Una narratrice

Ada Lonni.  - Martin Ivo Photograph

Ada Lonni.
– Martin Ivo Photograph

Quando sono entrata in aula all’inizio di Ottobre, prima lezione di “Storia contemporanea del Mediterraneo”, non sapevo di essere sul punto di incontrare e conoscere una di quelle persone speciali che non si incontrano spesso nella vita, quelle che ti ispirano coraggio e determinazione, e che ti cambiano un po’, perché ti fanno riflettere su come perseguire con coerenza ed intelligenza le tue aspirazioni.

Queste persone non hanno dimenticato il vero significato dell’umanità in un’epoca in cui tutto è frenetico e superficiale. Un giorno incontrano un’idea, una causa, un mondo diverso, ascoltano una canzone, o si lasciano toccare il cuore dal suono affascinante di una lingua che non sanno parlare, e si innamorano.

La professoressa Lonni era una di queste persone. Si era innamorata sinceramente della Palestina, di quell’amore che rende coraggiosi ed ostinati, quello che ci spinge a conoscere fino in fondo il soggetto del nostro amore, nei suoi dettagli più piccoli ma estremamente significativi. Senza quelle piccole cose, dopotutto, l’amato non sarebbe lo stesso. Sapeva esprimere e descrivere questo sentimento con bellezza ed ironia: i caffè arabi nelle movimentate città palestinesi, i carovanserragli, le mura di Gerusalemme, i viaggiatori mascherati, i hakawati (“narratori”, “cantori di storie”) che narrano le gesta dei califfi e degli eroi.

Non so se sapesse di assomigliare molto a queste figure che tanto ammirava.
Quando ne parlava le brillavano gli occhi. È bello ascoltare un professore che spiega con passione. Ci sono momenti, durante le lezioni, in cui si tocca un tema particolare, e vedi quella luce illuminare il volto dell’insegnante. Ecco la passione che l’ha spinto/a a dedicare la vita a studiare quel particolare. Lo ama così tanto che sa trasmetterti precisamente quale, tra i tanti, è l’aspetto che trova, dopo anni ed anni di insegnamento, ancora così affascinante, così intellettualmente stimolante.
In quel momento ti dona qualcosa di prezioso, e se riesci a conservare un pezzettino di quella passione e a trattenere quella domanda che il tuo insegnante ha deciso di porre al mondo, forse riuscirai a portare avanti, assieme alla tua domanda, anche la sua.

La professoressa Ada Lonni era così. Sedeva sulla cattedra, le gambe sottili accavallate ed incrociate, la figura affusolata, rifiutandosi di usare il microfono nonostante la grandezza dell’aula e la sua voce delicata. Ci invitava piuttosto ad avvicinarci, a sedere in prima fila, per ascoltarla meglio. Ci offriva un cioccolatino.
Poi cominciava. Il suo era un racconto lungo centinaia di anni.
Un paio di fogli in mano, per leggerci con divertimento del viaggio del pellegrino di Bordeaux, degli articoli sul comportamento da tenere per i pellegrini in Terra Santa di Felix Fabri, degli orientalisti affascinati e straniti dagli abiti degli “orientali”, per raccontarci di Chateaubriand che chiedeva che fosse messa una targhetta con il suo nome nei pressi delle piramidi pur non avendole visitate. Non aveva avuto tempo, ma la gente doveva pensare che ci fosse stato…

Ci raccontava di come lei avrebbe voluto viaggiare mascherata, come Burckhard, Burton e Aly Bey, per poter vedere la Mecca, per poter entrare nel Haram, per poter conoscere la gente da vicino, senza intermediari.
È così che ha conosciuto la Palestina. Non se l’è fatta raccontare da nessuno che non la amasse quanto la sua gente. L’ha conosciuta facendoci amicizia, andandole incontro a braccia aperte, e venendo accolta tra le braccia dei palestinesi.

