Lo spazio da rivendicare

Cosa vuol dire effettivamente non dimenticare un’ingiustizia del passato che continua a produrre i suoi effetti sul presente?

The village of Deir Yassin, 1930

The village of Deir Yassin, 1930

Ogni anno ci sono date, come il 9 Aprile (massacro di Deir Yassin nel 1948), il 16-18 Settembre (massacro di Sabra e Shatila del 1982), le date delle operazioni militari israeliane più recenti sulla Striscia di Gaza (da “Piombo Fuso” nel 2008/2009, a “Pilastro di Difesa” nel 2012, a “Bordo Protettivo” nel 2014), e molti altri momenti bui della storia palestinese, che riportano alla mente episodi del passato che hanno modificato per sempre le vite di molte persone, di intere aree geografiche, di un popolo nella sua interezza. Sembra che le date stiano lì, sul calendario, a moltiplicarsi nel tempo, a volte a ritmo più veloce e serrato, altre volte più lentamente, aggiungendo dolore al dolore collettivo e memoria a ciò che ci si promette di non dimenticare mai, una generazione dopo l’altra.
Sono i momenti che compongono la Nakba palestinese, la “Catastrofe”, che non è stata il solo 1948. È una catastrofe che continua da decenni, che si perpetua e si sviluppa nel tempo.

Ma non è tale, non è catastrofe, per nessun altro. Anzi, sembra essere stata un sollievo, inizialmente, per le coscienze di chi è accorso a riconoscere la “dichiarazione di indipendenza” di uno stato costituito su una terra che non era affatto disabitata. In quel contesto non ci si è curati del fatto che a pagare il prezzo di ingiustizie compiute nei confronti degli ebrei in Europa per secoli fosse costretta una popolazione che niente aveva avuto a che fare con quelle ingiustizie.

E così sono stati centinaia di migliaia i palestinesi costretti a lasciare i loro villaggi e le loro città nei mesi precedenti e successivi a questa dichiarazione, divenuti poi milioni nei campi profughi nello scorrere dei decenni successivi; più di 400 i villaggi totalmente distrutti, svuotati dei loro abitanti, perché poi fossero date via le loro case abbandonate in tutta fretta, “la radio rimasta accesa” come direbbero i palestinesi di Jaffa, a nuovi coinquilini, a nuove famiglie, a nuova gente che non conosceva le pietre del posto, le fontane d’acqua nel giardino, gli alberi d’arancio e gli ulivi, la tranquillità del luogo e il profumo dell’aria che un profugo palestinese in Libano, Siria o Giordania continua a sognare di poter respirare di nuovo un giorno.

Ricordare è fondamentale, ricordare è assolutamente urgente e necessario. Ma da solo non basta, non nella forma di una semplice concessione alla parte più debole di piangere e di gridare, come direbbe Mourid Barghouti1.
Colui a cui è negata la giustizia non può che continuare a ricordare ciò che lo opprime. Non ci si può scordare di una propria ferita pulsante e che non guarisce mai, di una ferita che peggiora ancora e ancora nel tempo, che ci distrugge lentamente, che ci uccide con intelligenza; una a cui molti sono divenuti ormai indifferenti (quella ferita dopotutto fa parte della nostra immagine), ma che in noi continua invece a produrre sempre lo stesso effetto catastrofico.

Ricordare diventa un’azione efficace per il futuro quando si collega a qualcosa del nostro presente, uno sforzo, che tenta di interrompere la catena delle ingiustizie che preme su di noi e sul nostro dolore collettivo, nel lento ma costante accumularsi di momenti da segnare sul calendario, per non dimenticare.

Agire in questa direzione è problematico. Come fare? Cosa vuol dire? Come si spezza questa catena? Come si elabora il dolore? Lo si elabora? Lo si deve per forza elaborare? Non lo si può vivere e basta, lasciando che esso si prenda tutto il suo tempo, che si esaurisca quando è finalmente pronto a produrre qualcosa di diverso da sé stesso? Ma quando diventa pronto a fare tutto questo?

