“I Was Born In Gaza” – ” ولدت في غزة”

— Arabic/English —

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“ولدت في غزة”

“ولدت في غزة
ولدت لأكون حزينا
ولدت لان أكون شجاعا
ولدت لان أحيا
ولدت لان أموت
عاصرت عدة حروب
رأيت القتل والدمار والجوع والحرمان
رأيت طفل يصرخ
رأيت أم تبكي
رأيت أبا يصرخ
فقدت أحبابي
فقدت أصدقائي
ولكن لم افقد الأمل
استيقظ كل يوم على صوت الموت
أشاهد الموت والمسه
ولكن لست خائفا منه
فقد أصبح الموت ممل…فكثر الحديث عن الشيء ممل
مازلت أعيش في غزة
ومازالت الحرب مستمرة
اتضح لي إن الحب يولد هنا
وان الحب هنا أجمل
حيث شاهدت امرأة تقبل رأس زوجها وهو ميت
فتاة تقبل قدم خطيبها لتوقف نزيفه
وفتاة ترفض أن يخطف الموت حبيبها فتدعو له كل يوم
إذا الحب هنا أجمل
وهنا يولد
و اتضح لي أن الموت هنا بشع
وقذر وخائن
حيث ينام الناس بسلام ثم يخطفهم الموت وهم نيام
كل شارع في غزة ذاق جرم الظالمين
لم اعد ابكي
لأني أصبحت اقوي من الحزن
وأصبح الحزن ضعيفا أمامي
استيقظ كل صباح
لأغسل ألامي بالصلاة
واشرب قهوتي
التي تزيد من آلام الشوق ووجع الفراق
انظر على حال مدينتي
حزين على سمائها
متألم على أرضها
باكيا على جمالها
ولا أريد رثائها
ما زال قلبي يحن إلى الهدوء
وما زلت أتوجع من الحرب
وأريدها أن تتركني فانا لا أحبها
ولا أحب السياسة
مللت من الحزن
مللت من الوجع
أريد أن ارسم الابتسامة على جبين وطني
قلبي يبكي على مدينتي
فلو للألم لسان لاشتكي من وجع شعبي
ولو للحزن اعين لأغمضها
لماذا يقتلون مدينتي
لماذا يذبحونها
لماذا يهجرونها
لماذا ييتمون مدينتي
في مدينتي … تحتفظ الجبال بدموع الأمهات
تحتضن الأرض أقدام أم تصرخ على رحيل ابنها
متى سيبتسم الصباح لمدينتي
متى سيحمي الليل مدينتي
يبكي الألم
يصرخ الحزن
لم يعد قلبي يتحمل
كل هذا الحزن
كل هذه البشاعة
عيوني تبكي على موت أبناء وطني
الحزن هنا لا ينتهي
هنا ولدت وهنا بقيت وهنا سابقي”

“I Was Born in Gaza”

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” I Was Born in Gaza”

“I was born in Gaza
I was born here to be sad, heartrending, and heartbreaking
I was born here to be brave, fearless, and daring
I was born here to stay here forever
I was born here to die here
I have experienced many wars
I saw many awful, careful, dreadful, woeful, painful ,and fearful scenes
I heard a child’s screaming calling for a help  for dead mother to wake up
I saw a mother has been praying for God to heal her wounded son
I heard a father’s screaming of the ugliness of pain
I lost my lovers
I lost my friends
But, I did not lose hope , optimism, braveness, confidence and patience
I wake up every day by the sound of death
I watched death and I touched it
So, I’m not afraid from death
Death has become dull, boring, tiresome, tedious, monotonous, and stodgy
I still live in Gaza
And the war continues
But, I’m not scared
Because terror, fear, horror, and panic are weaker than me
I’m fighting for my rights
I’m not fighting for pleasure
I discovered that love was born here
Also it grew up here
It flourished here
And it has been titivated here
And in this city I found the most beautiful kinds of love
In this city, I saw a wife kisses her husband’s head
While he is dead
A girl kissing her fiancé’s  legs to stop the bleeding
A girl prays for God to save her lover from death
So, Gaza is the birthplace of love
This city taught me the actual meaning of braveness and strength
In this place, death kidnaps people while they are sleeping peacefully
Every street in Gaza tasted the nastiness, meanness, brutality ,and cruelty of oppression
Every corner in every street portrayed the pain of massacres in our memories
I wont cry anymore
I wont be sad
I’m stronger than depression, hopelessness, wretchedness, and despair
I was born here to shine as a lightening star in a bleak sky
Grief becomes weak in front of my soul
It can’t invade my soul
Warplanes, Battleships,  and Artillery  can’t challenge my passion and ebullience to dream.
I wake up every morning to refresh my soul by praying
In addition to drink my cup of coffee to increase the pain of longing ,parting, departure and loss of memories
Then I take a look at the saddest city on earth
And I’m crying over its suffering
And I’m still anguishing too
No one could wipe here painful tears which injured her heart
My heart longs for calmness ,safety, and soreness
I don’t like wars
No one like wars
I do not like politics
Silence is calling me
Calmness is missing me
I’m so tired because of grief
I’m sapped due to this painful war
I want to draw a smile on the brow of my city
My heart is crying over this city
Please, don’t kill my city
Don’t burn its greenness
Don’t destroy it
In this city , mountains cry due to the patience of the Palestinian woman
In this city, sands kiss the tears of the Palestinian mothers
When morning will smile to this city
When night will protect this city
Pain cries over this city
Sadness screams over the death of innocent civilians
My heart can’t bear this pain anymore
My eyes crying over the death of my compatriots
Grief does not end here
I was born here
And I will still here
Along with I will stay here forever”