Era una hakawati, una viaggiatrice curiosa e coraggiosa, insaziabile di conoscenza, umana. Vedeva nell’altro il riflesso della propria umanità, e riusciva per questo a vivere l’empatia come una spinta propulsiva per il cambiamento, per la critica e per la lotta contro l’ingiustizia.

Gerusalemme

Gerusalemme

Chiacchierando durante la pausa che ci dava a metà lezione, un giorno, abbiamo condiviso un pensiero che mi tengo nel cuore come suo ricordo. Eravamo entrambe d’accordo sul fatto che la lotta per la libertà e la giustizia in Palestina si dovesse articolare e svolgere anche sul piano culturale. Lì le aspirazioni palestinesi rimanevano coerenti, autentiche, e venivano espresse al meglio. Le cose non sono complicate, il conflitto non dura da così tanto tempo perché alla gente piace semplicemente fare la guerra, le parti in causa non sono irrazionali.
Non si può pretendere di trattare la questione mettendo sullo stesso piano attori che hanno responsabilità diverse e che hanno agito in modi differenti tra di loro.
“Diciamo che le cose sono complicate quando non abbiamo il coraggio di dire come stanno veramente” mi ha detto un’altra volta. Aveva proprio ragione. Diciamo che sono complicate quando non abbiamo il coraggio di affermare con onestà e senza paura che sono ingiuste, che devono essere cambiate, che noi abbiamo una responsabilità e un ruolo nel modificarle.
Queste sue convinzioni l’avevano portata a fare qualcosa di concreto per sostenere la resistenza culturale palestinese tramite la campagna “Palestina raccontata” e nel suo costante impegno per far conoscere alla gente la storia palestinese.

Sono grata di averla conosciuta, come insegnante e come persona.
Ada Lonni è stata proprio uno di quegli individui stupendi che si lasciano guidare nella vita dal loro senso di giustizia e dalla loro passione, quelli che sanno essere coerenti e che sanno dedicarsi pienamente a ciò in cui credono.
Dirle addio è doloroso.
Ora invece restano le parole che ha scritto, e quelle che ci ha detto a lezione, e il ricordo di questa esperienza. Rimane la memoria di una donna forte, di un’insegnante vicina ai suoi studenti, e di molti altri aspetti di lei che ognuna delle persone che l’hanno conosciuta conserva nel proprio cuore.

La ringrazio, da lei ho imparato tanto.

La ferita ereditata / The inherited wound

— English version follows (scroll down) —olive trees

A volte mi piace immaginare come sarebbe stato se fossi nata in un’altra epoca.
Mi chiedo sempre: dove sarei nata?
Se potessi riavvolgere il rullino del tempo.. sarei nata in Palestina, a Nablus?
Se la storia avesse preso un altro corso, e non ci fosse mai stata l’occupazione sionista di quella terra, sarei nata lì?
O sarei comunque nata altrove, per altre contingenze e ragioni?
Avrei giocato all’ombra di un ulivo, imparando ad arrampicarmi sui suoi forti rami? Avrei corso giù per le colline, inventando i giochi che mio padre faceva con i suoi amici?
Se fossi nata in Palestina, avrei respirato quell’aria profumata di antico mentre contribuivo a far fiorire quella terra, a farla crescere, a farla sorridere?
Avrei accolto con la ricca generosità ed ospitalità del popolo Palestinese chiunque avesse amato quella terra come la amava la sua gente?

Di fatto, non sono nata lì, ed ufficialmente, è come se non ci fosse mai nato nessuno dei miei nonni.
Il fatto che mio padre sia nato a Nablus e che ci siano terreni appartenenti ai miei nonni in diverse parti della Palestina, non significa che io possa dire di essere Palestinese.
Io sono Giordana, sono Italiana. Non sono Palestinese.
Farah Chamma, giovane poetessa che vi consiglio vivamente di andare a cercare, ha recitato una bellissima poesia che dice proprio questo: I am no Palestinian.

