Si chiama Sumud

Forse è vero che non possiamo comprendere pienamente la dimensione della nostra umanità senza aver prima conosciuto la sofferenza. Forse non possiamo veramente dire di aver intuito che cos’è, molto in fondo, ciò che ci rende umani, senza aver prima compreso il significato del dolore.
L’umanità non è forse senso di incompletezza, bisogno degli altri esseri umani?
Una costante necessità di raccontarci, spiegarci, interpretarci, dirci l’un l’altro chi siamo e chi vogliamo diventare, di condividere le nostre visioni sul senso della vita e sul vivere comune.

Siamo relazione, e viviamo forse più intensamente e più consciamente l’incontro con gli altri proprio quando facciamo esperienza della sofferenza.
Non voglio fare, con questo, del romanticismo. Non pensiamo mai che il dolore sia bello finché ci stiamo dentro e cerchiamo di liberarcene. Proveremo sempre ad uscirne, lotteremo sempre per allontanarlo da noi, intraprenderemo esperienze e viaggi, interiori ed esteriori, spirituali e fisici, per poter porre fine alle forme di sofferenza che viviamo.
Le nostre capacità di liberarcene, tuttavia, dipenderanno fortemente da fattori molto più forti di noi, dalla possibilità di accedere a risorse che ci vengono negate o concesse, da poteri politici, sociali ed economici che determinano fortemente i rapporti in cui viviamo con gli altri.

È qui, nell’intersezione di questi poteri e degli effetti che producono sulle nostre esperienze del mondo, che vivere la sofferenza e il dolore ci permette di accedere ad una comprensione più approfondita della nostra umanità. L’ingiustizia, l’oppressione, la marginalità, l’esclusione, la deprivazione materiale e/o spirituale, quando vengono riconosciute come tali da chi le vive, riescono a scoprire quello che i discorsi delle varie forme di potere offuscano e obliterano dalla coscienza delle persone e delle collettività in cui queste vivono ed interagiscono. Via le categorie, via le dicotomie, via gli slogan vuoti e senza senso.

Vivo questo dolore, questa deprivazione, questa perdita dei miei cari, questa espropriazione della mia terra, questo danneggiamento delle mie risorse, questa morte delle mie possibilità e delle mie capacità di dare qualcosa al mondo e agli altri, di essere attiva, di decidere per la mia vita, di poter scegliere, agire, parlare, perché vivo all’interno di determinati rapporti, che informano e definiscono i livelli della mia esistenza, dal macro al micro.
Vivo nel mondo, in un momento storico preciso, in uno specifico territorio, con una particolare storia personale e collettiva alle spalle. Sono continuamente attratta dal passato, nella speranza di comprendere il presente, di poterne trarre una saggezza perduta, una conoscenza chiave che sveli sempre più chiaramente perché vivo questa realtà, nella convizione di poterne trarre qualcosa per liberarmi dalla sofferenza.
Appartengo a tutte le parti del mondo, a nessuna, mi sento a casa, non mi sento capita. Nessuna delle lingue che parlo riesce a dire interamente quello che penso. Le parole sono già cariche di significati che non mi appartengono.

In tutto questo, che io lo sappia o meno, interagiscono gli interessi e le azioni di un’infinità di attori e soggetti attorno a me, che agiscono da ben prima di me, e lo continueranno a fare ben dopo.
Quando vivo l’ingiustizia e l’oppressione, riesco ad intravedere meglio questi rapporti che producono i privilegi e le deprivazioni della gente vicina e lontana dalla mia realtà, riesco a riconoscere che le diseguaglianze di forza e di potere globali, che si riversano sulla mia esperienza particolare e personale, sono il risultato di visioni, decisioni, teorie e azioni di esseri umani, che hanno più o meno potere nelle loro mani.

Mi guardo accanto, un’altra donna, un altro uomo… vivono qualche altro tipo di dolore, prodotto di quelle stesse intersezioni di potere che ritengono che le vite dei miei fratelli e delle mie sorelle, dei miei bambini, delle mie amicizie, siano meno preziose delle vite di qualcun altro, o che gli interessi di chi detiene la ricchezza materiale nel mondo, sia a livello locale, che regionale, che globale, siano più urgenti della realizzazione delle aspirazioni e delle necessità di tutti gli esseri umani che appartengono allo stesso identico modo a questa Terra.
Alla storia ufficiale passeranno le cronologie dei loro trattati, delle loro guerre, delle loro colonizzazioni e delle loro parole vuote. A noi, alla nostra memoria, l’esperienza reale del mondo.