– Mohammed Abdel-Latif Moussa.

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“My name is Mohammed Abdel-Latif Moussa. I’m studying English Literature. I live in Gaza for 21 years. I’m a writer, poet, and translator. I dreamed to share the beauty and sorrow of my country with every one. Actually, I aimed to beautify the image of the Palestinian youth in the eyes of this world or reflect the realistic image of the Palestinian youth.”

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Vorrei essere una candela nell’oscurità / I wish I was a candle in the darkness

– Scroll down for the ENGLISH version –

Italian version:
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L’anno scorso, come oggi, si svolgeva l’operazione “Colonna di Fumo/Nuvole”, poi ridefinita “Colonna di Difesa”, lanciata da Israele sulla Striscia di Gaza con l’intenzione di perseguire i ‘terroristi’ che lanciavano razzi sulle città Israeliane al di là del confine che segrega gli abitanti di Gaza e li separa dall’odierna Israele.
I cosidetti ‘terroristi’ preferiscono chiamarsi ‘resistenti’, e sulla loro strategia si potrebbe discutere a lungo.
Non voglio addentrarmi approfonditamente in questo discorso, ma faccio una semplice riflessione riguardo al concetto di resistenza, in tutte le sue forme.
Resistere è un istinto naturale negli esseri umani. Chiedere a qualcuno di non resistere significa eliminare la sua dignità di essere umano. Equivale a chiedergli di arrendersi, di perdere la speranza.
Ma se si perde la speranza, questo bellissimo dono al genere umano, come si fa ad andare avanti?
Potremmo dire allora che resistere equivale ad ‘affermare la propria esistenza davanti a qualcuno che cerca di annullarti in ogni modo possibile’.
Davanti a qualcuno che tenta di farti sentire meno che umano, che ti etichetta come ‘terrorista’ per il semplice fatto di essere Palestinese, che tenta di cancellare la tua memoria cancellando i tratti geografici della tua terra, ripetendo come un mantra l’affermazione che il tuo popolo non è mai esistito effettivamente, che il tuo deserto era vuoto quando Israele l’ha fatto fiorire raccogliendo fragole e pomodorini, che fare?
Se ti arrendi e fai sì con la testa non puoi resistere, né più esistere, per 65 anni, e i tuoi figli dimenticheranno la verità.
Bello. Ti sei annullato/a da te.
E allora si resiste, attraverso l’arte, la danza, la cucina, la poesia, il boicottaggio, l’informazione, lo studio, la diplomazia dove ci sta e la resistenza armata dove serve.