E allora perché mi riecheggia continuamente nell’anima il desiderio di vedere un luogo che non ho mai toccato?
C’è una nostalgia segreta per qualcosa di sconosciuto nel mio cuore.
“Khafiqi”, come lo chiamava Darwish, questa cosa che mi batte nel petto.. è piena di amore per diversi luoghi della mia vita, ma in un angolo c’è una ferita ereditata che non riesce mai a guarire.
La Palestina è una ferita nel mio cuore.
Quando riabbraccio l’alba di Amman dopo una lunga separazione, un lontano richiamo reclama la stessa pace di quel mattino giordano in Palestina.
Quando i verdi della natura si imprimono nei miei occhi e riempiono i miei polmoni del profumo della pioggia estiva italiana, un angolo dell’anima cerca i colori di un altro luogo e il profumo di una strada su cui non ho mai camminato.

E poi capisco che questa Palestina del mio cuore non esiste.
Se andassi in Palestina non troverei queste immagini romantiche ed idealistiche. Ne troverei altre, più imperfette ed autentiche, più colorate, più eterogenee, più inaspettate, più vere.
Quello che sogno sarebbe solo una parte di quello che è veramente.
Vedrei cadere alcune idee, ma ne vedrei anche nascere di nuove. E farei un passo avanti nel sapere cosa desidero per quello che è rimasto irrimediabilmente nel mio passato.
Forse riuscirei ad integrarlo nel mio futuro.

In Palestina si vive e si muore, si cresce, ci si ama, ci si odia. Si sbaglia, a volte si perde, a volte si vince… In quella terra nessuno è perfetto, proprio come in qualsiasi altra parte del mondo.
In quella terra si è umani.
Se fosse libera dall’oppressione potremmo smettere di idealizzare Falasteen, e potremmo cominciare ad amarla veramente, per quello che è, per quello che era, e per quello che può diventare.
Ma mentre lotta per quella libertà, non posso che amarla per l’umanità di cui continua a sanguinare.

English version:

Nablus, Palestine

Nablus, Palestine

Sometimes, I like to imagine how my life would have been if I were born in another time.
I always wonder: where would I’ve been born?
If I could turn back time… would that be in Palestine, in Nablus?
Had history run down a different path, and had Zionist occupation never occurred in that land, where would I be?
Would I be there, in Falasteen? Or would I be somewhere else because of other reasons?
Would I have played in the shade of olive trees, learned to climb on top of their strong branches, run down the hills, invented the games my father used to play with his friends?
Was I born in Palestine… would I have breathed its ancient scented air, helped make its land bloom and flourish, made it smile?
Would I have welcomed with the typical generosity and hospitality of the Palestinian people all those who visited that land and loved it like its people did?

But I wasn’t born there. And officially it’s as if none of my grandparents ever was there.
The fact that my father was born in Nablus or the fact that there are lands my grandparents owned in different parts of Palestine doesn’t mean I can say I’m Palestinian.
I’m Jordanian, I’m Italian. But I’m not Palestinian.
Farah Chamma, a young poet I highly encourage you to check out, has written and recited a beautiful poem about this: I am no Palestinian.

So why does the wish to see a place I’ve never been to echo so loudly in my soul?
There’s a secret nostalgia for something unknown in my heart.
“Khafiqi”, as Darwish calls it, this beating heart in my chest, is full of love for different places of my life. Yet there is in an angle of it, an inherited grief that never heals.
Palestine is a wound in my heart.
When I embrace the dawn of Amman after a long separation, distant voices reclaim the same peace of that Jordanian morning in Palestine.
When the green shades of nature fill my eyes and lungs of the scent of Italian summer rain, a remote piece of my soul searches for colours of another place and for the air of a street I’ve never walked.

