Sono di lì, sono di qui* – I am from there, I am from here*

Figlia di Ziad Abu Ein, ministro palestinese ucciso durante una protesta pacifica nel Dicembre 2014. "Siamo venuti per piantare ulivi"

“Siamo venuti per piantare ulivi”. Figlia di Ziad Abu Ein, ministro palestinese ucciso durante una (protesta pacifica nel Dicembre 2014. “

(English version follows Italian – “I am from there, I am from here*”)

Qualche tempo fa, tentando di elaborare un pensiero sul significato dell’ulivo in Palestina, ero giunta alla conclusione che uno dei suoi tratti più interessanti fosse il fatto che sapesse unire ed avvicinare due mondi che vengono spesso costretti a stare in due categorie monolitiche e rigide definite come contrapposte tra di loro, l’“Oriente”, e l’“Occidente”.
L’ulivo sembrava chiudere la distanza tra questi due mondi, che in realtà sono estremamente variegati e complessi, e ricordare ai popoli che li compongono l’umanità dell’altro, riconducendoli ad un senso di empatia e di solidarietà.

La mia convinzione dell’inutilità di queste etichette si è sicuramente consolidata nel tempo. L’“Oriente” e l’“Occidente”, nella mia esperienza di vita personale, interagiscono e si arricchiscono a vicenda. Vivere tra i mondi è una ricchezza che si impara ad apprezzare crescendo, e una volta che la si riconosce ci si accorge di non poterne più fare a meno. Non si sa più vivere solo qui o solo lì.

Ci possono essere momenti in cui si desidera essere solo di qui o solo di lì, perché forzare la linea che il discorso predominante continua ad imporre tra queste realtà eterogenee a volte richiede uno sforzo significativo. Quella linea può non essere importante per il singolo individuo, ma lo è ancora per altri con cui interagisce. Eppure, nonostante la difficoltà di certi sforzi, ci sono tanti momenti in cui essere di qui e di lì si dimostra per l’esperienza arricchente e stimolante che è.

Forse, a questo punto, sarebbe necessario tracciare una differenza tra le rappresentazioni personali che ciascuno di noi può avere di questi due mondi e quelle imposte, invece, dal discorso pubblico. Effettivamente, chi di noi non vede la necessaria contrapposizione totale tra queste entità nella loro interezza, raggiunge questa posizione perché non vede elementi assolutamente inconciliabili ed incapaci di convivere tra di loro nei due mondi. Più precisamente, si scorge ancora, inevitabilmente, la diversità – che non può essere eliminata o ignorata – ma questo non porta per forza al conflitto violento. La diversità è di per sé il valore centrale di questa esperienza.

In particolare, adottare questa prospettiva ci permette di fare un’osservazione molto interessante sul concetto stesso di “conflitto”. Quando si parla di questa categoria, tendiamo tutti, o per la maggior parte, a pensare subito a qualcosa di violento e di distruttivo, qualcosa da evitare ed eliminare in modo assoluto, perché lo rappresentiamo come qualcosa che si esprime nei termini di un processo che conduce all’annullamento della controparte. Ci dimentichiamo invece del fatto che il termine stesso non indica necessariamente la violenza, la guerra, o la distruzione dell’altro, ma più precisamente un’interazione sociale in cui si rileva l’esistenza di un’incompatibilità tra idee, prospettive o scopi tra i soggetti che vi partecipano.

Il conflitto, per questo, è molto più comune nelle nostre vite quotidiane di quanto riconosciamo, ed è dato semplicemente dal fatto che esistono sempre modi diversi di intendere una determinata questione, modi che dipendono dal punto dal quale la stiamo osservando. Nessuno di noi è detentore assoluto della verità e della giustizia, perché nessuno di noi è perfetto e onnisciente. Tutti però vediamo degli scorci che dipendono dall’angolo dal quale stiamo osservando queste due linee guida. Con questo, ovviamente, non sto facendo il discorso dei relativisti. Sto semplicemente dicendo che la molteplicità dei punti di vista è inevitabile nell’esperienza umana.

La diversità, infatti, è la caratteristica più esplicita e universalmente comune ai 7 miliardi di esseri umani che vivono su questo pianeta. Non solo sono diversi i popoli tra di loro, ma ogni singolo individuo è diverso dall’altro. Nessuno è identico a nessun altro.
Questo significa che ci sarà sempre qualcosa su cui non si concorderà perfettamente, ma è proprio nel momento del conflitto che le parti si mettono in gioco, e cambiano di conseguenza in un modo o nell’altro, si modificano, o decidono anche di non farlo affatto. Ma decidono. Sono attive. Fanno un scelta.
Il momento del conflitto è il momento della crescita e del cambiamento proprio quando non va a coincidere con la violenza distruttiva fine a se stessa, che ne è l’opposto.
Il momento del conflitto rende più evidente e visibile ciò che ci tocca più nel profondo, e proprio per questo, in un certo senso, ci avvicina, perché ci fa conoscere a vicenda più in profondità.