Ad ogni modo, torniamo all’anno sorso a Gaza.
Sta di fatto che nei giorni dell’operazione, Israele colpì di tutto e di più nella Striscia di Gaza, uccidendo più di 190 persone e ferendone più di 1500.
Tutto il mondo volse subito gli occhi verso il sangue che scorreva tra due popoli il cui conflitto è sempre un tema acceso sulla bocca di tutti. Tutti ascoltarono bene il suono delle bombe israeliane, degli urli delle madri Palestinesi, dei pianti degli uomini che correvano in ospedale portando in braccio i loro bambini feriti, e dei silenzi di questi quando i loro occhioni si svuotavano e le loro vite di paura trovavano la fine prematuramente.
I giornalisti “migliori” avevano il compito grave di informare il mondo di quello che stava succedendo, ma ben al sicuro, fuori dalla Striscia, fuori dalle zone del pericolo, fuori dalla massa indistinta di 1.7 milioni di persone sulle quali potevano piovere bombe a volontà.
E sopratutto, con le adeguate distorsioni dei fatti dettate dalle linee dei canali per cui riferivano, e con ridimensionamenti necessari per un pubblico che non ha mai sperimentato le atrocità di una guerra.
Numeri di morti e feriti: le notizie adatte a chi debba sapere solo in superficie e continuare la sua vita… senza affrontare l’idea di un conflitto così iniquo ed ingiusto.
Pochi non accettarono di andarsene e vollero restare con i Palestinesi di Gaza, sotto lo stesso cielo e sotto le stesse bombe, e tentarono in tutti i modi di riferire quello che stava succedendo al resto del mondo, ma si possono contare sulle dita di una mano, forse.
Il ruolo più importante però lo giocarono i giovani di Gaza, la differenza la fece quel popolo sul quale si stava scagliando la quarta potenza militare al mondo.
Quella gente senza armi, che non aveva che la propria voce ed il proprio coraggio, raccontò dettaglio per dettaglio e secondo per secondo quello che stava accadendo, e non si lasciò azzittire né dalla paura, né dal dolore, né dal suono assordante delle bombe.
Come era stato nel periodo dell’operazione “Piombo Fuso” del 2008, ho provato un grande rispetto per la popolazione di Gaza, e una forte solidarietà.
Mi sono innamorata a tale punto di questa gente che dopo l’operazione del 2008 ho persino scritto un racconto di ben 300 pagine nel tentativo di raccontare a me stessa la vita quotidiana dei miei fratelli e sorelle nella Striscia.
Ovvio che all’età di 16-17 anni, senza aver mai visitato la Striscia e senza conoscere nessuno di quelle parti, finii col dipingere un quadro del mio stupore di fronte alla situazione di estrema ingiustizia cui era soggetta la gente di Gaza invece che il quadro di una vita che non avevo mai vissuto, e l’immagine del coraggio e della forza di questo popolo aveva a tratti il volto di una ragazzina che non riusciva ad immaginare come e dove trovare la forza di andare avanti in una situazione simile a quella vissuta nella Striscia.

Tornando a noi dopo l’operazione del 2012 invece fui più fortunata. Non ero ancora mai stata a Gaza, ma Gaza venne a trovare me.
Nell’Aprile del 2013 un gruppo di ragazzi e ragazze di Gaza impegnati in diversi ambiti, dall’arte al giornalismo, al parkour, allo studio della filosofia, vennero in Italia con il “Vik Gaza to Italy Convoy”, un convoglio organizzato dalla famiglia di Vittorio Arrigoni per portare i ragazzi di Gaza in diverse città italiane a raccontare la loro vita nella Striscia attraverso quello che facevano, e per riunirsi infine nella città di Vittorio per ricordarlo assieme alla sua famiglia, agli attivisti e a tutti coloro che fanno proprio il motto “Restiamo Umani”.
Quando un gruppo dei ragazzi e delle ragazze vennero a Padova, mi fu chiesto di fare da traduttrice dall’arabo all’italiano e viceversa, e fu così che ebbi l’opportunità di vedere, almeno da lontano, Gaza.
Ricordo che mentre andavo alla stazione dei treni per accogliere i primi di loro sentivo l’emozione di chi va a conoscere degli eroi o delle star.
E quando li incontrai e trascorsi con loro quel paio di giornate, capii che lo erano veramente, nella loro capacità di discutere criticamente, di raccontare la loro storia, nella loro simpatia e capacità di ridere, nella loro forza d’animo mentre mi raccontavano le storie delle loro famiglie, e nelle loro lacrime di fronte alle immagini di un documentario che raccontava l’operazione Piombo Fuso.
Mi si strinse forte il cuore mentre lo guardavamo.
Una di loro, la dolcissima e simpaticissima Amjad, sussultava quando vedeva le immagini, e man mano che il documentario si avvicinava a raccontare quello che era successo nella sua zona, nel suo quartiere, la sentivo farsi sempre più tesa, finché non arrivarono le immagini di una strada che lei percorreva tutti i giorni, di una casa a lei ben nota, e lacrime di dolore, dignità, coraggio e umanità le rigarono il volto.
Poi se le asciugò, e quando, dopo il film, fui incaricata dagli organizzatori italiani di scusarmi con il gruppo per il film e il dolore dei ricordi che doveva aver provocato in loro, lei e gli altri mi dissero che no, non c’era affatto bisogno di scusarsi. Quella era la loro storia, era la loro vita. Ricordarla faceva loro male, ma quel dolore era necessario per andare avanti.