Then I acknowledge that my heart’s Palestine does not exist.
If I went to Palestine, I wouldn’t find these romantic and idealistic images.
I’d find other imperfect ones, more authentic, coloured, heterogeneous, unexpected, true.
What I dream of would be only a part of that which truly is.
I’d see some ideas fall, but others would rise up in their place. I’d make a step forward in knowing what I want for what has irreparably stayed in my past.
Maybe I’d be able to integrate it in my future.

In Palestine life starts and ends, children grow up, people love and hate, some lose, others win… In that land, nobody’s perfect, just like anywhere else in the world.
People are simply human.
Was it free from oppression, we could stop idealizing Falasteen and start loving it for what it is, for what it was, and for what it can become.
But while it struggles for its freedom, I can not but love it for the humanity it keeps on bleeding.

Il mio viaggio alla scoperta della Palestina / My Journey in the discovering of Palestine

(Scroll down for the english version)_D8_AD_D9_86_D8_B8_D9_84_D8_A9_large

Versione Italiana:

Da dove cominciare a raccontare le storie palestinesi se non da me stessa?
Anche se la mia non sarà la storia di qualcuno che la Palestina l’ha vista e ci ha vissuto, penso che possa comunque, in qualche modo, raccontare la storia di molti che la amano e che ne sono figli e che si sono sentiti raccontare tante storie dai nonni e dai genitori, ma che questa terra l’hanno toccata solo nelle immagini sfuocate che comparivano nelle loro fantasie ascoltando da bambini i racconti altrui.
La mia storia con la Palestina nasce nell’infanzia, proprio attraverso i racconti dei miei genitori e della mia famiglia, e attraverso la televisione.
Le parti che compongono il mio essere oggi sono molteplici e hanno tutte un valore ed un’importanza fondamentale.
Ciascuna di queste parti mi ha dato qualcosa di diverso e di speciale, e le amo tutte e tre: quella palestinese, quella giordana, quella italiana.
Spiegare tutto il percorso che porta queste diverse identità culturali a convergere in me sarebbe troppo lungo e mi distoglierebbe dal raccontarvi chiaramente quello che vorrei condividere con voi.
E’ stato necessario nominarle però per indicare che una parte della mia infanzia l’ho vissuta in Giordania, e che è lì, ad Amman, in un’età in cui ogni racconto prende vita attorno a te e assume una realtà quasi tangibile, in un atteggiamento simile a quello che ti coglieva quando ascoltavi una fiaba, che ho conosciuto per la prima volta la Palestina.