Questo ragionamento mi permette di fare una distinzione importante tra “conflitto” e “scontro”. Quest’ultimo è piuttosto la categoria in cui non possono esserci il momento della crescita e quello della decisione consapevole e attiva. Lo scontro rimanda ad un’idea di distruzione inevitabile, a un movimento incapace di arrestarsi e destinato a farlo solo con l’urto violento con qualcos’altro, che rimane altro, estraneo, e non si conosce meglio in nessuno dei momenti dello scontro.

Comprendere questa distinzione mi sembra molto importante, e penso anche chiarisca bene la differenza tra una prospettiva che insiste sulla categorizzazione di “Oriente” e “Occidente” (e in generale delle culture) come entità incompatibili e chiuse, propria infatti della teoria dello “scontro di civiltà”, e quella che invece smonta questi concetti e li apre, per esaminarli nella loro complessità e ricchezza e rendere possibile l’interazione tra idee, valori e visioni del mondo, accettando anche la possibilità che ci sia conflitto su alcuni temi. Questa interazione può avere esiti molteplici e diversi tra loro, ma, in ognuno degli esiti, permette l’azione degli individui portatori di queste varie visioni del mondo, li rende partecipi dell’incontro con il diverso, dà loro voce e una possibilità di crescita e arricchimento reciproco, un modo di vedere veramente con altri occhi la propria realtà e quella altrui.

La prospettiva opposta invece relega gli individui ciascuno al proprio mondo, e propone rappresentazioni dell’altro preconcette e decise dall’alto. È un processo esclusivo, che limita le angolazioni da cui guardare alla giustizia e alla verità, rendendo l’empatia umana più selettiva e soprattutto più dipendente dagli interessi di chi propone la rappresentazione dell’altro di turno.

Ero partita dall’ulivo, e tento di tornare infine alla sua ombra. Quest’albero mi sta proprio simpatico. Oltre ad essere simbolo di sumud (“resistenza”) e di convivenza, per me simboleggia la continuità nel tempo, e la determinazione che ci vuole per continuare a crescere.


“He says: I am from there, I am from here,
but I am neither there nor here.
I have two names which meet and part…
I have two languages, but I have long forgotten
which is the language of my dreams.
I have an English language, for writing,
with yielding phrases,
and a language in which Heaven and
Jerusalem converse, with a silver cadence,
but it does not yield to my imagination.

What about identity? I asked.
He said: It’s self-defense…
Identity is the child of birth, but
at the end, it’s self-invention, and not
an inheritance of the past. I am multiple…
Within me an ever new exterior. And 
I belong to the question of the victim. Were I not 
from there, I would have trained my heart
to nurture there deers of metaphor…
So carry your homeland wherever you go, and be
a narcissist if need be/
The outside world is exile,
exile is the world inside.
And what are you between the two?”

Edward Said and Mahmoud Darwish

Edward Said and Mahmoud Darwish

— Mahmoud Darwish, “A Contrapuntal Reading”

*Un verso del poeta palestinese Mahmoud Darwish in “A Contrapuntal Reading”, il suo addio a Edward Said.

English:

Some time ago, I reflected upon the meaning of olive trees in Palestine, and while thinking about their importance and relevance in this context, I reached the conclusion that one of the most interesting characteristics of this beautiful tree was that it managed to bring together, under its shade, two worlds which are compelled to stay in two separate, monolithic and rigid categories opposed to one another, the ‘Orient’ and the ‘Occident’ (West). Olive trees seemed to close the distance between these two worlds, which are actually extremely diverse and complex, and remind their peoples about the other‘s humanity, about empathy and solidarity.

By time, I have grown more and more convinced of the fact that these labels are useless. The ‘Orient’ and the ‘West’, in my personal experience, interact and enrich one another. Living between worlds is a gift one learns to appreciate while growing up, but once it is acknowledged, it becomes irrevocable. You are no longer able to live only here or only there.

There may be times when you wish you were only from here, or only from there, because forcing the line that the hegemonic discourse continues to impose between these diverse worlds often requires a significant effort. This line may not be important or relevant to an individual, but it still is crucial for many others in society. Nonetheless, no matter how hard it may seem at some points, there are also many occasions in which being from here and from there is extremely and clearly stimulating.

At this stage, it is useful to make a distinction between two different ways of representing these two worlds: the first may be our personal understanding of these realities, while on the other hand we have the narrative proposed by the public discourse. Those of us who do not see a necessary, total and complete contrast between the two ‘entities’ often reach this kind of conclusion because they do not see different worldviews as being absolutely incompatible and incapable of living together and interacting with each other. This doesn’t mean diversity is not acknowledged – ignoring it is actually hard a thing to do and it does not serve the point we’re trying to make here – but the recognition of diversity does not inevitably lead to violent conflict. Diversity is, per se, the main value of this experience.

This perspective, importantly, allows us to make a consideration regarding the concept of ‘conflict’ before moving on to the next step. When we speak about this category, we often tend to think about something that is violent and destructive, something that we certainly need to eliminate completely, because we represent it as a process that can only be (and is) manifested and lived in this kind of terms. And we forget, at the same time, that the word itself (‘conflict’) does not necessarily indicate violence, war, or the destruction of the other. It rather refers, more specifically, to a social interaction in which those involved have different ideas, perspectives, and aims that do not comply with one another.

