Si chiama Sumud

Forse è vero che non possiamo comprendere pienamente la dimensione della nostra umanità senza aver prima conosciuto la sofferenza. Forse non possiamo veramente dire di aver intuito che cos’è, molto in fondo, ciò che ci rende umani, senza aver prima compreso il significato del dolore.
L’umanità non è forse senso di incompletezza, bisogno degli altri esseri umani?
Una costante necessità di raccontarci, spiegarci, interpretarci, dirci l’un l’altro chi siamo e chi vogliamo diventare, di condividere le nostre visioni sul senso della vita e sul vivere comune.

Siamo relazione, e viviamo forse più intensamente e più consciamente l’incontro con gli altri proprio quando facciamo esperienza della sofferenza.
Non voglio fare, con questo, del romanticismo. Non pensiamo mai che il dolore sia bello finché ci stiamo dentro e cerchiamo di liberarcene. Proveremo sempre ad uscirne, lotteremo sempre per allontanarlo da noi, intraprenderemo esperienze e viaggi, interiori ed esteriori, spirituali e fisici, per poter porre fine alle forme di sofferenza che viviamo.
Le nostre capacità di liberarcene, tuttavia, dipenderanno fortemente da fattori molto più forti di noi, dalla possibilità di accedere a risorse che ci vengono negate o concesse, da poteri politici, sociali ed economici che determinano fortemente i rapporti in cui viviamo con gli altri.

È qui, nell’intersezione di questi poteri e degli effetti che producono sulle nostre esperienze del mondo, che vivere la sofferenza e il dolore ci permette di accedere ad una comprensione più approfondita della nostra umanità. L’ingiustizia, l’oppressione, la marginalità, l’esclusione, la deprivazione materiale e/o spirituale, quando vengono riconosciute come tali da chi le vive, riescono a scoprire quello che i discorsi delle varie forme di potere offuscano e obliterano dalla coscienza delle persone e delle collettività in cui queste vivono ed interagiscono. Via le categorie, via le dicotomie, via gli slogan vuoti e senza senso.

Vivo questo dolore, questa deprivazione, questa perdita dei miei cari, questa espropriazione della mia terra, questo danneggiamento delle mie risorse, questa morte delle mie possibilità e delle mie capacità di dare qualcosa al mondo e agli altri, di essere attiva, di decidere per la mia vita, di poter scegliere, agire, parlare, perché vivo all’interno di determinati rapporti, che informano e definiscono i livelli della mia esistenza, dal macro al micro.
Vivo nel mondo, in un momento storico preciso, in uno specifico territorio, con una particolare storia personale e collettiva alle spalle. Sono continuamente attratta dal passato, nella speranza di comprendere il presente, di poterne trarre una saggezza perduta, una conoscenza chiave che sveli sempre più chiaramente perché vivo questa realtà, nella convizione di poterne trarre qualcosa per liberarmi dalla sofferenza.
Appartengo a tutte le parti del mondo, a nessuna, mi sento a casa, non mi sento capita. Nessuna delle lingue che parlo riesce a dire interamente quello che penso. Le parole sono già cariche di significati che non mi appartengono.

In tutto questo, che io lo sappia o meno, interagiscono gli interessi e le azioni di un’infinità di attori e soggetti attorno a me, che agiscono da ben prima di me, e lo continueranno a fare ben dopo.
Quando vivo l’ingiustizia e l’oppressione, riesco ad intravedere meglio questi rapporti che producono i privilegi e le deprivazioni della gente vicina e lontana dalla mia realtà, riesco a riconoscere che le diseguaglianze di forza e di potere globali, che si riversano sulla mia esperienza particolare e personale, sono il risultato di visioni, decisioni, teorie e azioni di esseri umani, che hanno più o meno potere nelle loro mani.

Mi guardo accanto, un’altra donna, un altro uomo… vivono qualche altro tipo di dolore, prodotto di quelle stesse intersezioni di potere che ritengono che le vite dei miei fratelli e delle mie sorelle, dei miei bambini, delle mie amicizie, siano meno preziose delle vite di qualcun altro, o che gli interessi di chi detiene la ricchezza materiale nel mondo, sia a livello locale, che regionale, che globale, siano più urgenti della realizzazione delle aspirazioni e delle necessità di tutti gli esseri umani che appartengono allo stesso identico modo a questa Terra.
Alla storia ufficiale passeranno le cronologie dei loro trattati, delle loro guerre, delle loro colonizzazioni e delle loro parole vuote. A noi, alla nostra memoria, l’esperienza reale del mondo.

Quando il mio dolore e quelli degli altri dialogano, le nostre rivendicazioni si incontrano, scoprono quello che hanno in comune, e come possono sostenersi a vicenda, nonostante spesso possano non concordare su altri aspetti delle nostre vite diverse tra di loro. Questi incontri rafforzano le memorie collettive, le articolano, le rendono più ricche e collegate tra di loro, e permettono di scoprire sempre meglio le radici e le diramazioni delle nostre storie.