Probabilmente quando si vede riconosciuto, quando viene finalmente e seriamente preso in considerazione. E perché questo avvenga, quella sofferenza la si deve vedere, e si deve vedere, pienamente, innanzitutto chi la vive.
Questo soggetto che fa esperienza dell’ingiustizia non ha bisogno di essere salvato. Non ha bisogno di essere guidato al superamento del proprio dolore, al perdono del suo oppressore senza che questo interrompa l’oppressione. Non ha bisogno che qualcuno parli per lui, racconti la sua storia, gli “dia voce”. La sua voce ce l’ha, e vuole usarla.
L’incapacità e l’impossibilità di parlare non stanno nel soggetto stesso, ma stanno nel discorso egemonico che gli toglie la parola. Arundhati Roy afferma, acutamente, che “non esistono i ‘senza voce’, esistono solo coloro che vengono deliberatamente fatti tacere e coloro a cui si preferisce non ascoltare”.

Per il realizzarsi di una giustizia inclusiva, una in cui tutti possono esprimersi da sé, protagonisti del proprio processo di emancipazione e riscatto, per quel tipo di giustizia alla quale abbiamo cercato di pensare qualche tempo fa, probabilmente bisogna fare un passo ulteriore rispetto al “pensare agli altri”. Costituisce, anche questo, un momento fondamentale, perché ci permette di riconoscere il loro dolore. Ma poi, il passo successivo è ascoltarli.
Bisogna ascoltare tutti, e che tutti i soggetti parlino, che si raggiungano quei nodi inquietanti che si sa di non riuscire necessariamente a risolvere, sui quali si è consapevoli che c’è conflitto, sui quali si sa che si concentra la sofferenza delle parti coinvolte nel perpetuarsi della catena delle ingiustizie.

Tutto questo sembra ideale e limpido, tocca un nucleo essenziale, una causa più in fondo alle altre cause (che spesso sono realmente degli effetti) di una contrapposizione tra soggetti. Tocca quel processo di riconoscimento dell’altro, di sé stessi, delle proprie responsabilità e di quelle altrui che sta alla base di un’interazione con gli altri che si basa sulla dignità, e cioè sul rispetto della persona, andando oltre le rappresentazioni che ci si può essere costruiti di essa, sia che queste siano state in negativo o in positivo.

L’idea di una giustizia inclusiva è ciò a cui chiama il palestinese quando rivendica il “permesso di raccontare”, quello che, come è stato negato a lui, veniva negato al colonizzato, all’“orientale”, all’“arretrato”, all’“altro”, al subalterno di qualsiasi società, alla donna (il subalterno per eccellenza, tra l’altro).
Una giustizia inclusiva, per essere tale, dovrebbe dunque basarsi sulla multi-vocalità, e concorda, in questo senso, con il concetto di “lettura contrappuntistica” degli eventi: c’è il mio racconto e c’è quello dell’altro, di uno stesso avvenimento; la sua soggettività e la mia.

Ma chi viene incluso in questo processo di dialogo tra le narrazioni? Quali racconti vengono ascoltati? Da chi vengono accolti? Dipende tutto dall’ambito in cui si esprimono le voci: è un ambito al centro o al margine? È un ambito in cui parlare permette di cambiare le cose o è uno in cui questo non può accadere?
Qui si entra nel campo politico, ed emerge dunque il rapporto con il potere e con l’egemonia.

To exist is to resist.

To exist is to resist.

Il discorso egemonico non è uno ed unico, il che significa che riesce ad estendersi molto oltre le sfere convenzionali del potere, e dall’altra parte, il subalterno non è semplicemente chi ha la voce più debole o meno efficace nel discorso. Il subalterno è colui/colei alla cui voce non viene dato spazio alcuno in ciò che è gestito dal potere egemonico, è il soggetto il cui racconto è deliberatamente ignorato, non ascoltato.

La possibilità di partecipare al racconto invece è fondamentale per le caratteristiche dell’atto stesso del ‘raccontare’: la sua capacità terapeutica e quella di empowerment. Distogliere l’attenzione dalla voce di un soggetto, o occupare il suo posto per narrarlo, significa decidere per lui/lei ciò che deve essere fatto per il suo benessere con la presupposizione che quest* sia incapace di fare una scelta autonoma e coerente riguardo al proprio futuro. Questo toglie all’individuo e alla collettività di cui fa parte il ruolo centrale nella lotta per le proprie rivendicazioni, accrescendo un sentimento di frustrazione e di disagio.