Quando il mio dolore e quelli degli altri dialogano, le nostre rivendicazioni si incontrano, scoprono quello che hanno in comune, e come possono sostenersi a vicenda, nonostante spesso possano non concordare su altri aspetti delle nostre vite diverse tra di loro. Questi incontri rafforzano le memorie collettive, le articolano, le rendono più ricche e collegate tra di loro, e permettono di scoprire sempre meglio le radici e le diramazioni delle nostre storie.

Qui nasce forse il nostro bisogno di raccontarci. Abbiamo sempre l’impressione che raccontare le nostre sofferenze passate possa contribuire al miglioramento delle esperienze altrui, che possa aggiungere qualcosa, una nuova, ulteriore sfumatura, alle tante altre già trasformate e comunicate in arte, musica o parola, e che compongono la nostra conoscenza di noi stessi come esseri umani.
Ma tutto questo è significativo in primo luogo perché non è fine a se stesso, perché risveglia in noi la domanda sulla giustizia, e ci interroga sui nostri rapporti con gli altri, e sulla nostra umanità.
Ci impedisce, in tal modo, di ritenerci irresponsabili delle nostre condizioni e di quelle degli altri, e non ci permette di dichiarare che non abbiamo a che fare con le sofferenze che non ci toccano personalmente.

Rimane, per me, sempre aperta la domanda su come è possibile trasformare questa consapevolezza in azione e cambiamento. Cosa significa sfruttare gli spazi ritagliati nella tela intessuta dal potere per rivendicare la propria azione nel mondo, e per elaborare modi diversi di vivere assieme? Come possiamo realmente muoverci all’interno dei rapporti per modificarli nella loro reiterazione, fino a renderli veramente diversi da ciò che erano?

Ci muoviamo già all’interno di queste strette reti di potere, tutti i giorni delle nostre vite, e facciamo già quest’operazione ogni qualvolta elaboriamo modi di realizzare gli obiettivi più disparati, dal più semplice ed immediato al più ambizioso, nonostante gli impedimenti che ci vengono imposti da queste reti di potere. Si chiama resilienza, si chiama Sumud.

Ma ciò che sento di dover focalizzare in questa riflessione è che queste autorealizzazioni individuali, o delle nostre singole comunità dirette, non possono modificare i rapporti in cui viviamo nel mondo finché non sono accompagnate dalla necessaria consapevolezza più ampia e articolata di come funzionano i rapporti di potere all’interno dei quali siamo immersi, e di come informano dunque le nostre realtà e quelle degli altri.
È proprio questa coscienza, che spesso nasce proprio quando tocchiamo con mano l’oppressione e l’ingiustizia anche nelle nostre realtà, e non le guardiamo solo da lontano, incise sulla pelle degli altri, che deve costituire la spinta a far sì che la nostra resilienza, e il nostro Sumud, siano collettivi.

olive trees

Olive Trees

Il momento della resistenza

Il muro in costruzione dal 2002 che percorre i Territori Palestinesi.


Gli sviluppi più recenti nei Territori Palestinesi (gli attacchi quotidiani dei coloni e delle forze dell’occupazione israeliana nella moschea AlAqsa e in varie zone della Cisgiordania, e i moti di protesta, di scontento e di agitazione del popolo palestinese che ricordano le due intifada) mi spingono a riflettere sull’idea di resistenza, e sulle azioni che compongono il processo del ‘resistere’ di volta in volta.

Le componenti del popolo palestinese resistono, con consapevolezze differenti, in molte forme diverse. Queste componenti, che vadano ad indicare i palestinesi dentro o fuori dai confini della Palestina storica, che sostengono questa o quella fazione politica, possono essere definite in base a criteri di vario genere, dal territoriale all’ideologico, ma alla fine, tutte resistono finché sono. Resistono nel semplice essere ciò che sono, palestinesi, nelle forme e nelle immagini più specifiche e particolari.

Resistono gli abitanti palestinesi di Gerusalemme, nella parte orientale della città, che tutti i giorni devono fare i conti con le politiche israeliane volte a spingerli sempre più in là, fuori dalle case, dalla terra, dalla vita.
Resistono coloro che rimangono dove sono nonostante i loro bambini vengano rapiti e bruciati vivi dai coloni; o presi nel pieno della notte, ammanettati e portati via dai soldati, in un’esperienza che li dissuada dal resistere in futuro; resistono coloro che rimangono ad Al-Khalil (Hebron) anche quando non c’è più modo di lavorare e di vivere, anche quando non possono più camminare, respirare, parlare al di là dei limiti e dei confini fisici e psicologici imposti dall’occupante, che non si dichiara più ufficialmente tale (a partire dal processo di Oslo, 1993) ma che di fatto rimane occupante.
Resistono le donne, gli uomini e i ragazzi, che tutti i giorni con la loro esistenza e presenza fisica ad AlAqsa proteggono ciò che hanno di più sacro.
Ma resistono, in altre forme, anche coloro che non possono esistere fisicamente sulla terra a cui vogliono tornare, ma che continuano ad essere e a dichiararsi palestinesi, nel loro dialogo con gli altri, nel loro raccontare e pensare sé stessi.