Qui nasce forse il nostro bisogno di raccontarci. Abbiamo sempre l’impressione che raccontare le nostre sofferenze passate possa contribuire al miglioramento delle esperienze altrui, che possa aggiungere qualcosa, una nuova, ulteriore sfumatura, alle tante altre già trasformate e comunicate in arte, musica o parola, e che compongono la nostra conoscenza di noi stessi come esseri umani.
Ma tutto questo è significativo in primo luogo perché non è fine a se stesso, perché risveglia in noi la domanda sulla giustizia, e ci interroga sui nostri rapporti con gli altri, e sulla nostra umanità.
Ci impedisce, in tal modo, di ritenerci irresponsabili delle nostre condizioni e di quelle degli altri, e non ci permette di dichiarare che non abbiamo a che fare con le sofferenze che non ci toccano personalmente.

Rimane, per me, sempre aperta la domanda su come è possibile trasformare questa consapevolezza in azione e cambiamento. Cosa significa sfruttare gli spazi ritagliati nella tela intessuta dal potere per rivendicare la propria azione nel mondo, e per elaborare modi diversi di vivere assieme? Come possiamo realmente muoverci all’interno dei rapporti per modificarli nella loro reiterazione, fino a renderli veramente diversi da ciò che erano?

Ci muoviamo già all’interno di queste strette reti di potere, tutti i giorni delle nostre vite, e facciamo già quest’operazione ogni qualvolta elaboriamo modi di realizzare gli obiettivi più disparati, dal più semplice ed immediato al più ambizioso, nonostante gli impedimenti che ci vengono imposti da queste reti di potere. Si chiama resilienza, si chiama Sumud.

Ma ciò che sento di dover focalizzare in questa riflessione è che queste autorealizzazioni individuali, o delle nostre singole comunità dirette, non possono modificare i rapporti in cui viviamo nel mondo finché non sono accompagnate dalla necessaria consapevolezza più ampia e articolata di come funzionano i rapporti di potere all’interno dei quali siamo immersi, e di come informano dunque le nostre realtà e quelle degli altri.
È proprio questa coscienza, che spesso nasce proprio quando tocchiamo con mano l’oppressione e l’ingiustizia anche nelle nostre realtà, e non le guardiamo solo da lontano, incise sulla pelle degli altri, che deve costituire la spinta a far sì che la nostra resilienza, e il nostro Sumud, siano collettivi.

olive trees

Olive Trees

Lo spazio da rivendicare

Cosa vuol dire effettivamente non dimenticare un’ingiustizia del passato che continua a produrre i suoi effetti sul presente?

The village of Deir Yassin, 1930

The village of Deir Yassin, 1930

Ogni anno ci sono date, come il 9 Aprile (massacro di Deir Yassin nel 1948), il 16-18 Settembre (massacro di Sabra e Shatila del 1982), le date delle operazioni militari israeliane più recenti sulla Striscia di Gaza (da “Piombo Fuso” nel 2008/2009, a “Pilastro di Difesa” nel 2012, a “Bordo Protettivo” nel 2014), e molti altri momenti bui della storia palestinese, che riportano alla mente episodi del passato che hanno modificato per sempre le vite di molte persone, di intere aree geografiche, di un popolo nella sua interezza. Sembra che le date stiano lì, sul calendario, a moltiplicarsi nel tempo, a volte a ritmo più veloce e serrato, altre volte più lentamente, aggiungendo dolore al dolore collettivo e memoria a ciò che ci si promette di non dimenticare mai, una generazione dopo l’altra.
Sono i momenti che compongono la Nakba palestinese, la “Catastrofe”, che non è stata il solo 1948. È una catastrofe che continua da decenni, che si perpetua e si sviluppa nel tempo.

Ma non è tale, non è catastrofe, per nessun altro. Anzi, sembra essere stata un sollievo, inizialmente, per le coscienze di chi è accorso a riconoscere la “dichiarazione di indipendenza” di uno stato costituito su una terra che non era affatto disabitata. In quel contesto non ci si è curati del fatto che a pagare il prezzo di ingiustizie compiute nei confronti degli ebrei in Europa per secoli fosse costretta una popolazione che niente aveva avuto a che fare con quelle ingiustizie.

E così sono stati centinaia di migliaia i palestinesi costretti a lasciare i loro villaggi e le loro città nei mesi precedenti e successivi a questa dichiarazione, divenuti poi milioni nei campi profughi nello scorrere dei decenni successivi; più di 400 i villaggi totalmente distrutti, svuotati dei loro abitanti, perché poi fossero date via le loro case abbandonate in tutta fretta, “la radio rimasta accesa” come direbbero i palestinesi di Jaffa, a nuovi coinquilini, a nuove famiglie, a nuova gente che non conosceva le pietre del posto, le fontane d’acqua nel giardino, gli alberi d’arancio e gli ulivi, la tranquillità del luogo e il profumo dell’aria che un profugo palestinese in Libano, Siria o Giordania continua a sognare di poter respirare di nuovo un giorno.

Ricordare è fondamentale, ricordare è assolutamente urgente e necessario. Ma da solo non basta, non nella forma di una semplice concessione alla parte più debole di piangere e di gridare, come direbbe Mourid Barghouti1.
Colui a cui è negata la giustizia non può che continuare a ricordare ciò che lo opprime. Non ci si può scordare di una propria ferita pulsante e che non guarisce mai, di una ferita che peggiora ancora e ancora nel tempo, che ci distrugge lentamente, che ci uccide con intelligenza; una a cui molti sono divenuti ormai indifferenti (quella ferita dopotutto fa parte della nostra immagine), ma che in noi continua invece a produrre sempre lo stesso effetto catastrofico.