Tutto questo mi fa riflettere molto, e fa emergere molte più domande di quelle che inizialmente avevo preso in considerazione.
Forse una cosa che mi sentirei di affermare a questo punto è che la domanda centrale probabilmente è sullo spazio di parola e di azione dei soggetti, e su come far sì che questi possano esprimersi in modo da realizzare realmente le proprie aspirazioni di vita.
È la domanda su una comprensione della libertà e della liberazione che vada oltre le definizioni preponderanti, egemoniche, di questi concetti, oltre i modelli dove si evoca l’idea che ci sia chi ha bisogno di essere salvato e chi ha le ricette per salvarlo.

Dove reclamare questo spazio per il contrappunto delle voci e delle idee?

1M. Barghouti, I Was Born There, I Was Born Here: “The weaker party in a conflict is allowed to scream, allowed to weep, but never allowed to tell their story.”

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La ricerca della giustizia inclusiva / The pursuit of inclusive justice

— (English version follows – scroll down) —

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Photo taken by Ezz AlZanoon,
“A man standing in front of the window
Seen rain falling on Gaza City”
غزة الان”
رجل يقف أمام النافذة
“وينظر الى الامطار المتساقطة على مدينة غزة

Italiano:

La settimana scorsa il Medio Oriente è stato investito da maltempo, piogge e neve.
Ricordo che quand’ero bambina e vivevo in Giordania si respirava un’aria di festa quando arrivava la pioggia o la neve.
Mi viene in mente un giorno di quand’ero in terza elementare.
Stava cominciando a piovere ed io e le mie compagne di classe eravamo incollate alle finestre a guardare la pioggia.
La amavo, così tanto che canticchiavo una canzone di Fayrouz di cui non conoscevo molte parole se non le prime: “Scendi, o pioggia, scendi perché la nostra felicità cresca”.
Quando uscii di scuola, in attesa dell’arrivo di mia madre, non mi misi al riparo, anzi, me ne stetti felicemente sotto la pioggia scrosciante finché non mi inzuppai del tutto. Ovviamente la cosa non piacque affatto a mia madre, e naturalmente mi presi un bel raffreddore.
Quando nevicava poi, l’intera città andava in tilt. Le scuole chiudevano, le strade si bloccavano, ma per i bambini, e anche per gli adulti, era una festa.
Quando la settimana scorsa il tutto si è ripetuto come ogni anno in diversi paesi del Medio Oriente, in città come Amman, Gerusalemme, Damasco, e persino in Egitto (dove non nevicava da circa cent’anni), mia madre mi ha fatto notare qualcosa di divertente che ci ha fatto pensare con affetto al mondo arabo: è strano che ci si sorprenda della neve ogni anno come se la si stesse vedendo per la prima volta quando in realtà nevica ogni anno lì da noi.
Io ora non sono lì ad Amman, ma i social media mi hanno permesso di vedere i creativi pupazzi di neve di tutto il mondo arabo. E mi manca più che mai vivere la neve lì.
Penso con tenerezza a quanto diventiamo bambini quando ci troviamo in mezzo alla neve.