This means conflict is much more common in our daily lives than what we’d think and admit, and this is simply due to the fact that there are always different ways of understanding and dealing with a certain question, depending on the viewpoint from which we are observing the case in point. None of us are absolute holders of truth and justice, because none of us are perfect and omniscient. We all can see, though, a glimpse of these two principles from where we are standing in our pursuit of them. By saying this, I am not being relativist, I am simply pointing out that the multiplicity of points of view is inevitable in the human experience.

‘Diversity’ is, after all, the most explicit and universal characteristic, common to all 7 billion people living on this planet. Not only are peoples different, but every single individual is different from the other. No one is identical to any other human being.
This means that there always will be something we do not agree upon, but it is exactly when we are in conflict upon an issue that we engage in proving ourselves and our ideas to others. This actually causes a change in us in some way or another, because we live the condition of making choices and interacting with something that is outside of our identity and therefore challenges us. Parties of a conflict may decide to change, or even not to, but even in the case they choose the latter option they are active, because they actually make a choice.

The moment of conflict is the moment of change and growth when it does not correspond to destructive violence that is considered as an end in itself. This violence is the exact opposite of the notion of conflict we are analyzing.
The moment of conflict we are considering is that in which the things that affect us most profoundly are made most evident and visible, making us sometimes more vulnerable. But it is precisely in this situation that we are allowed to know each other one step further, because we are let in on the red lines and limits that each of us holds as references of his or her being.

This reasoning allows me to make a distinction between the notions of ‘conflict’ and ‘clash’. The latter is the category in which the phases of growth and conscious and active decision making have no space at all. A clash gives the impression of something that is headed inevitably towards annihilation, of a movement incapable of stopping and destined to do so only when hitting violently against something which remains other, alien, and which we are not able to understand any better in any of the moments of the clash.

Outlining this difference seems really crucial and important to me. I think it makes it much more clear to many of us that there are fundamental differences between a perspective that insists on the categorization of entities such as ‘Orient’, ‘Occident’ (‘West’) – and in general of cultures – as incompatible and uncommunicative realities, and another one which deconstructs these concepts and cracks them open in order to examine their complexities and richness, allowing the interaction of ideas, values and worldviews while accepting that there well may be conflict upon certain issues.

The dialogue between these elements may have different outcomes, but in any such it empowers individuals who hold these views and ideas. These individuals become the main agents and actors of the encounter with the other, they speak for themselves, they are not voiceless, and they can fully live the possibility of being enriched, of growing up and changing as a result of this encounter, which gives them the opportunity to see with other eyes their own reality and different ones.

The opposite perspective instead relegates each individual to his own world alone, and gives representations of the other which are already decided and dictated from above. It’s an exclusive process which limits the angles from which to look at justice and truth, designing human empathy to be more selective and especially more dependent on the interests of those who are spreading the official representation of a certain other.

I started from an olive tree, and I try to end up at its shade again. I really like this tree. Not only does it represent ‘sumud’ (‘resistance’) and peace, but it also symbolizes continuity in time, and the determination that is needed in order to keep on growing up.


He says: I am from there, I am from here,
but I am neither there nor here.

I have two names which meet and part…
I have two languages, but I have long forgotten
which is the language of my dreams.
I have an English language, for writing,
with yielding phrases,
and a language in which Heaven and
Jerusalem converse, with a silver cadence, 
but it does not yield to my imagination.

What about identity? I asked.
He said: It’s self-defence…
Identity is the child of birth, but
at the end, it’s self-invention, and not
an inheritance of the past. I am multiple…
Within me an ever new exterior. And 
I belong to the question of the victim. Were I not 
from there, I would have trained my heart
to nurture there deers of metaphor…
So carry your homeland wherever you go, and be
a narcissist if need be/
The outside world is exile,
exile is the world inside.
And what are you between the two?”

Mahmoud Darwish, “A Contrapuntal Reading”

*A verse from a poem by Mahmoud Darwish, “A Contrapuntal Reading”, his farewell to Edward Said.

Una narratrice

Ada Lonni.  - Martin Ivo Photograph

Ada Lonni.
– Martin Ivo Photograph

Quando sono entrata in aula all’inizio di Ottobre, prima lezione di “Storia contemporanea del Mediterraneo”, non sapevo di essere sul punto di incontrare e conoscere una di quelle persone speciali che non si incontrano spesso nella vita, quelle che ti ispirano coraggio e determinazione, e che ti cambiano un po’, perché ti fanno riflettere su come perseguire con coerenza ed intelligenza le tue aspirazioni.

Queste persone non hanno dimenticato il vero significato dell’umanità in un’epoca in cui tutto è frenetico e superficiale. Un giorno incontrano un’idea, una causa, un mondo diverso, ascoltano una canzone, o si lasciano toccare il cuore dal suono affascinante di una lingua che non sanno parlare, e si innamorano.