Ricordare diventa un’azione efficace per il futuro quando si collega a qualcosa del nostro presente, uno sforzo, che tenta di interrompere la catena delle ingiustizie che preme su di noi e sul nostro dolore collettivo, nel lento ma costante accumularsi di momenti da segnare sul calendario, per non dimenticare.

Agire in questa direzione è problematico. Come fare? Cosa vuol dire? Come si spezza questa catena? Come si elabora il dolore? Lo si elabora? Lo si deve per forza elaborare? Non lo si può vivere e basta, lasciando che esso si prenda tutto il suo tempo, che si esaurisca quando è finalmente pronto a produrre qualcosa di diverso da sé stesso? Ma quando diventa pronto a fare tutto questo?

Probabilmente quando si vede riconosciuto, quando viene finalmente e seriamente preso in considerazione. E perché questo avvenga, quella sofferenza la si deve vedere, e si deve vedere, pienamente, innanzitutto chi la vive.
Questo soggetto che fa esperienza dell’ingiustizia non ha bisogno di essere salvato. Non ha bisogno di essere guidato al superamento del proprio dolore, al perdono del suo oppressore senza che questo interrompa l’oppressione. Non ha bisogno che qualcuno parli per lui, racconti la sua storia, gli “dia voce”. La sua voce ce l’ha, e vuole usarla.
L’incapacità e l’impossibilità di parlare non stanno nel soggetto stesso, ma stanno nel discorso egemonico che gli toglie la parola. Arundhati Roy afferma, acutamente, che “non esistono i ‘senza voce’, esistono solo coloro che vengono deliberatamente fatti tacere e coloro a cui si preferisce non ascoltare”.

Per il realizzarsi di una giustizia inclusiva, una in cui tutti possono esprimersi da sé, protagonisti del proprio processo di emancipazione e riscatto, per quel tipo di giustizia alla quale abbiamo cercato di pensare qualche tempo fa, probabilmente bisogna fare un passo ulteriore rispetto al “pensare agli altri”. Costituisce, anche questo, un momento fondamentale, perché ci permette di riconoscere il loro dolore. Ma poi, il passo successivo è ascoltarli.
Bisogna ascoltare tutti, e che tutti i soggetti parlino, che si raggiungano quei nodi inquietanti che si sa di non riuscire necessariamente a risolvere, sui quali si è consapevoli che c’è conflitto, sui quali si sa che si concentra la sofferenza delle parti coinvolte nel perpetuarsi della catena delle ingiustizie.

Tutto questo sembra ideale e limpido, tocca un nucleo essenziale, una causa più in fondo alle altre cause (che spesso sono realmente degli effetti) di una contrapposizione tra soggetti. Tocca quel processo di riconoscimento dell’altro, di sé stessi, delle proprie responsabilità e di quelle altrui che sta alla base di un’interazione con gli altri che si basa sulla dignità, e cioè sul rispetto della persona, andando oltre le rappresentazioni che ci si può essere costruiti di essa, sia che queste siano state in negativo o in positivo.

L’idea di una giustizia inclusiva è ciò a cui chiama il palestinese quando rivendica il “permesso di raccontare”, quello che, come è stato negato a lui, veniva negato al colonizzato, all’“orientale”, all’“arretrato”, all’“altro”, al subalterno di qualsiasi società, alla donna (il subalterno per eccellenza, tra l’altro).
Una giustizia inclusiva, per essere tale, dovrebbe dunque basarsi sulla multi-vocalità, e concorda, in questo senso, con il concetto di “lettura contrappuntistica” degli eventi: c’è il mio racconto e c’è quello dell’altro, di uno stesso avvenimento; la sua soggettività e la mia.

Ma chi viene incluso in questo processo di dialogo tra le narrazioni? Quali racconti vengono ascoltati? Da chi vengono accolti? Dipende tutto dall’ambito in cui si esprimono le voci: è un ambito al centro o al margine? È un ambito in cui parlare permette di cambiare le cose o è uno in cui questo non può accadere?
Qui si entra nel campo politico, ed emerge dunque il rapporto con il potere e con l’egemonia.

To exist is to resist.

To exist is to resist.

Il discorso egemonico non è uno ed unico, il che significa che riesce ad estendersi molto oltre le sfere convenzionali del potere, e dall’altra parte, il subalterno non è semplicemente chi ha la voce più debole o meno efficace nel discorso. Il subalterno è colui/colei alla cui voce non viene dato spazio alcuno in ciò che è gestito dal potere egemonico, è il soggetto il cui racconto è deliberatamente ignorato, non ascoltato.

La possibilità di partecipare al racconto invece è fondamentale per le caratteristiche dell’atto stesso del ‘raccontare’: la sua capacità terapeutica e quella di empowerment. Distogliere l’attenzione dalla voce di un soggetto, o occupare il suo posto per narrarlo, significa decidere per lui/lei ciò che deve essere fatto per il suo benessere con la presupposizione che quest* sia incapace di fare una scelta autonoma e coerente riguardo al proprio futuro. Questo toglie all’individuo e alla collettività di cui fa parte il ruolo centrale nella lotta per le proprie rivendicazioni, accrescendo un sentimento di frustrazione e di disagio.