La Seconda Intifada, 1999/2000.
Avevo 7-8 anni, e ricordo davvero bene, e di questo sono felice, le sensazioni che provavo al tempo, sentendone parlare dai miei genitori, in televisione e a scuola.
Ariel Sharon, primo ministro israeliano dell’epoca, entrò nella moschea di Al-Aqsa con un plotone di soldati che lo proteggessero, scatenando la rabbia del popolo palestinese, e di tutto il mondo arabo.
Fu scandalo. Erano i tempi in cui il mondo arabo si scandalizzava ancora. Quelli in cui dichiarava ancora unimamente di essere al fianco del popolo palestinese, e di non aver dimenticato la sua tragedia.
Erano tempi in cui un’usurpazione del genere veniva ancora intesa in tutto il suo significato e in tutta la sua gravità.
Ora, a distanza di 13 anni, mi sembra incredibile che ormai nella moschea di Al-Aqsa i soldati israeliani ci entrino quando e come vogliono, e che il mondo arabo resti a guardare senza il minimo scandalo, e che la notizia non sia più causa di Intifada.
A 13 anni da allora, lo scorso 15 Maggio, le forze israeliane hanno represso con la violenza le proteste palestinesi in memoria della Nakba nella spianata della moschea, hanno impedito la preghiera della sera e l’adan (la chiamata alla preghiera) per la prima volta dal 1967, e questo è stato riportato in televisione con urgenza, e ha fatto scorrere le mie lacrime, e probabilmente le lacrime di molti altri, ma non ha scosso minimamente il mondo arabo nella sua interezza.
Perché il fattore vincente di Israele, il tempo, funziona così.
Ad ogni modo, torno indietro.
L’intifada scoppiò nei territori della Cisgiordania e a Gaza, dove palestinesi di tutte le età lanciavano pietre e sassi contro i tank israeliani e i soldati armati fino ai denti, che sparavano di rimando.
In televisione le immagini dei bambini della mia età e di altri poco più grandi, coinvolti nel conflitto, mi lasciavano senza parole, e mi segnavano.
Nella mia scuola, in cui, tutte le mattine, entrando in classe in ordine, in fila indiana, le canzoni di Fairouz allietavano gli inizi delle nostre giornate, “Zahrat Al-Madaen” (“La Rosa tra le città”) riempiva le mura di un misto di tristezza e di promesse di liberazione. La imparavamo a memoria, e la cantavamo anche noi, e pur essendo delle bambine, chiedevamo e parlavamo di Palestina.
Nella società giordana, una parte è di origine palestinese.
E così dunque anche nella mia scuola. Eravamo tutte giordane, ma alcune di noi scoprirono che effettivamente i loro nonni erano stati una volta nella terra che ora veniva mostrata in televisione tutti i giorni.
All’improvviso sapevamo tutte da quali città palestinesi erano originarie le nostre famiglie, e i nomi di queste città ci divennero presto familiari e noti.
Nel mio gruppetto, io sapevo che la mia famiglia era originaria di Nablus. Tra le mie amiche, quelle con famiglie di origine palestinese conobbero anche loro i nomi della città che non avevano mai visto: Haifa, Yafa, Al-Quds (Gerusalemme), Al-Khalil (Hebron), e così via.

Ricordo in particolare in quegli anni un giorno a casa di mia nonna in cui vidi in televisione il video-clip di una canzone che fece storia nella mondo arabo, “El-Helm el-Arabi” (Il sogno Arabo), canzone intonata dai più celebri cantanti arabi del momento e dalle più belle voci di allora, dagli accenti abbastanza ‘panarabi’, che chiamava all’unione e in cui venivano mostrate immagini dopo immagini di soldati israeliani che colpivano, uccidevano, distruggevano, picchiavano bambini, strattonavano donne, minacciavano.
Non ebbi che da scoppiare in lacrime.
Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi di Nablus.
Mia madre e mio padre ci avevano sempre spiegato le cause degli eventi che vedevamo svolgersi sullo schermo. A casa nostra niente rimaneva mai non-detto. Mia madre soprattutto ci incoraggiava sempre ad esprimerci su quello che stava accadendo, e anche più avanti nella mia vita, fu sempre grazie al confronto con lei che riuscii a sviluppare meglio i miei argomenti e la mia consapevolezza riguardo la causa palestinese.
Quando scoprii che mio padre non era solo originario, ma che era persino nato a Nablus, e che ci aveva vissuto fino a quando non aveva compiuto anche lui quella mia stessa età!, una grande emozione e una grande curiosità mi riempirono.
I suoi racconti di Nablus erano racconti di tutti i giochi possibili ed immaginabili, di tutti i giorni più felici dell’infanzia, di tutti i dolci più buoni, di tutte le sue memorie più vivide.
Erano ricordi belli, che mi facevano ridere, e che volevo mi venissero raccontati ancora e ancora, perché non mi annoiavano mai.
Mi parlava di lui, seduto al balcone di casa a guardare le bambine che giocavano nel cortile, e che poi osservava il venditore di gioccattoli e petardi che passava per strada, di quella volta che se ne comprò un paio nonostante la nonna gliel’avesse proibito, di come si fece male, di come la madre lo curò.
Mi raccontava delle giornate trascorse nel negozio con mio nonno, dei venerdì mattina in cui andava a prendere un piatto di Humus e uno di Fool (Fagioli) e li portava al negozio del nonno, dove facevano colazione assieme, dei giorni di festa in cui suo nonno gli dava 5 centesimi con cui poteva comprarsi praticamente il mondo.