Oggi penso a Gaza, e mi sembra molto più familiare di un tempo, in parte grazie all’incontro con quei favolosi ragazzi e ragazze del convoglio, e un po’ per il mio continuo aggiornarmi su quello che accade lì.
Ed è grazie a questi costanti aggiornamenti che so che oggi Gaza è senza elettricità, le acque delle fognature riempiono le strade, mancano le medicine e l’acqua pulita, gli studenti che hanno borse di studio per studiare
all’estero le perdono perché impossibilitati ad uscire dal valico di Rafah, o partono dopo tantissime difficoltà.
La Striscia oggi è cinta da un doppio assedio, Israeliano ed Egiziano, che soffoca la sua gente lentamente, e fa perdere la speranza a molti, che mandano le loro parole anonime attraverso i social media per raccontare lo
sconforto e il disagio di vivere in una prigione a cielo aperto non dichiarata, senza aver commesso alcun crimine, per il semplice fatto di essere Palestinesi.
Una settimana fa, Israele ha colpito Khan Yunis, i suoi carri armati entrano ed escono dai confini con la Striscia quando vogliono, i suoi aerei volano minacciosi sopra le vite della gente di Gaza, che chiama il mondo, che
chiede aiuto.
Ma improvvisamente non c’è più nessuno ad ascoltare quelle voci che un anno fa come oggi tutti sentivano. Nessuno è interessato a contare i morti uno ad uno, nessuno vuole pensare ad una morte lenta.
E’ relativamente facile riferire ed assorbire la notizia di un centinaio di morti.. perché restano un numero. Non sapremo mai la storia di ognuno di loro.
Accogliere le notizie di una morte alla volta ci obbliga invece a guardare in faccia alla realtà, ci costringe ad accorgerci che se n’è appena andata una persona che aveva una famiglia e degli affetti, un sorriso e delle lacrime.
E allora è meglio far finta di niente… come sempre.
Ce ne occuperemo quando verrà il tempo, vero? Sì, è sempre così.
Per chi invece non voglia aspettare finché arrivi questo fatidico ‘tempo’, raccontiamo quello che sta succedendo a Gaza oggi e che non crea notizia.
Raccontiamo quello che è successo a Gaza l’anno scorso e che viene dimenticato.
Pensiamo agli altri… Poi pensiamo a noi stessi, come diceva Darwish, e diciamo “Vorrei essere una candela nell’oscurità”.

English version:
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Last year, like today, operation “Pillar of Cloud”, renamed “Pillar of Defense” after a while, was taking place in Gaza, launched by Israel on the
14th November with the intention of striking the ‘terrorists’ who launched rockets towards Israeli cities beyond the border which segregates the Gazans and separates them from Israel.
The so-called ‘terrorists’ prefer to call themselves ‘resistance’.
Regarding their strategy one could debate for long.
But I will not enter this issue now.
I want to make a brief reflection on the concept of resistance, in all of its shapes.
To resist is a natural instinct. To ask someone not to resist means to cancel his/her dignity as a human being. It’s like asking
someone to give up, to lose hope.
But if one loses hope, this beautiful gift to humanity, how can he go on?
We could assert then that resisting means “affirming one’s existence in front of someone who tries to cancel you in any possible way’.
What do you do if someone tries to make you feel less than human, labels you as a ‘terrorist’ only for being Palestinian, tries to cancel your memory by cancelling the geographical traits of your land, constantly repeating that your people didn’t ever exist actually, and that your desert was without a people when Israel made it bloom by growing and collecting strawberries and tomatoes?
Well, if you surrender and nod to that, you can not resist nor exist for 65 years, and your children will eventually forget the truth. Way to go. You cancelled yourself on your own.
So you resist, through art, dancing, cooking, poetry, boycott, informing people about what happens, studying, diplomacy where it can be applied and armed resistance where it is needed.