La professoressa Lonni era una di queste persone. Si era innamorata sinceramente della Palestina, di quell’amore che rende coraggiosi ed ostinati, quello che ci spinge a conoscere fino in fondo il soggetto del nostro amore, nei suoi dettagli più piccoli ma estremamente significativi. Senza quelle piccole cose, dopotutto, l’amato non sarebbe lo stesso. Sapeva esprimere e descrivere questo sentimento con bellezza ed ironia: i caffè arabi nelle movimentate città palestinesi, i carovanserragli, le mura di Gerusalemme, i viaggiatori mascherati, i hakawati (“narratori”, “cantori di storie”) che narrano le gesta dei califfi e degli eroi.

Non so se sapesse di assomigliare molto a queste figure che tanto ammirava.
Quando ne parlava le brillavano gli occhi. È bello ascoltare un professore che spiega con passione. Ci sono momenti, durante le lezioni, in cui si tocca un tema particolare, e vedi quella luce illuminare il volto dell’insegnante. Ecco la passione che l’ha spinto/a a dedicare la vita a studiare quel particolare. Lo ama così tanto che sa trasmetterti precisamente quale, tra i tanti, è l’aspetto che trova, dopo anni ed anni di insegnamento, ancora così affascinante, così intellettualmente stimolante.
In quel momento ti dona qualcosa di prezioso, e se riesci a conservare un pezzettino di quella passione e a trattenere quella domanda che il tuo insegnante ha deciso di porre al mondo, forse riuscirai a portare avanti, assieme alla tua domanda, anche la sua.

La professoressa Ada Lonni era così. Sedeva sulla cattedra, le gambe sottili accavallate ed incrociate, la figura affusolata, rifiutandosi di usare il microfono nonostante la grandezza dell’aula e la sua voce delicata. Ci invitava piuttosto ad avvicinarci, a sedere in prima fila, per ascoltarla meglio. Ci offriva un cioccolatino.
Poi cominciava. Il suo era un racconto lungo centinaia di anni.
Un paio di fogli in mano, per leggerci con divertimento del viaggio del pellegrino di Bordeaux, degli articoli sul comportamento da tenere per i pellegrini in Terra Santa di Felix Fabri, degli orientalisti affascinati e straniti dagli abiti degli “orientali”, per raccontarci di Chateaubriand che chiedeva che fosse messa una targhetta con il suo nome nei pressi delle piramidi pur non avendole visitate. Non aveva avuto tempo, ma la gente doveva pensare che ci fosse stato…

Ci raccontava di come lei avrebbe voluto viaggiare mascherata, come Burckhard, Burton e Aly Bey, per poter vedere la Mecca, per poter entrare nel Haram, per poter conoscere la gente da vicino, senza intermediari.
È così che ha conosciuto la Palestina. Non se l’è fatta raccontare da nessuno che non la amasse quanto la sua gente. L’ha conosciuta facendoci amicizia, andandole incontro a braccia aperte, e venendo accolta tra le braccia dei palestinesi.

Era una hakawati, una viaggiatrice curiosa e coraggiosa, insaziabile di conoscenza, umana. Vedeva nell’altro il riflesso della propria umanità, e riusciva per questo a vivere l’empatia come una spinta propulsiva per il cambiamento, per la critica e per la lotta contro l’ingiustizia.

Gerusalemme

Gerusalemme

Chiacchierando durante la pausa che ci dava a metà lezione, un giorno, abbiamo condiviso un pensiero che mi tengo nel cuore come suo ricordo. Eravamo entrambe d’accordo sul fatto che la lotta per la libertà e la giustizia in Palestina si dovesse articolare e svolgere anche sul piano culturale. Lì le aspirazioni palestinesi rimanevano coerenti, autentiche, e venivano espresse al meglio. Le cose non sono complicate, il conflitto non dura da così tanto tempo perché alla gente piace semplicemente fare la guerra, le parti in causa non sono irrazionali.
Non si può pretendere di trattare la questione mettendo sullo stesso piano attori che hanno responsabilità diverse e che hanno agito in modi differenti tra di loro.
“Diciamo che le cose sono complicate quando non abbiamo il coraggio di dire come stanno veramente” mi ha detto un’altra volta. Aveva proprio ragione. Diciamo che sono complicate quando non abbiamo il coraggio di affermare con onestà e senza paura che sono ingiuste, che devono essere cambiate, che noi abbiamo una responsabilità e un ruolo nel modificarle.
Queste sue convinzioni l’avevano portata a fare qualcosa di concreto per sostenere la resistenza culturale palestinese tramite la campagna “Palestina raccontata” e nel suo costante impegno per far conoscere alla gente la storia palestinese.

Sono grata di averla conosciuta, come insegnante e come persona.
Ada Lonni è stata proprio uno di quegli individui stupendi che si lasciano guidare nella vita dal loro senso di giustizia e dalla loro passione, quelli che sanno essere coerenti e che sanno dedicarsi pienamente a ciò in cui credono.
Dirle addio è doloroso.
Ora invece restano le parole che ha scritto, e quelle che ci ha detto a lezione, e il ricordo di questa esperienza. Rimane la memoria di una donna forte, di un’insegnante vicina ai suoi studenti, e di molti altri aspetti di lei che ognuna delle persone che l’hanno conosciuta conserva nel proprio cuore.