E’ così che ho conosciuto la Palestina.
O almeno, questo è il primo ricordo che ho di quello che ho provato per questa terra e per questa causa.
Oggi la Palestina è la parte del mio essere che mi insegna il significato della lotta per la libertà, dell’amore per la dignità, e della domanda sulla Giustizia.
Oggi è probabilmente anche la parte più idealistica di me stessa. So che è sicuramente diversa in alcuni aspetti da come me la immagino io.
Per ora, soprattutto in questo periodo, è quella parte che non so come… esprime dentro di me gli ideali, le speranze, forse un po’ la spericolatezza di sperare anche troppo, di credere troppo nei sogni e nei diritti, quell’impulsività che è caratteristica un po’ di tutti i giovani, per quanto vogliano essere realistici e cinici.

La Palestina è nel mio immaginario una fiorente ragazza innamorata di un giovane lontano, che crede ancora in lei. Ed è al contempo una madre che abbraccia i figli che ha ancora in casa e che prega per quelli lontani e che non può più vedere. Ed è poi anche una nonna, con infinite storie da raccontare ai suoi nipoti e a chi è curioso di conoscerla meglio.
Ho tanto altro da raccontarvi su come ho continuato il mio percorso di scoperta della Palestina, e su tante altre storie sulle generazioni di palestinesi passate e presenti, che sveleranno il volto familiare di questa terra che la Storia ci descrive solo come un luogo dilaniato da un conflitto irragionevole e senza fine.

Absolutus, una narratrice.

English version:

Where should I start from in telling you about the Palestinian stories if not by narrating my own story?
Even though I have never seen Palestine or lived in it, I think my experience can still, somehow, recall the stories of many who, like me, love this land, as they are its sons and daughters, and have been told a lot about the cause and the history of Falasteen by their parents and grandparents. Those people have had the possibility to see Palestine only in the blurred images that appeared in their fantasies when they were children, listening to the stories of others.
My story with Palestine starts in my childhood, through the narrations of my parents and family, and through the images I saw of it on TV.
I am today the result of a mixture of different cultures. Each of these has its importance and value for me, and I cherish them all: the Palestinian identity, the Jordanian one, and the Italian.
Each of these has given me something special and unique.
To explain why and how these different identities converge in me would take too much time and would turn me away from concentrating on the experiences I want to share with you here.
I needed to briefly name them though as I lived a part of my childhood in Jordan, and it is there, in Amman, in an age in which every story comes to life around you and is almost tangible, just like it used to be when you listened to fairy tales before going to sleep, that I first learned about Palestine.

The Second Intifada, 1999/2000.
I was 7 or 8 years old, and I can still remember very vividly, and I’m happy about that, the things I felt in those times, while hearing about it on tv, in school and from my parents.
Ariel Sharon, israeli prime minister in those years, entered the Al-Aqsa mosque with a squad of soldiers who protected him, arousing the anger and frustration of the Palestinian people and of the whole Arab world.
It was a scandal.
Those were the days in which the arab world still outraged. Those were the times in which it still declared unanimously that it stood by the Palestinian people and that it hadn’t forgotten their catastrophe.
Those were the times in which such an act was understood in all its seriousness.
Now, 13 years later, it seems incredible to me that the israeli forces enter Al-Aqsa mosque whenever and however they please and that the arab world does absolutely nothing about it, nor does it outrage. The news do not kindle Intifadas anymore.
13 years later, on the 15th of May, the israeli forces repressed with violence the protests of Palestinians on the 65th Nakba day, in the area in front of the mosque, banning the prayer of the evening and the adan (The call tothe prayer) for the first time since 1967. This was ‘breaking news’ on tv, and it made me cry, as it probably caused many others to do the same, but it didn’t shake the arab world as it would have done in the past.
This is the winning factor of Israel afterall, Time. It works this way.