Tutto questo mi fa riflettere molto, e fa emergere molte più domande di quelle che inizialmente avevo preso in considerazione.
Forse una cosa che mi sentirei di affermare a questo punto è che la domanda centrale probabilmente è sullo spazio di parola e di azione dei soggetti, e su come far sì che questi possano esprimersi in modo da realizzare realmente le proprie aspirazioni di vita.
È la domanda su una comprensione della libertà e della liberazione che vada oltre le definizioni preponderanti, egemoniche, di questi concetti, oltre i modelli dove si evoca l’idea che ci sia chi ha bisogno di essere salvato e chi ha le ricette per salvarlo.

Dove reclamare questo spazio per il contrappunto delle voci e delle idee?

1M. Barghouti, I Was Born There, I Was Born Here: “The weaker party in a conflict is allowed to scream, allowed to weep, but never allowed to tell their story.”

Una narratrice

Ada Lonni.  - Martin Ivo Photograph

Ada Lonni.
– Martin Ivo Photograph

Quando sono entrata in aula all’inizio di Ottobre, prima lezione di “Storia contemporanea del Mediterraneo”, non sapevo di essere sul punto di incontrare e conoscere una di quelle persone speciali che non si incontrano spesso nella vita, quelle che ti ispirano coraggio e determinazione, e che ti cambiano un po’, perché ti fanno riflettere su come perseguire con coerenza ed intelligenza le tue aspirazioni.

Queste persone non hanno dimenticato il vero significato dell’umanità in un’epoca in cui tutto è frenetico e superficiale. Un giorno incontrano un’idea, una causa, un mondo diverso, ascoltano una canzone, o si lasciano toccare il cuore dal suono affascinante di una lingua che non sanno parlare, e si innamorano.

La professoressa Lonni era una di queste persone. Si era innamorata sinceramente della Palestina, di quell’amore che rende coraggiosi ed ostinati, quello che ci spinge a conoscere fino in fondo il soggetto del nostro amore, nei suoi dettagli più piccoli ma estremamente significativi. Senza quelle piccole cose, dopotutto, l’amato non sarebbe lo stesso. Sapeva esprimere e descrivere questo sentimento con bellezza ed ironia: i caffè arabi nelle movimentate città palestinesi, i carovanserragli, le mura di Gerusalemme, i viaggiatori mascherati, i hakawati (“narratori”, “cantori di storie”) che narrano le gesta dei califfi e degli eroi.

Non so se sapesse di assomigliare molto a queste figure che tanto ammirava.
Quando ne parlava le brillavano gli occhi. È bello ascoltare un professore che spiega con passione. Ci sono momenti, durante le lezioni, in cui si tocca un tema particolare, e vedi quella luce illuminare il volto dell’insegnante. Ecco la passione che l’ha spinto/a a dedicare la vita a studiare quel particolare. Lo ama così tanto che sa trasmetterti precisamente quale, tra i tanti, è l’aspetto che trova, dopo anni ed anni di insegnamento, ancora così affascinante, così intellettualmente stimolante.
In quel momento ti dona qualcosa di prezioso, e se riesci a conservare un pezzettino di quella passione e a trattenere quella domanda che il tuo insegnante ha deciso di porre al mondo, forse riuscirai a portare avanti, assieme alla tua domanda, anche la sua.

La professoressa Ada Lonni era così. Sedeva sulla cattedra, le gambe sottili accavallate ed incrociate, la figura affusolata, rifiutandosi di usare il microfono nonostante la grandezza dell’aula e la sua voce delicata. Ci invitava piuttosto ad avvicinarci, a sedere in prima fila, per ascoltarla meglio. Ci offriva un cioccolatino.
Poi cominciava. Il suo era un racconto lungo centinaia di anni.
Un paio di fogli in mano, per leggerci con divertimento del viaggio del pellegrino di Bordeaux, degli articoli sul comportamento da tenere per i pellegrini in Terra Santa di Felix Fabri, degli orientalisti affascinati e straniti dagli abiti degli “orientali”, per raccontarci di Chateaubriand che chiedeva che fosse messa una targhetta con il suo nome nei pressi delle piramidi pur non avendole visitate. Non aveva avuto tempo, ma la gente doveva pensare che ci fosse stato…

Ci raccontava di come lei avrebbe voluto viaggiare mascherata, come Burckhard, Burton e Aly Bey, per poter vedere la Mecca, per poter entrare nel Haram, per poter conoscere la gente da vicino, senza intermediari.
È così che ha conosciuto la Palestina. Non se l’è fatta raccontare da nessuno che non la amasse quanto la sua gente. L’ha conosciuta facendoci amicizia, andandole incontro a braccia aperte, e venendo accolta tra le braccia dei palestinesi.

Era una hakawati, una viaggiatrice curiosa e coraggiosa, insaziabile di conoscenza, umana. Vedeva nell’altro il riflesso della propria umanità, e riusciva per questo a vivere l’empatia come una spinta propulsiva per il cambiamento, per la critica e per la lotta contro l’ingiustizia.

