo che non riconosce la loro umanità.

Da qualche altra parte, da un villaggio lungo la costa del Mediterraneo, altre famiglie si spostano per protezione. Salutano il mare con uno sguardo affrettato, le chiavi di casa strette in mano, come in quei saluti che dai alle persone care quando non sai ancora che non le rivedrai più, i saluti che ti spezzano il cuore quando ci ripensi su.

Cammini, fratello che vai incontro al cecchino che combatte contro i suoi fantasmi. Ora la vedi tua nonna, e la tua mamma da bambina, e il nonno di tua madre che cammina, piegato sul bastone, e il neonato in fasce che piange per la fame. Migliaia che camminano verso di voi, e voi camminate verso di loro. Noi siamo lì con voi, in questo momento di ritrovo.

Non temere, procedi. Gli ulivi che amava tuo nonno salutano gli aranceti che profumano il mare. E le colline, le valli, e i deserti non ti possono dimenticare.

Risvegliati su una terra fatta di nuvole e ansiosa di amare.

Palestina.

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