La dolcezza del freddo, della pioggia e della neve laggiù in Giordania, in Siria e in Palestina tuttavia quest’anno era attraversata dall’amarezza nel mio cuore.
In Giordania e in Siria, nei campi profughi dei siriani, i bambini sono morti di freddo, e a Gaza, migliaia di famiglie hanno vissuto un vero e proprio incubo.
Quello che la popolazione della Striscia sta vivendo mi sembra un’assurdità, un dipinto in stile surreale, un racconto macabro che accompagna lentamente i suoi protagonisti da una realtà ardua e scura in un mondo misto di sapori contrastanti e paradossali: dolore, solidarietà, paura, coraggio, un’inesauribile voglia di vivere da una parte e dall’altra il timore di perdere le ultime forze per continuare a resistere e sperare.
Una città che annega prima nelle acque delle fognature e poi nella pioggia, bimbi che muoiono di freddo anche lì, famiglie che si vedono entrare in casa e nei negozi l’acqua sporca che allaga le strade e che arriva all’altezza di 3 metri in alcune zone, e rovina i loro mobili, le loro merci, le loro speranze, il loro futuro.
Le parole non bastano per trasportarci a Gaza con la mente dalle nostre case calde ed accoglienti.
Non basta dire che la gente sta soffrendo.
Allora mi fermo e cerco di andare oltre le parole, oltre il significante, per arrivare al significato (ecco la deverbalizzazione di cui il mio professore di Francese ha parlato per tutto il semestre).
Cerco di sentire quello che la gente di Gaza sta provando, non per fare una predica moralizzante al mondo e a voi che state leggendo, non per impuntarmi sulla tragedia umana invece che sulle questioni politiche e sociali su cui si può discutere e lavorare più ampiamente, ma perché voglio pensare coerentemente diritti umani e dignità umana.
La seconda sta alla base di qualsiasi discorso si faccia sulla prima.
I diritti umani vogliono proteggere la dignità umana. Ma che cos’è esattamente la dignità umana?
Non è una questione da poco. Non è una domanda semplice a cui dare risposta. Che definizione si può dare a questo concetto?
Non basta andare a guardare sul dizionario il significato di ‘dignità’.
Se lo si fa, si può trovare che ‘dignità’ deriva dal latino ‘DIGNITATEM’, astratto di ‘degno’ (dignum), cioè quella condizione di chi è meritevole di rispetto secondo l’opinione comune.
La parola che mi salta agli occhi qui è rispetto.
Ma che c’entra ora l’etimologia della parola ‘dignità’?
Beh, quello che mi interessa semplicemente sottolineare è che alla base della dignità c’è il rispetto: l’essere rispettati, il sentirsi rispettati, il rispettare se stessi.
Quando ho studiato il concetto di ‘dignità umana’ l’anno scorso nel corso di “Diritti Umani” si è parlato della difficoltà di definirne il significato, e mi è rimasto questo di tutto quello che abbiamo studiato, ed è stata la risposta che ho dato alla mia professoressa quando all’esame mi ha chiesto di definire la ‘dignità umana’: al di là delle diverse definizioni che se ne possono dare, la ‘dignità umana’ incarna quel principio che mi impone di trattare e di interloquire con il soggetto ‘vulnerabile’ (quello a cui sono negati alcuni diritti umani o anche tutti) come mio eguale, e di non fargli sentire di trovarsi in una posizione inferiore né provocargli un senso di disagio e di vergogna.
In parole semplici: rispettarlo.
Non mi piace molto il termine ‘soggetto vulnerabile’ perché implica che il soggetto è vittima, il che implica che io e lui non siamo sullo stesso piano, e che i diritti umani gli saranno calati addosso come un dono. E non deve essere così invece.
I diritti umani devono essere intesi come rivendicazioni portate avanti dai soggetti stessi, come conquiste di libertà, perché si possa eliminare quella corrente di pensiero che invece vede una civiltà come salvatrice di altre.
E allora quando cerco di vedere la situazione con gli occhi della gente di Gaza quello che voglio fare è proprio questo: voglio dare voce a loro, per far sì che la rivendicazione dei diritti umani per il popolo Palestinese, al quale io appartengo (nonostante io non sia nata in Palestina né l’abbia ancora mai vista né possa comunque definirmi una Palestinese del ‘Shatat’), sia una nostra conquista comune come popolo che si scuote via le catene di dosso, in un’intifada che non si esaurisce finché non si conquista la libertà.