Gerusalemme

Gerusalemme

Chiacchierando durante la pausa che ci dava a metà lezione, un giorno, abbiamo condiviso un pensiero che mi tengo nel cuore come suo ricordo. Eravamo entrambe d’accordo sul fatto che la lotta per la libertà e la giustizia in Palestina si dovesse articolare e svolgere anche sul piano culturale. Lì le aspirazioni palestinesi rimanevano coerenti, autentiche, e venivano espresse al meglio. Le cose non sono complicate, il conflitto non dura da così tanto tempo perché alla gente piace semplicemente fare la guerra, le parti in causa non sono irrazionali.
Non si può pretendere di trattare la questione mettendo sullo stesso piano attori che hanno responsabilità diverse e che hanno agito in modi differenti tra di loro.
“Diciamo che le cose sono complicate quando non abbiamo il coraggio di dire come stanno veramente” mi ha detto un’altra volta. Aveva proprio ragione. Diciamo che sono complicate quando non abbiamo il coraggio di affermare con onestà e senza paura che sono ingiuste, che devono essere cambiate, che noi abbiamo una responsabilità e un ruolo nel modificarle.
Queste sue convinzioni l’avevano portata a fare qualcosa di concreto per sostenere la resistenza culturale palestinese tramite la campagna “Palestina raccontata” e nel suo costante impegno per far conoscere alla gente la storia palestinese.

Sono grata di averla conosciuta, come insegnante e come persona.
Ada Lonni è stata proprio uno di quegli individui stupendi che si lasciano guidare nella vita dal loro senso di giustizia e dalla loro passione, quelli che sanno essere coerenti e che sanno dedicarsi pienamente a ciò in cui credono.
Dirle addio è doloroso.
Ora invece restano le parole che ha scritto, e quelle che ci ha detto a lezione, e il ricordo di questa esperienza. Rimane la memoria di una donna forte, di un’insegnante vicina ai suoi studenti, e di molti altri aspetti di lei che ognuna delle persone che l’hanno conosciuta conserva nel proprio cuore.

La ringrazio, da lei ho imparato tanto.

La Gaza che vorrei…/ The Gaza I want…

Una mia cara amica, Samah A., una giovane e forte ragazza da Gaza, ha scritto queste righe qualche giorno fa, e penso che esse esprimano in un modo tutto particolare il suo amore per questa città imprigionata e sotto continuo attacco, ma sempre bellissima.

A dear friend of mine, Samah A., a young, strong girl from Gaza, has written these words a couple of days ago, and I think they express in a very particular way her love for this city under siege and continuosly threatened by attacks but still beautiful.

Italian version:

 

 © Samah A.

© Samah A.

Questa mattina presto, il sole di Gaza è sorto e ha illuminato il mio volto, e sembrava il sole di una città che non conoscevo.
Sono passata accanto ad una casa appartenente alla famiglia Al-Shawwa che fu costruita negli anni quaranta, e poi vicino ad un’altra casa, appartenente ad Aref AlAref e Fihmi AlHusseini, che fu costruita nello stesso
periodo. Quando i miei piedi hanno toccato la casa del Basha, costruita nel diciottesimo secolo, ho sentito il peso della Storia, e le brezze della casa antica mi ha hanno dato anni e anni di vita…
Grazie Gaza…
Grazie, mia maledetta amata, che mi sorprendi tutti i giorni con le novità, belle e brutte…
Ma oggi viverti è stato davvero diverso, oggi sono passata in alcune delle tue case come se ci passassi per la prima volta… e mentre camminavo tra le vie strette, ho dimenticato il nero delle notizie oscure e le istigazioni
contro di te, mia cara…
Signori che non la conoscete, vi prego, non parlate di lei, e non ascoltate le notizie oscure che escono da lei..
Datevi un attimo di riposo, e camminate nelle sue strade e tra le sue vie, vivete la sua bellissima storia…
Tornate al suo passato fiorente, lasciate che si riposi e torni a sorgere di nuovo..
Questa è la Gaza che vorrei…

English version:

This morning the sun of Gaza rose and caressed my face, and it seemed to be the sun of a city I didn’t know.
I walked by a house that belonged to the Al-Shawwa family which was built back in the forties, and then I passed by another house, which belonged to Aref AlAref and Fihmi Al-Husseini, which was built in the same period.
When I stepped into the house of the Basha, built back in the 18th century, I felt the wieght of History, and the breezes of the ancient house gave me years and years to live…
Thank you, Gaza..
Thank you, cursed beloved, who surprises me everyday with the good and the bad…
But today living you was really different, today I walked in some of your houses as if I saw them for the first time… and while I passed through your streets and small paths, I forgot the blackness of the dark news and of the instigations against you, my dear…
Gentlemen who do not know her, please, walk in her streets and live her beautiful history…
Go back to her flourishing past, let her rest and rise up again…
This is the Gaza I want…

Original version (arabic):

اليوم باكراً أشرقت شمس غزة على وجهي، غزة التي وكأنني أعرفها للمرة الأولى

مررت ببيت يعود لعائلة الشوا بني في الاربعينيات وبيت أخر لعارف العارف وفهمي الحسيني كانت قد بنيت في ذات الفترة، وعندما وطأت قدماي دار الباشا التي بنيت في القرن الثامن عشر ، شعرت بعبق التاريخ ، نسمات هواء البيت العتيق أمدتني بالحياة أعواماً وأعواماً..