Anyway, let’s go back.
The Intifada broke out in the West Bank and in the Gaza strip. In both areas Palestinians of all ages threw rocks at israeli tanks and armed soldiers, who responded with gun fire.
The images on tv of children my age, or only few years older than I was, left me speechless and left a mark in my heart.
In my school, where every morning, while entering in our classes with order, the songs and beautiful voice of Fairouz started positively our days, “Zahrat Al-Madaen” (The Rose among cities) filled the air with both sadness and the promises of liberation.
We learnt it by heart and we sang it as well, and even if we were only small girls, we asked and talked about Palestine.
In the Jordanian society, a part is of Palestinian origins.
And so it was in my school. We were all Jordanians, but some of us discovered that their grandparents had been once in that land that we used to see on tv everyday.
All of a sudden, we all knew which were the cities our families were originally from, and their names became familiar and well-known for us.
In my group of friends, I knew my family was originally from Nablus. Those of my friends whose families were Palestinian learnt as well the names of the cities thay had never seen: Haifa, Yafa, Al-Quds, Akka, Al-Khalil, and so on.

I still remember in particular, in those years, a day at my grandma’s house in which I saw on tv the clip of a song which made arabic music history, “El-Helm el-Arabi” (The arab dream), sung by the most famous voices of those times, with a quite ‘pan-arab’ tone, which called for unity. In the video images of israeli soldiers killing, hitting people, destroying, beeting children, menacing and harassing women were shown.
I couldn’t but burst out crying.
That was when my father started telling me about Nablus.
My parents always tried to explain to us the causes of the things we were witnessing on tv. In our house nothing was ever left un-said.
My mother especially used to encourage us to express ourselves regarding the events, and also later in my life, it was always thanks to the confrontation of my ideas with hers that I could develope my knowledge and arguments about the Palestinian cause and story.
When I discovered my father was not only original from Nablus, but that he was also born there and that he had spent his childhood, till he had become my age at that time, there, I was filled with excitement and curiosity.

His stories about Nablus were stories of the best games he had ever played, the best days of his childhood, the best sweets he had ever tasted, the best memories he had.
They were happy stories, which made me laugh. I never wanted him to stop telling me about those times.
He told me about when he was a child, sitting on the balcony, watching the girls play in the garden or the seller of some toys and those small firecrackers, walking down the street, and of that time when he bought some, even though my grandmother had told him not to do so. He told me, laughing, of how he injured himeself, and of how his mother healed him.
He told me about the Friday mornings spent with my grandfather in the shop, where he used to bring a plate of Humus and one of Fool (beans) and have breakfast with him, and of the days of Eid (festivity) when his grandfather used to give him 5 cents, which he would use to buy a great bunch of stuff he loved.

This is how I first learned about Palestine.
Or at least, these are the first memories I have of what I felt for this land and for this cause.
Today, Palestine is the part of my being that teaches me the meaning of the struggle for Freedom, the meaning of the love for Dignity, and that of the question on Justice.
Today, it is probably also the most idealistic part of me. I know it is different in some aspects from what I imagine it to be.
For now, especially in this phase of my life, it is the part of me that.. expresses best the ideals, the hopes, maybe the too daring hopes and too daring will to believe in dreams and rights. It expresses that impulsive feeling that is
common to youth, even when they try to be the most realistic and cynical they can.
I imagine Palestine to be a blooming girl, in love with a young man who still believes in her. It is at the same time a mother who embraces the sons and daugthers she still has home and who prays for those she can’t see, far away from her. She is finally also a grandmother, with so many stories to tell her grandchildren and those who are curious to get to know her better.
I have so much else to tell you about my path in learning about Falasteen, and I have so many stories about generations of Palestinians of the past and of the present, which will reveal to you the unknown, familiar face of this land, which History has always depicted only to be a territory torn in pieces by a never ending and sensless conflict.

Absolutus, a storyteller.