Se vogliamo essere liberi, non possiamo aspettare che sia qualcuno a liberarci, ma dobbiamo liberarci da noi.
Perciò tento di appoggiare le voci di alcune storie da Gaza, perché la sento parte della mia umanità e spero di essere parte della sua, perché mi sembra il minimo che si possa fare per portare avanti la lotta per la libertà della sua gente.
Dopotutto, raccontare, narrare storie, ha un potere speciale.
Raccontare le esperienze, i pensieri, le proprie paure, le proprie speranze ci avvicina, crea empatia, ci rende umani.
E questo accade ovunque.
In effetti, c’è una storia che ha avvicinato popoli, non solo persone. La storia di una lotta per la libertà e per la dignità umana. Una storia simile a quella del popolo Palestinese.
Ed è la vita di Nelson Mandela.
Tutti i media hanno parlato di Madiba nelle ultime settimane, dopo la sua dipartita lo scorso 5 Dicembre, e molti si sono riempiti la bocca di paroloni per commemorare la sua vita e quello per cui ha sacrificato 27 anni in prigione, ma mi chiedo se la maggior parte di queste persone sia veramente cosciente del significato del termine ‘Apartheid’.
Se fosse così, dovrebbe essere più che lampante per tutti che esso non è stato sconfitto, non solo in Sud Africa, dove agli abitanti del villaggio dove Mandela aveva chiesto di essere sepolto, il suo villaggio, è stato impedito di assistere alla sua sepoltura, ma anche altrove nel mondo, come a Gaza appunto, e in Cisgiordania.
Le parole di molti leader del mondo di cui non farò i nomi hanno chiamato il mondo a portare avanti le lezioni imparate da Mandela, alcuni hanno ricordato soprattutto il bellissimo principio dell’Ubuntu, quel senso di appartenenza all’umanità, di solidarietà e unità umana, e hanno incoraggiato le persone e gli attori internazionali ad agire tenendo in mente questo principio di solidarietà globale con chi le lotte le sta ancora combattendo.
Belle parole. Ma sono vere?
Nella stessa settimana in cui queste parole sono state dette, la gente affogava nella striscia di Gaza, senza elettricità, senza riscaldamento, senza acqua pulita, senza cibo; ad Al-Khalil (Hebron) i coloni facevano le loro gite nella città vecchia scortati dai soldati e camminavano in strade fatte solo per loro mentre i Palestinesi dovevano camminare, come ogni giorno, per altre vie.
Proprio mentre quelle parole venivano dette, il muro che segrega Palestinesi ed Israeliani continuava ad essere costruito, centinaia di persone si mettevano in fila all’alba in stretti corridoi più simili a gabbie per passare il check-point per andare a lavorare. Come sempre le macchine dei Palestinesi e quelle degli Israeliani correvano su strade diverse e di qualità diverse, e i prigionieri Palestinesi nelle carceri israeliane parlavano delle stesse questioni che Madiba affrontò nella sua vita e nella sua lotta, assieme a quella del suo popolo, per la libertà.
Oggi, Samer Issawi, prigioniero Palestinese che ha condotto il più lungo sciopero della fame della storia, 278 giorni, verrà rilasciato, inshaAllah.
Per parlare di lui non bastano alcune righe di questo articolo. Ne servirebbe un altro, per descrivere come lui, e Gaza, siano esempi di dignità umana.
Questo avvenimento comunque mi fa pensare a come veniva dipinto Mandela e pensato trent’anni fa dai governi dei paesi che oggi celebrano la sua lotta, e come vengono dipinti e pensati oggi i prigioni palestinesi.
Mandela era sulla lista nera degli Stati Uniti, era considerato un terrorista, e in Europa si disegnavano volantini che incitavano alla sua impiccagione.
Oggi invece quegli stessi paesi ne parlano come fosse un loro eroe.
Intanto i prigionieri politici Palestinesi sono ancora visti come era visto lui in quella non tanto lontana epoca.
E’ curioso come tutte queste similitudini siano lasciate volontariamente all’ombra in un mondo in cui tutti vogliono la Giustizia e la Libertà di tutti.