شكرا غزة..

شكراً حبيبتي اللعينة التي تفاجأني كل يوم بالجديد القبيح منه والجميل..

لكن اليوم فيك حقاً كان مختلف، اليوم مررت ببعض بيوتك وكأنني أمر عنها للمرة الأولى..

وأنا أسير في الازقة نسيت سواد الاخبار وكم التحريض عليكي يا حبيبتي،،،

يا سادة يا من لا تعرفونها أرجوكم لا تتحدثوا عنها، ولا تتابعوا الاخبار المظلمة التي تخرج منها..

أعطو أنفسكم راحة وتجولوا في شوارعها وأزقتها، عيشوا تاريخها الجميل جداً..

عودوا بها الى الماضي المشرق، علها ترتاح قليلاً وتعود لتنهض من جديد..

هذه غزة التي أريد..

Il mio viaggio alla scoperta della Palestina / My Journey in the discovering of Palestine

(Scroll down for the english version)_D8_AD_D9_86_D8_B8_D9_84_D8_A9_large

Versione Italiana:

Da dove cominciare a raccontare le storie palestinesi se non da me stessa?
Anche se la mia non sarà la storia di qualcuno che la Palestina l’ha vista e ci ha vissuto, penso che possa comunque, in qualche modo, raccontare la storia di molti che la amano e che ne sono figli e che si sono sentiti raccontare tante storie dai nonni e dai genitori, ma che questa terra l’hanno toccata solo nelle immagini sfuocate che comparivano nelle loro fantasie ascoltando da bambini i racconti altrui.
La mia storia con la Palestina nasce nell’infanzia, proprio attraverso i racconti dei miei genitori e della mia famiglia, e attraverso la televisione.
Le parti che compongono il mio essere oggi sono molteplici e hanno tutte un valore ed un’importanza fondamentale.
Ciascuna di queste parti mi ha dato qualcosa di diverso e di speciale, e le amo tutte e tre: quella palestinese, quella giordana, quella italiana.
Spiegare tutto il percorso che porta queste diverse identità culturali a convergere in me sarebbe troppo lungo e mi distoglierebbe dal raccontarvi chiaramente quello che vorrei condividere con voi.
E’ stato necessario nominarle però per indicare che una parte della mia infanzia l’ho vissuta in Giordania, e che è lì, ad Amman, in un’età in cui ogni racconto prende vita attorno a te e assume una realtà quasi tangibile, in un atteggiamento simile a quello che ti coglieva quando ascoltavi una fiaba, che ho conosciuto per la prima volta la Palestina.

La Seconda Intifada, 1999/2000.
Avevo 7-8 anni, e ricordo davvero bene, e di questo sono felice, le sensazioni che provavo al tempo, sentendone parlare dai miei genitori, in televisione e a scuola.
Ariel Sharon, primo ministro israeliano dell’epoca, entrò nella moschea di Al-Aqsa con un plotone di soldati che lo proteggessero, scatenando la rabbia del popolo palestinese, e di tutto il mondo arabo.
Fu scandalo. Erano i tempi in cui il mondo arabo si scandalizzava ancora. Quelli in cui dichiarava ancora unimamente di essere al fianco del popolo palestinese, e di non aver dimenticato la sua tragedia.
Erano tempi in cui un’usurpazione del genere veniva ancora intesa in tutto il suo significato e in tutta la sua gravità.
Ora, a distanza di 13 anni, mi sembra incredibile che ormai nella moschea di Al-Aqsa i soldati israeliani ci entrino quando e come vogliono, e che il mondo arabo resti a guardare senza il minimo scandalo, e che la notizia non sia più causa di Intifada.
A 13 anni da allora, lo scorso 15 Maggio, le forze israeliane hanno represso con la violenza le proteste palestinesi in memoria della Nakba nella spianata della moschea, hanno impedito la preghiera della sera e l’adan (la chiamata alla preghiera) per la prima volta dal 1967, e questo è stato riportato in televisione con urgenza, e ha fatto scorrere le mie lacrime, e probabilmente le lacrime di molti altri, ma non ha scosso minimamente il mondo arabo nella sua interezza.
Perché il fattore vincente di Israele, il tempo, funziona così.
Ad ogni modo, torno indietro.
L’intifada scoppiò nei territori della Cisgiordania e a Gaza, dove palestinesi di tutte le età lanciavano pietre e sassi contro i tank israeliani e i soldati armati fino ai denti, che sparavano di rimando.
In televisione le immagini dei bambini della mia età e di altri poco più grandi, coinvolti nel conflitto, mi lasciavano senza parole, e mi segnavano.
Nella mia scuola, in cui, tutte le mattine, entrando in classe in ordine, in fila indiana, le canzoni di Fairouz allietavano gli inizi delle nostre giornate, “Zahrat Al-Madaen” (“La Rosa tra le città”) riempiva le mura di un misto di tristezza e di promesse di liberazione. La imparavamo a memoria, e la cantavamo anche noi, e pur essendo delle bambine, chiedevamo e parlavamo di Palestina.
Nella società giordana, una parte è di origine palestinese.
E così dunque anche nella mia scuola. Eravamo tutte giordane, ma alcune di noi scoprirono che effettivamente i loro nonni erano stati una volta nella terra che ora veniva mostrata in televisione tutti i giorni.
All’improvviso sapevamo tutte da quali città palestinesi erano originarie le nostre famiglie, e i nomi di queste città ci divennero presto familiari e noti.
Nel mio gruppetto, io sapevo che la mia famiglia era originaria di Nablus. Tra le mie amiche, quelle con famiglie di origine palestinese conobbero anche loro i nomi della città che non avevano mai visto: Haifa, Yafa, Al-Quds (Gerusalemme), Al-Khalil (Hebron), e così via.