La ringrazio, da lei ho imparato tanto.

“I Was Born In Gaza” – ” ولدت في غزة”

— Arabic/English —

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“ولدت في غزة”

“ولدت في غزة
ولدت لأكون حزينا
ولدت لان أكون شجاعا
ولدت لان أحيا
ولدت لان أموت
عاصرت عدة حروب
رأيت القتل والدمار والجوع والحرمان
رأيت طفل يصرخ
رأيت أم تبكي
رأيت أبا يصرخ
فقدت أحبابي
فقدت أصدقائي
ولكن لم افقد الأمل
استيقظ كل يوم على صوت الموت
أشاهد الموت والمسه
ولكن لست خائفا منه
فقد أصبح الموت ممل…فكثر الحديث عن الشيء ممل
مازلت أعيش في غزة
ومازالت الحرب مستمرة
اتضح لي إن الحب يولد هنا
وان الحب هنا أجمل
حيث شاهدت امرأة تقبل رأس زوجها وهو ميت
فتاة تقبل قدم خطيبها لتوقف نزيفه
وفتاة ترفض أن يخطف الموت حبيبها فتدعو له كل يوم
إذا الحب هنا أجمل
وهنا يولد
و اتضح لي أن الموت هنا بشع
وقذر وخائن
حيث ينام الناس بسلام ثم يخطفهم الموت وهم نيام
كل شارع في غزة ذاق جرم الظالمين
لم اعد ابكي
لأني أصبحت اقوي من الحزن
وأصبح الحزن ضعيفا أمامي
استيقظ كل صباح
لأغسل ألامي بالصلاة
واشرب قهوتي
التي تزيد من آلام الشوق ووجع الفراق
انظر على حال مدينتي
حزين على سمائها
متألم على أرضها
باكيا على جمالها
ولا أريد رثائها
ما زال قلبي يحن إلى الهدوء
وما زلت أتوجع من الحرب
وأريدها أن تتركني فانا لا أحبها
ولا أحب السياسة
مللت من الحزن
مللت من الوجع
أريد أن ارسم الابتسامة على جبين وطني
قلبي يبكي على مدينتي
فلو للألم لسان لاشتكي من وجع شعبي
ولو للحزن اعين لأغمضها
لماذا يقتلون مدينتي
لماذا يذبحونها
لماذا يهجرونها
لماذا ييتمون مدينتي
في مدينتي … تحتفظ الجبال بدموع الأمهات
تحتضن الأرض أقدام أم تصرخ على رحيل ابنها
متى سيبتسم الصباح لمدينتي
متى سيحمي الليل مدينتي
يبكي الألم
يصرخ الحزن
لم يعد قلبي يتحمل
كل هذا الحزن
كل هذه البشاعة
عيوني تبكي على موت أبناء وطني
الحزن هنا لا ينتهي
هنا ولدت وهنا بقيت وهنا سابقي”

“I Was Born in Gaza”

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” I Was Born in Gaza”

“I was born in Gaza
I was born here to be sad, heartrending, and heartbreaking
I was born here to be brave, fearless, and daring
I was born here to stay here forever
I was born here to die here
I have experienced many wars
I saw many awful, careful, dreadful, woeful, painful ,and fearful scenes
I heard a child’s screaming calling for a help  for dead mother to wake up
I saw a mother has been praying for God to heal her wounded son
I heard a father’s screaming of the ugliness of pain
I lost my lovers
I lost my friends
But, I did not lose hope , optimism, braveness, confidence and patience
I wake up every day by the sound of death
I watched death and I touched it
So, I’m not afraid from death
Death has become dull, boring, tiresome, tedious, monotonous, and stodgy
I still live in Gaza
And the war continues
But, I’m not scared
Because terror, fear, horror, and panic are weaker than me
I’m fighting for my rights
I’m not fighting for pleasure
I discovered that love was born here
Also it grew up here
It flourished here
And it has been titivated here
And in this city I found the most beautiful kinds of love
In this city, I saw a wife kisses her husband’s head
While he is dead
A girl kissing her fiancé’s  legs to stop the bleeding
A girl prays for God to save her lover from death
So, Gaza is the birthplace of love
This city taught me the actual meaning of braveness and strength
In this place, death kidnaps people while they are sleeping peacefully
Every street in Gaza tasted the nastiness, meanness, brutality ,and cruelty of oppression
Every corner in every street portrayed the pain of massacres in our memories
I wont cry anymore
I wont be sad
I’m stronger than depression, hopelessness, wretchedness, and despair
I was born here to shine as a lightening star in a bleak sky
Grief becomes weak in front of my soul
It can’t invade my soul
Warplanes, Battleships,  and Artillery  can’t challenge my passion and ebullience to dream.
I wake up every morning to refresh my soul by praying
In addition to drink my cup of coffee to increase the pain of longing ,parting, departure and loss of memories
Then I take a look at the saddest city on earth
And I’m crying over its suffering
And I’m still anguishing too
No one could wipe here painful tears which injured her heart
My heart longs for calmness ,safety, and soreness
I don’t like wars
No one like wars
I do not like politics
Silence is calling me
Calmness is missing me
I’m so tired because of grief
I’m sapped due to this painful war
I want to draw a smile on the brow of my city
My heart is crying over this city
Please, don’t kill my city
Don’t burn its greenness
Don’t destroy it
In this city , mountains cry due to the patience of the Palestinian woman
In this city, sands kiss the tears of the Palestinian mothers
When morning will smile to this city
When night will protect this city
Pain cries over this city
Sadness screams over the death of innocent civilians
My heart can’t bear this pain anymore
My eyes crying over the death of my compatriots
Grief does not end here
I was born here
And I will still here
Along with I will stay here forever”

– Mohammed Abdel-Latif Moussa.