Tutto questo mi ha fatto riflettere molto, e mi ha fatto capire che per perseguire la giustizia, dobbiamo cominciare ad agire da noi per realizzarla, un passo alla volta, a partire dalla propria vita.
Se ciascuno di noi persegue la giustizia e la libertà propria e degli altri, tutti assieme perseguiremo la giustizia per tutti.
Dobbiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo. Dobbiamo spezzare le ingiustizie con piccoli atti che anticipano il miglioramento che vogliamo realizzare.
Dobbiamo aprire gli occhi e le orecchie e pensare con la nostra testa.
E’ molto difficile farlo. Spesso alcuni credono di pensare con la propria testa ma sono ancora guidati dagli altri.
Tra le mie preghiere ricorrenti, chiedo sempre di avere una ‘chiara visione’ delle cose, in arabo ‘Hosn al-baseera’.
Spero di poter sempre riconoscere la semplice distinzione tra ciò è giusto e ciò che non lo è, nel senso di ‘ciò che persegue la giustizia’ da ciò che non lo fa.
Per farlo, dobbiamo pensare agli altri, perché la giustizia non può essere esclusiva. Deve includere tutti per essere tale.

English:image

Last week the Middle East was hit by bad weather, rain and snow.
I remember that when I was a child and lived in Jordan I used to feel happiness in the air when rain and snow came.
I remember particularly one day when I was in third grade.
It was starting to rain, and my friends and I were glued to the window to look at the grey loaded clouds.
I loved rain, so much that I couldn’t keep myself from humming a song of Fayrouz, the first words: “Come down, rain, come down, so that our happiness grows”.
When I came out of school, as I waited for my mother to come pick me up, I stubbornly avoided any shelter and proudly stood under the rain until I was totally soaked. My mother wasn’t proud at all of what I had done of course, and I eventually got a cold.
The times it snowed, the whole city would stop. Schools would close, streets would be blocked, but happiness filled the childrens’ hearts, and adults’ as well.
When all of this happened last week, like every year in several countries of the Middle East, in cities like Amman, Jerusalem, Damascus, and in Egypt as well (where it hadn’t snowed for about a hundred years), my mother pointed out a quite funny thing that made us think with love of the arab world: it’s weird that we are surprised by the quantity of snow every year even though it snows heavily every year in our countries.
I am not in Amman now, but the social media have given me the chance to see the creative snowmen of all the arab world. And I miss living snow there more than ever.
I think with affection of how we all turn into children when we are in the middle of the fluffy snow.