Ricordo in particolare in quegli anni un giorno a casa di mia nonna in cui vidi in televisione il video-clip di una canzone che fece storia nella mondo arabo, “El-Helm el-Arabi” (Il sogno Arabo), canzone intonata dai più celebri cantanti arabi del momento e dalle più belle voci di allora, dagli accenti abbastanza ‘panarabi’, che chiamava all’unione e in cui venivano mostrate immagini dopo immagini di soldati israeliani che colpivano, uccidevano, distruggevano, picchiavano bambini, strattonavano donne, minacciavano.
Non ebbi che da scoppiare in lacrime.
Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi di Nablus.
Mia madre e mio padre ci avevano sempre spiegato le cause degli eventi che vedevamo svolgersi sullo schermo. A casa nostra niente rimaneva mai non-detto. Mia madre soprattutto ci incoraggiava sempre ad esprimerci su quello che stava accadendo, e anche più avanti nella mia vita, fu sempre grazie al confronto con lei che riuscii a sviluppare meglio i miei argomenti e la mia consapevolezza riguardo la causa palestinese.
Quando scoprii che mio padre non era solo originario, ma che era persino nato a Nablus, e che ci aveva vissuto fino a quando non aveva compiuto anche lui quella mia stessa età!, una grande emozione e una grande curiosità mi riempirono.
I suoi racconti di Nablus erano racconti di tutti i giochi possibili ed immaginabili, di tutti i giorni più felici dell’infanzia, di tutti i dolci più buoni, di tutte le sue memorie più vivide.
Erano ricordi belli, che mi facevano ridere, e che volevo mi venissero raccontati ancora e ancora, perché non mi annoiavano mai.
Mi parlava di lui, seduto al balcone di casa a guardare le bambine che giocavano nel cortile, e che poi osservava il venditore di gioccattoli e petardi che passava per strada, di quella volta che se ne comprò un paio nonostante la nonna gliel’avesse proibito, di come si fece male, di come la madre lo curò.
Mi raccontava delle giornate trascorse nel negozio con mio nonno, dei venerdì mattina in cui andava a prendere un piatto di Humus e uno di Fool (Fagioli) e li portava al negozio del nonno, dove facevano colazione assieme, dei giorni di festa in cui suo nonno gli dava 5 centesimi con cui poteva comprarsi praticamente il mondo.

E’ così che ho conosciuto la Palestina.
O almeno, questo è il primo ricordo che ho di quello che ho provato per questa terra e per questa causa.
Oggi la Palestina è la parte del mio essere che mi insegna il significato della lotta per la libertà, dell’amore per la dignità, e della domanda sulla Giustizia.
Oggi è probabilmente anche la parte più idealistica di me stessa. So che è sicuramente diversa in alcuni aspetti da come me la immagino io.
Per ora, soprattutto in questo periodo, è quella parte che non so come… esprime dentro di me gli ideali, le speranze, forse un po’ la spericolatezza di sperare anche troppo, di credere troppo nei sogni e nei diritti, quell’impulsività che è caratteristica un po’ di tutti i giovani, per quanto vogliano essere realistici e cinici.

La Palestina è nel mio immaginario una fiorente ragazza innamorata di un giovane lontano, che crede ancora in lei. Ed è al contempo una madre che abbraccia i figli che ha ancora in casa e che prega per quelli lontani e che non può più vedere. Ed è poi anche una nonna, con infinite storie da raccontare ai suoi nipoti e a chi è curioso di conoscerla meglio.
Ho tanto altro da raccontarvi su come ho continuato il mio percorso di scoperta della Palestina, e su tante altre storie sulle generazioni di palestinesi passate e presenti, che sveleranno il volto familiare di questa terra che la Storia ci descrive solo come un luogo dilaniato da un conflitto irragionevole e senza fine.

Absolutus, una narratrice.

English version:

Where should I start from in telling you about the Palestinian stories if not by narrating my own story?
Even though I have never seen Palestine or lived in it, I think my experience can still, somehow, recall the stories of many who, like me, love this land, as they are its sons and daughters, and have been told a lot about the cause and the history of Falasteen by their parents and grandparents. Those people have had the possibility to see Palestine only in the blurred images that appeared in their fantasies when they were children, listening to the stories of others.
My story with Palestine starts in my childhood, through the narrations of my parents and family, and through the images I saw of it on TV.
I am today the result of a mixture of different cultures. Each of these has its importance and value for me, and I cherish them all: the Palestinian identity, the Jordanian one, and the Italian.
Each of these has given me something special and unique.
To explain why and how these different identities converge in me would take too much time and would turn me away from concentrating on the experiences I want to share with you here.
I needed to briefly name them though as I lived a part of my childhood in Jordan, and it is there, in Amman, in an age in which every story comes to life around you and is almost tangible, just like it used to be when you listened to fairy tales before going to sleep, that I first learned about Palestine.