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“My name is Mohammed Abdel-Latif Moussa. I’m studying English Literature. I live in Gaza for 21 years. I’m a writer, poet, and translator. I dreamed to share the beauty and sorrow of my country with every one. Actually, I aimed to beautify the image of the Palestinian youth in the eyes of this world or reflect the realistic image of the Palestinian youth.”

Ci vuole coraggio / It takes courage

— Scroll down for English version —

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Quando penso alla Palestina e alla sua storia, rimango sempre un po’ senza fiato per il primo istante.
Provo quello che si sente quando si guarda qualcosa di estremamente bello e di doloroso al contempo, qualcosa di bello nel pieno della sua sofferenza. Ma la bellezza che vedo non è mai debole e vittima, non è mai indifesa e distrutta. È una bellezza splendente nella sua semplicità, e nel modo in cui mi strugge l’anima e mi spreme il cuore per tirarne fuori un nuovo pezzo di umanità.
La bellezza che mi riempe l’anima quando ascolto la musica del oud, quando leggo di un amore giovane che lotta contro l’occupazione o di uno che è sopravvissuto nonostante i muri di segregazione che si innalzano tra gli amanti, la bellezza che vedo in una dabka vivace e colorita che disegna un sorriso sulle labbra di chi la balla, mi fa pensare a cosa spinga questo popolo a continuare a lottare. Cosa gli da la forza di non arrendersi mai?
Non c’è dolore abbastanza grande da distruggere la speranza nella pace e nella libertà degli abitanti di questa terra straziata.

Nelle macerie di ogni nuova guerra che scuote di nuovo come un terremoto il terreno che ha appena smesso di tremare, nell’ombra di ogni nuovo insediamento, di ogni arresto e tortura, e di ogni famiglia squarciata, c’è un misto di emozioni e di divenire continuo ed ininterrotto di idee, pensieri ed epifanie che spingono questo popolo a creare sempre nuovi modi di esprimere la sua voglia di vivere felicemente e al contempo il suo esser pronto a morire per conquistare la giustizia e la libertà.
Questo è un miscuglio doloroso e dal sapore forte, forse troppo, per i gusti del mondo di oggi. Incute riverenza nel mio cuore e mi fa pensare al significato del coraggio. Come si declinano la vita e la morte assieme?
Il coraggio tinge tutti gli aspetti della vita di un/a Palestinese.
Per continuare a vivere quando la libertà sembra lontana ci vuole coraggio, per realizzare la giustizia e per credere in essa, ci vuole coraggio; e per continuare a sperare, per crescere, per amare…. ci vuole coraggio.

Il punto su cui voglio tentare di gettare luce oggi, quello su cui vorrei concentrarmi, è il linguaggio migliore da adottare per esprimere quello che 65 anni di lotta per l’autodeterminazione e per la libertà significano.
Mi è capitato di pensare a questa questione quando ho letto un passaggio del grande Edward Said in cui discuteva del modo più efficace in cui il popolo Palestinese possa lottare per la giustizia.
Sappiamo tutti che sul piano delle armi e delle capacità belliche non ci sono paragoni tra gli attori coinvolti. Da una parte la quarta potenza militare al mondo, sostenuta dalla prima, e dall’altra un popolo a cui è stato simbolicamente riconosciuto uno stato solo l’anno scorso (uno stato frammentato e senza alcuna delle caratteristiche di uno stato moderno, e cioè la sovranità effettiva su un territorio definito e delimitato).
Quando l’anno scorso ho studiato in diritto internazionale le caratteristiche che definiscono uno stato, all’inizio mi sono trovata in uno stato di negazione.
Se queste sono le caratteristiche di uno stato, quello che resta della Palestina oggi, quello che ne rimane tra le migliaia di insediamenti e quello che ne è divenuto sul piano politico a causa delle divisioni tra fazioni Palestinesi, non è e non potrà mai essere uno stato! pensavo.
E mentre questa scoperta si consolidava nella mia mente, ho anche capito che il diritto internazionale sta ormai cercando di superare da tempo gli stati nazionali.