The sweetness of the cold, the rain and the snow in Jordan, Syria and Palestine this year was mixed with bitterness in my heart.
In Jordan and Syria, in the syrian refugee camps, children died because of the freezing cold, and in Gaza, thousands of families lived a true nightmare.
What the people of Gaza are living is madness, a portrait in surreal style, a grim tale that takes its characters from a difficult and hard reality into a world of mixed and paradoxical feelings: pain, solidarity, fear, courage, an endless desire to live on one hand, and on the other the fear of loosing the last energies to keep on resisting and hoping.bilde
A city drowning first in raw sewage and then in rain water, children dying for the cold there too, families whose homes are flooded by the water (about three meters high in some areas), which ruined their furniture, goods, hopes and future.
Words do not suffice to take us to Gaza from our warm, cozy homes.
It is not enough to say people are suffering.
So I try to go beyond words, beyond the form, to reach to the meaning (here is what my French professor has spoken about all semester: deverbalization).
I try to feel what the people of Gaza feel, with no attempt of lecturing the world or you who are reading this, and not because I want to insist on the human tragedy instead of the social and political issues that can be discussed more widely, but rather because I want to think coherently human rights and human dignity.
The second is at the core of any reasoning about the first.
Human rights aim to protect the human dignity. But what is exactly human dignity?
It’s not an irrelevent issue. Nor is it a question to which we can answer easily. What definition can we give to this concept?
It’s not enough to check out the meaning of ‘dignity’ in the dictionary.
If we do so, we find that ‘dignity’ derives from the latin ‘DIGNITATEM’, abstract for ‘dignum‘, meaning the condition of who is considered to be worthy of respect by the common opinion.
The word I notice first here is ‘respect‘.
But what has the etymology of the word ‘dignity’ to do with what I was saying?
Well, I simply mean to point out that at the base of ‘dignity’ there is respect: being respected, feeling respected, respecting oneself.
When I studied the concept of ‘human dignity’ last year in the “Human Rights” course, we discussed how difficult it is to define its meaning, and I was left with this answer at the end, and it was the one I gave my professor when she asked me about it during the exam: regardless of the definitions we can give to this concept, ‘human dignity’ is that principle that obliges me to deal and speak with the ‘vulnerable individual’ (who is denied some or all human rights) as my equal, to not make him or her feel on an inferior level nor to cause him/her to feel discomfort and shame.
In other words: it means to respect the individual.
I don’t like the terms ‘vulnerable individual’ because they imply that the person is a victim, which implies we are not on the same level, and it means that human rights are intended to be granted to the vulnerable as a gift. It should not be like that.
Human rights should be understood as claims and demands carried out by the individuals themselves, as achievements of freedom, in order to eliminate that way of thinking that sees one civilization as the saviour of the others.
So, when I try to see things as they are seen by the Gazans I am trying to do precisely one thing: make them speak, so that human rights for the Palestinian people, to which I belong (even if I wasn’t born in Palestine and I haven’t seen it yet, nor can I say I am a Palestinian of the ‘Shatat’), are a common achievement of a people that shakes off its chains in an intifada that doesn’t expire till we reach freedom.
If we want to be free, we can not wait for someone to free us. We have got to free ourselves on our own.
That’s why I try to support some stories and voices from Gaza, because I feel Gaza is part of my humanity and I hope to be part of hers, and because I believe it is the least I can do to support the struggle for freedom of its people.
Telling stories, after all, has a special power.
Narrating our experiences, thoughts, fears and hopes brings us closer, it creates empathy and it makes us human.
In fact, there is a story, that has brought together not only inviduals but whole peoples, the story of a struggle for freedom and human dignity that is much similar to that of the Palestinian people.
And that is the life of Nelson Mandela.
Media have talked widely about Mandela in the last weeks, since his passing last 5th December, and many have made some important rhetorical speeches to commemorate his life and that for which he sacrificed 27 years in prison, but I wonder if many of those people truly know the meaning of ‘Apartheid’.
If it was so, it would be blatant to everyone that apartheid has not been completely defeated, not only in South Africa, where the people of Mandela’s village, where he had asked to be burried, weren’t allowed to assist to his burrial, but also in other parts of the world, like in Gaza and the West Bank.
The words of many leaders whose names I will not say have called the world to cherish the legacy and lessons learnt by Mandela, some have also used the beautiful principle of Ubuntu, a sense of belonging to humanity, a human solidarity and unity, and they have encouraged people and international actors to act keeping in mind that principle of global solidarity with those who are still fighting the battles for freedom.
Beautiful words indeed. But are they true?
In the same week in which they were spoken, people were drowning in Gaza, without electricity, with not heat, no clean water, no food; in Al-Khalil (Hebron), at the same time, settlers were visiting the ancient city, escorted by soldiers, and could walk on specific streets while the Palestinians had to tread, like always, on others.
While these words were said, the separation wall between Palestinians and Israelis kept on being built, hundreds of Palestinians had to line up for hours, since dawn, in a tight corridor that resembles a cage to pass through the checkpoints and go to work.
Like always Palestinian and Israeli cars ran on different streets of different qualities, and the Palestinian prisoners in the israeli jails were discussing the same issues that Mandela had to face during his life and struggle for freedom.
Today Samer Issawi, Palestinian prisoner who went on the longest hunger strike ever, 278 days, will be released inshaAllah.
To talk about him in a few lines here is not possible. I’d need to write a whole new article to describe how he, and Gaza, act with human dignity.
But his release makes me think of the way Mandela was seen and thought of thirty years ago by the governments of the same states that celebrate his struggle in our days, and of how the Palestinian prisoners are still seen today.
Mandela was on the black list of the U.S., and he was considered a terrorist. Fliers were drawn in Europe calling for his hanging and death.
Today instead those same states speak about him as if he was their own hero.
It’s interesting how all these similarities are kept volontarily in the shadows today, in a world where everyone wants Freedom and Justice for all.

All this has made me think a lot, and I realized that in order to pursue justice, we need to start taking action, one step at a time, in our own lives.
If each one of us pursues justice and freedom for himself and the others, we will all achieve these things eventually for eveyone.
We need to be the change we want to see in the world. We need to break the injustices with small acts that anticipate the improvement we want.
We need to open our eyes and our ears and think with our own minds.
And that’s not easy at all. It often happens that we may think we’re being indipendent in our thinking, but we’re actually still lead by someone else.
Among my recurring prayers is that I may have a ‘clear vision’ of things, in arabic “Hosn Al-baseera”.
I hope I will always be able to make a simple distinction between what is just and what is unjust.
In order to do so, we need to think of others, because justice can not be exclusive. It needs to be inclusive of eveyone, otherwise it’s no justice.