The Second Intifada, 1999/2000.
I was 7 or 8 years old, and I can still remember very vividly, and I’m happy about that, the things I felt in those times, while hearing about it on tv, in school and from my parents.
Ariel Sharon, israeli prime minister in those years, entered the Al-Aqsa mosque with a squad of soldiers who protected him, arousing the anger and frustration of the Palestinian people and of the whole Arab world.
It was a scandal.
Those were the days in which the arab world still outraged. Those were the times in which it still declared unanimously that it stood by the Palestinian people and that it hadn’t forgotten their catastrophe.
Those were the times in which such an act was understood in all its seriousness.
Now, 13 years later, it seems incredible to me that the israeli forces enter Al-Aqsa mosque whenever and however they please and that the arab world does absolutely nothing about it, nor does it outrage. The news do not kindle Intifadas anymore.
13 years later, on the 15th of May, the israeli forces repressed with violence the protests of Palestinians on the 65th Nakba day, in the area in front of the mosque, banning the prayer of the evening and the adan (The call tothe prayer) for the first time since 1967. This was ‘breaking news’ on tv, and it made me cry, as it probably caused many others to do the same, but it didn’t shake the arab world as it would have done in the past.
This is the winning factor of Israel afterall, Time. It works this way.

Anyway, let’s go back.
The Intifada broke out in the West Bank and in the Gaza strip. In both areas Palestinians of all ages threw rocks at israeli tanks and armed soldiers, who responded with gun fire.
The images on tv of children my age, or only few years older than I was, left me speechless and left a mark in my heart.
In my school, where every morning, while entering in our classes with order, the songs and beautiful voice of Fairouz started positively our days, “Zahrat Al-Madaen” (The Rose among cities) filled the air with both sadness and the promises of liberation.
We learnt it by heart and we sang it as well, and even if we were only small girls, we asked and talked about Palestine.
In the Jordanian society, a part is of Palestinian origins.
And so it was in my school. We were all Jordanians, but some of us discovered that their grandparents had been once in that land that we used to see on tv everyday.
All of a sudden, we all knew which were the cities our families were originally from, and their names became familiar and well-known for us.
In my group of friends, I knew my family was originally from Nablus. Those of my friends whose families were Palestinian learnt as well the names of the cities thay had never seen: Haifa, Yafa, Al-Quds, Akka, Al-Khalil, and so on.

I still remember in particular, in those years, a day at my grandma’s house in which I saw on tv the clip of a song which made arabic music history, “El-Helm el-Arabi” (The arab dream), sung by the most famous voices of those times, with a quite ‘pan-arab’ tone, which called for unity. In the video images of israeli soldiers killing, hitting people, destroying, beeting children, menacing and harassing women were shown.
I couldn’t but burst out crying.
That was when my father started telling me about Nablus.
My parents always tried to explain to us the causes of the things we were witnessing on tv. In our house nothing was ever left un-said.
My mother especially used to encourage us to express ourselves regarding the events, and also later in my life, it was always thanks to the confrontation of my ideas with hers that I could develope my knowledge and arguments about the Palestinian cause and story.
When I discovered my father was not only original from Nablus, but that he was also born there and that he had spent his childhood, till he had become my age at that time, there, I was filled with excitement and curiosity.

His stories about Nablus were stories of the best games he had ever played, the best days of his childhood, the best sweets he had ever tasted, the best memories he had.
They were happy stories, which made me laugh. I never wanted him to stop telling me about those times.
He told me about when he was a child, sitting on the balcony, watching the girls play in the garden or the seller of some toys and those small firecrackers, walking down the street, and of that time when he bought some, even though my grandmother had told him not to do so. He told me, laughing, of how he injured himeself, and of how his mother healed him.
He told me about the Friday mornings spent with my grandfather in the shop, where he used to bring a plate of Humus and one of Fool (beans) and have breakfast with him, and of the days of Eid (festivity) when his grandfather used to give him 5 cents, which he would use to buy a great bunch of stuff he loved.

This is how I first learned about Palestine.
Or at least, these are the first memories I have of what I felt for this land and for this cause.
Today, Palestine is the part of my being that teaches me the meaning of the struggle for Freedom, the meaning of the love for Dignity, and that of the question on Justice.
Today, it is probably also the most idealistic part of me. I know it is different in some aspects from what I imagine it to be.
For now, especially in this phase of my life, it is the part of me that.. expresses best the ideals, the hopes, maybe the too daring hopes and too daring will to believe in dreams and rights. It expresses that impulsive feeling that is
common to youth, even when they try to be the most realistic and cynical they can.
I imagine Palestine to be a blooming girl, in love with a young man who still believes in her. It is at the same time a mother who embraces the sons and daugthers she still has home and who prays for those she can’t see, far away from her. She is finally also a grandmother, with so many stories to tell her grandchildren and those who are curious to get to know her better.
I have so much else to tell you about my path in learning about Falasteen, and I have so many stories about generations of Palestinians of the past and of the present, which will reveal to you the unknown, familiar face of this land, which History has always depicted only to be a territory torn in pieces by a never ending and sensless conflict.

Absolutus, a storyteller.