Ma non voglio dilungarmi oltre nelle questioni di politica.
Le cose vengono sempre raccontate in modo del tutto diverso da come stanno in politica.
Quello su cui voglio invece riflettere è il linguaggio da usare di cui parlava Said.
Said affermava, come dicevo prima, che sul piano materiale ci sono squilibri insormontabili, e che dunque, il piano su cui lavorare deve essere un altro, quello ideale.
Non nel senso del piano dove si disegnano ideali irraggiungibili, ma piuttosto su quello in cui si comunicano e si scambiano le idee.
Sono sempre più convinta ormai che per agire in direzione della giustizia serva un lavoro preliminare di pensiero e di riflessione e che questo debba essere legato al piano pratico.
Solo quando capisco cos’è giusto e dove sta la verità posso agire per realizzare giustizia e verità, ed è solo mettendo in discussione le mie azioni che posso capire dove queste due cose stanno.
Se dovessi disegnare questo processo, mi basterebbe tracciare un cerchio.

Non voglio più divagare! Arriviamo al dunque.
Said sosteneva che il popolo Palestinese deve concentrarsi sulla comunicazione al resto del mondo della propria lotta per la libertà e contro l’occupazione.
Deve dimostrare al mondo che la sua è una lotta di resistenza, ed emanciparsi così dalle rappresentazioni errate che la propaganda del nemico ed i media occidentali ne hanno fatto.
Basti pensare ad Hollywood e al modo in cui per decenni sono stati rappresentati i Palestinesi, cioè come terroristi pazzi e scatenati.
Solo recentemente hanno cominciato ad emergere film come Omar (bellissimo, vi consiglio di guardarlo!) candidato agli Oscar quest’anno, o Five Broken Cameras, che ne ha vinto uno l’anno scorso.
Questi film (e molti altri) si riprendono finalmente la parola e il diritto di esprimersi con la propria voce, e raccontano la Palestina com’è realmente.
Facendo questo, raccontando al mondo la propria lotta e la propria speranza di libertà, il popolo Palestinese si riscatta, rivendica la propria esistenza e la propria storia.
Dimostra la propria dignità ed integrità, ed espone finalmente l’ingiustizia e la brutalità dell’occupazione che sta subendo da 65 anni.
E mentre si esprime con le metafore ed espone quella bellezza struggente che nasce nelle quotidiane conquiste di sopravvivenza di ogni Palestinese, riporta agli occhi di tutti la propria umanità, e ci ricorda che siamo fratelli e sorelle, e che non possiamo chiudere gli occhi e far finta che al mondo non ci siano ingiustizie né oppressi.

Edward Said, Marcel Khalife, and Mahmoud Darwish.

Edward Said, Marcel Khalife, and Mahmoud Darwish.

Quando leggo la parole di Mahmoud Darwish, Ghassan Kanafani, Elias Khoury, Tamim e Mourid Barghouti, Edward Said, e tanti altri scrittori e poeti Palestinesi, quando ascolto la musica della dabka o una canzone che descrive Falasteen, quando una signora Palestinese che ha visto il farsi della storia mi narra i suoi ricordi, e nel momento in cui vengo a conoscenza dei sentimenti e di quello che pensa un qualsiasi Palestinese, mi lascio travolgere dalla bellezza struggente e dolorosa della lotta per la libertà, e lascio che mi avvolga, e spero di esserne espressione anch’io.
E quando la gente indossa la Kuffiyyah (Kefiah) in solidarietà con noi in giro per il mondo, mi sento orgogliosa e speranzosa, perché scopro che dopotutto, nonostante le divisioni politiche e le sconfitte storiche, questo popolo sta comunicando al mondo la sua storia, e dall’altra parte, questo mondo ascolta, e si unisce alla sua lotta morale e lo affianca nel pretendere giustizia.
Questo mondo è ancora umano.


“In quel che resta dell’alba, cammino verso il mio involucro esterno

In quel che resta della notte, ascolto il rumore dei passi rimbombare al mio interno
Saluto chi come me insegue
L’ebrezza della luce, lo splendore di questa farfalla,
Nell’oscurità di questo tunnel.”

– Mahmoud Darwish, “Stato d’assedio”.


“Il più crudele grado di esilio è l’invisibilità. È non poter raccontare la propria storia per sé. Noi, popolo Palestinese, veniamo raccontati dai nostri nemici, nella loro presenza e la nostra assenza. Ci etichettano come li aggrada. Alla parte più debole in qualsiasi conflitto è permesso gridare, lamentarsi, piangere, ma mai le è permesso di raccontare la propria storia…. In questo senso, l’intero popolo Palestinese è in esilio attraverso l’assenza della propria storia.”

– Mourid Barghouti, poeta Palestinese.

— ENGLISH VERSION —

Palestinian Dabke

Palestinian Dabke

When I think of Palestine and its history, I always feel a bit speechless at the beginning.
I get the feelings one has when you’re looking at something breathtakingly beautiful and painful at the same time, something beautiful in the midst of its suffering.
But the beauty I see is never weak and powerless, it’s never helpless and broken.
It’s a bright beauty in its simplicity, and in the way it squeezes my heart to give birth to a new piece of humanity.
The beauty that fills my soul when I listen to the oud’s music, read of a young love struggling against occupation or of one that has survived despite all the segregation walls built between the lovers; the beauty I see in a colorful and vivid dabka that draws a smile on the faces of those dancing, makes me think of what helps this people to carry on the struggle. What gives it the strength to never give up?
There is no pain big enough to destroy the hope for peace and freedom of the people living on this tormented piece of land.