Anyway, let’s go back to last year.
Israel heavily attacked the Gaza Strip during that operation, killing more than 190 people and injuring more than 1500.
The whole world immediately turned its eyes to the blood that ran between two peoples whose conflict is always a hot topic to discuss about, everyone listened attentively to the sound of the israeli bombs, to the cries of Palestinian mothers, to the weeping of fathers carrying their injured children to the hospitals, and to the silence of the children once life left prematurely their big eyes.
The “best” journalists had the harsh task to inform the world of what was happening.. but while staying in a safe place, outside the Strip, away fom the danger zones, away from the 1.7 milion indistinct mass of people on which as many bombs as possible could fall.
And most importantly, news were given with the adequate distortions of facts, dictated by the channels for which the journalists reported, and with modifications which were necessary for a public which had never experienced the atrocities of war.
Numbers of the dead and injured: these were the adequate news for who needs to be kept on the surface of facts.. so that he/she can then go back to his/her life… without having to face the idea of the injustice and inequality of this conflict.
Very few did not accept to leave the Palestinians and Gaza, and preferred to stay under the same sky and under the same bombs, trying to report to the people outside as much as they could about what was happening.
But those can be counted on the fingers of one hand, perhaps.
The major role was played by the Gazan youth though, by the ordinary people who were being subject to the rage of the fourth strongest military power in the world.
Those people without arms, who only had their voices and their courage, reported in detail, 24/7, what was happening, and they did not accept to be silenced by the pain, the fear, or the boom of the deafening bombs.
As for operation Cast Lead in 2008, I felt very deep respect for the people of Gaza and much solidarity.
In 2009, after Cast Lead, I admired this people so much I wrote a 300-pages story in the attempt of explaining to myself the daily life of my brothers and sisters in the Strip.
Clearly, at the age of 16-17, without having ever been to the Strip and and without knowing anyone from there, I ended up depicting my surprise and astonishment regarding the extremely unjust situation the people of Gaza were subject to instead of an image of a life I had never lived. The courage and the power of this people had, at some points, the face and traits of a girl who could not imagine how and where to find the way to go on in a situation like the one lived by the Gazans.

Anyway, after the 2012 operation instead, I was luckier. I hadn’t been to Gaza yet, but Gaza came to me.
In April 2013 a group of youths from Gaza, active in the fields of art, journalism, parkour and the study of philosophy, came to Italy with the “Vik Gaza to Italy Convoy”, organized by the family of Vittorio Arrigoni with the aim to take the group around the italian cities so its components could tell about their lives in Gaza through their art and work.
At the end of their visit to Italy, they all reunited in the city of Vittorio to remember him, with his family, friends, activists and all those who made theirs two simple words, “Stay Human”.
When some of them came to Padoua, I was asked to help with the translation from arabic to italian and vice versa, and that was how I had the opportunity to see a piece of Gaza.
I remember that while I was going to the train station to meet them, I felt the excitement of someone going to meet a hero or a star.
And when I met them and spent those couple of days with them, I understood they were truly special: as they discussed critically with the italians about some major points of the Palestinian cause, told their story, laughed and made me laugh, told me details of their families and lives with a smile, and when they watched a documentary about operation Cast Lead with silent tears running down their faces.
My heart was filled with grief and worry while we watched the documentary.
One of them, the sweet and funny Amjad, sitting next to me, startled when she saw the images, and as the narrating voice got closer and closer to telling what had happened in her area of the Strip, in her neighborhood, I could feel she was worried.
When the camera showed a street she walked everyday and the house of someone she knew, tears went down her face revealing her pain, dignity, courage and humanity.
Then she dried her tears, and when I was asked by the Italian organizers of the event to apologize to the group for showing images which caused them to painfully remember Cast Lead, the girls and boys told me there was no need to apologize.
This was their story, this was their life. Remembering those events was painful, but it was also necessary to move on.

Today I think of Gaza, and it seems much more familiar to me than it was some time ago. That is partially due to having met those wonderful boys and girls who participated in the convoy, and partially because I constantly try to keep updated on what happens in Gaza through the social media.
That is why I know Gaza today has no electricity, the sewage runs down the streets, there are no medicines, very little or no clean water, students who have scolarships to study abroad lose their opportunities to tavel or leave after a lot of difficulties because they can not cross the Rafah border.
The Gaza Strip is under a double seige (by both Israel and Egypt) that slowly smothers its inhabitants and takes away the hopes and dreams of many, who send their anonymous words through social media to tell the world about the discouragement they feel while living in a non-declared open-air prison, without having committed any crime, but simply because they are Palestinian.
Last week, Israel attacked Khan Younis, its tanks cross the borders with the Strip whenever they want, its F16s menacingly hover over the daily lives of the Gazans, who call the world, who ask for help.
But suddenly, there is nobody who wants to listen anymore to those voices which at this time last year everybody heard.
No one is interested in counting the dead one by one, no one wants to think of a slow death.
It’s relatively easier to give and get the news of a hundred dead.. because that stays a number. We will never know the story of each and every one of them.
Receiving the news of one death at a time obliges us instead to look at reality, it obliges us to be aware of the fact that one person who had a family, loved ones, a smile and tears, has just left.
It’s easier to pretend that nothing’s happening… as always.
We’ll think of this when the time comes, right? Of course, as always.
For those who do not want to wait till this ‘time’ comes, let us tell the world what’s happening in Gaza today and is not considered big news.
Let us tell what happened in Gaza last year and is forgotten.
Let us think of others… then think of ourselves, as Darwish said, and say “I wish I was a candle in the darkness”.