In the rubble of every new war that shakes a land that has just stopped trembling, in the shadows of every new settlement, of every detention and torture, of every family torn apart, there’s a mixture of feelings and a continuous and unstoppable development of ideas, thoughts and epiphanies that pushes this people to create time and again new ways of expressing two things at once: the wish to live happily, and the readiness to die in the attempt of achieving justice and freedom.
It’s a painful mix, with a heavy-bodied flavor, one that is too strong for our world today.
It instils my heart with reverence and it makes me think of the meaning of courage. How can life and death be thought of together, side by side?
Courage colors all aspects of the daily life of a Palestinian.
It takes courage to keep on living when freedom seems to be so far away; it takes courage to achieve justice and to keep on believing it is possible; it takes courage to hope, to grow… and to love.

What I want to discuss today and focus on is the best language to use in order to express what 65 years of struggle for self-determination and freedom mean.
I was appealed to think of this when I read a passage of the great Edward Said in which he discussed the most effective way in which the Palestinian people can fight for justice.
We all know that on the material and military level, the stake-holders are in no way comparable.
On one side we have the fourth strongest military power of the world, supported by the first, and on the other we have a people who have been recognized a symbolic state (that has none of the characteristics of a modern state: actual sovereignty over a defined territory) only last year.
When I studied the definition of ‘national state’ in the “International Law” course I went through a phase of denial at first.
If these are the characteristics of a state, then what is left of Palestine today, between thousands of illegal settlements and because of the political divisions between the Palestinian factions, is not and will never be a state, I thought.
And while this awareness slowly got consolidated I also realized that international law has already been trying to overcome the national states from quite some time now.

But I don’t want to talk further about politics here. Things are always said in a way that’s different than how they truly are in politics.
What I want to ponder upon is the language to use that Said talked about.
Said pointed out that on the material level there’s a total lack of balance, and as a consequence, the level to work on is the ideal one.
Ideal not as in idealistic and perfect, not as a level of idealistic objectives that can never come true, but rather as the level on which to communicate and exchange ideas.
Day by day, I become more and more convinced that in order to act towards the achievement of justice we need to develop first a serious and conscious work on the theoretical level, and that we need then to connect it to the practical one.
It’s only after I figure out what justice is and where truth lies that I can act in a way that can truly be directed to these two principles.
And it’s only by continuously questioning my actions that I can understand where they are to be found.
If I had to draw this process, a simple circle would explain it very well.

But let’s get to the point I’m trying to make!
Said affirmed that the Palestinian people need to concentrate on communicating to the rest of the world their struggle for freedom and against occupation.
This people needs to show the world that its struggle is a resistance one, and by doing this it can finally emancipate from the fallacious representations made by its enemy and by the western media.
Just think of Hollywood and of the way it has depicted the Palestinians for decades… they’ve been always shown to the audiences as crazy and wild terrorists.
Movies like Omar, which has been nominated to the Oscars this year, or “5 Broken Cameras” which has won one last year, are only very recent. (Omar is a great movie, by the away, you need to watch it!)
These films (and many others) finally reclaim the Palestinian voice and the right to tell the Palestinian story by its people as it really is.
As they tell their story, the Palestinian people redeem their right to speak and to exist.
They show the world their dignity and integrity, and they finally expose the injustice and brutality of the occupation they have been fighting against for 65 years.
As they express with metaphors the heart rending beauty of daily conquests of survival and affirmation of any Palestinian, they reclaim their humanity and remind us that we are all brothers and sisters.
We can not close our eyes and pretend there are not injustices or oppressed people in this world.

tumblr_mm7do9VM461rua5pgo1_500When I read the words of Mahmoud Darwish, Ghassan Kanafani, Elias Khoury, Tamim and Mourid Barghouti, Edward Said, and many many other Palestinian poets and authors; when I listen to the music of Dabka or to a song that describes Falasteen; when a Palestinian lady whose eyes have seen the happening of history tells about her memories; and when I learn about the feelings and thoughts of any Palestinian, I let the painful beauty of the struggle for freedom overwhelm me and envelope me. Then I hope I am an expression of it too.
And when people from all over the world wear the Kuffiyyah in solidarity with our people, I allow myself to feel proud and hopeful, because I discover that after all, in spite of the political divisons and the historical defeats, this people is communicating its story to the world.
This world, on the other hand, is listening, and uniting with it in its moral struggle and demanding justice by its side.
This world is still human.

“And in the remains of the dawn, I walk toward my exterior
And in the remains of night, I hear the sound of footsteps inside me.
Greetings to the one who shares with me an attention to
The drunkenness of light, the light of the butterfly, in the
Blackness of this tunnel!”

– Mahmoud Darwish, “State of Siege”

“The cruelest degree of exile is invisibility, being forbidden to tell one’s story for oneself. We, the Palestinian people, are narrated by our enemies, in keeping with their presence and our absence. They label us as it suits them. The weaker party in any conflict is allowed to scream, allowed to complain, allowed to weep, but never allowed to tell his own story… In this sense, the entire Palestinian people is exiled through the absence of its story.”

– Palestinian poet Mourid Barghouti