La condizione comune di tutte queste forme di resistenza sta nel fatto che essa reagisce ad una forza che mira ad eliminare completamente chi la pratica, il palestinese. È una forza che viene esercitata da un potere egemonico, multiforme, basato solidamente su un’ideologia, che spinge il soggetto palestinese fuori dalla parola e dall’idea di umanità, “oltre l’ultimo cielo”1, fuori dal tempo e dallo spazio, tentando di cancellarne la storia e la memoria, sia materiale che immateriale.

Faris Odeh, 29 Ottobre 2000, Associated Press
Faris Odeh, 29 Ottobre 2000, Associated Press

Nell’opporsi a questa spinta costante e complessa, composta da più strumenti e strategie, il palestinese è necessariamente portato a realizzare nuove forme di espressione e di azione, che vanno al di là di quelle utilizzate dal potere egemonico. L’elaborazione e la messa in pratica della propria agentività (agency) e il disegno, di volta in volta, di nuovi spazi di esistenza in opposizione ai confini tracciati, a volte fisici e a volte non2, rendono la sua resistenza un importante momento creativo e trasformativo, che permette di pensare sia la propria identità che lo ‘stare assieme’ secondo una logica diversa e nuova, che vede l’interazione tra il continuo rinnovamento delle prospettive, un approccio critico sia verso la realtà che verso se stessi, e la preservazione della storia del soggetto resistente.

Un esempio di questo tipo di azioni che tentano di aprire uno squarcio nella tela intessuta dal potere egemonico che instaura i rapporti e codifica le relazioni, è lo sciopero della fame a cui molti detenuti amministrativi palestinesi ricorrono come mezzo di rivendicazione della libertà e della giustizia, una lotta che esprime ambizioni non individuali ma collettive, una che si presenta, più ampiamente, come simbolo della condizione palestinese. Quando non rimane controllo su altro che sul proprio stomaco, il prigioniero palestinese utilizza la propria volontà come mezzo di espressione, la gestione della propria esistenza come agenzia/azione da contrapporre alle imposizioni del potere che limita in tutto e per tutto la libertà fisica ed espressiva. È per il mezzo di questo nuovo modo di parlare, che si distacca da una logica logocentrica per esprimersi al di là del linguaggio gestito e codificato dal potere egemonico, che il soggetto ha finalmente modo di parlare veramente. È quello che Gayatri Chakravorty Spivak chiama un ‘parlare performativo‘, un reale mezzo di espressione del soggetto che viene escluso e spinto fuori dal linguaggio e dalla narrativa.

Questo tempo-spazio che il soggetto si ritaglia è un momento fecondo di possibilità e di strade da percorrere, uno dove il soggetto può ridefinire se stesso e le proprie relazioni con gli altri utilizzando più categorie, più lingue, più prospettive, nel processo di traduzione e negoziazione dei significati che si affronta nel momento della loro comunicazione agli altri. Questo soggetto diventa perciò lui/lei stesso/a il principio dialettico di riorganizzazione della propria realtà3. Rompe, in questo modo, le relazioni ingiuste passate per pensare prospettive future basate sull’interazione tra registri linguistici e culturali, sulla differenza culturale invece che sulla diversità.

Possiamo forse veder succedere tutto questo anche in un’altra forma di resistenza palestinese, la campagna BDS, un appello da parte di diversi attori di società civile palestinese a boicottare, disinvestire e sanzionare Israele con lo scopo di spingerlo ad interrompere le violazioni e le violenze strutturali nei confronti dei palestinesi.
Il movimento pone alla sua base e come scopi finali tre principi focali: la libertà, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi alla loro terra, e l’uguaglianza tra gli individui che comporranno il nucleo di convivenza futuro, il che significa la fine della discriminazione razziale messa in atto da Israele (equiparata all’apartheid vigente in passato in Sud Africa e smantellato ufficialmente nel 1991).

Questi principi fondativi lasciano lo spazio all’elaborazione di come realizzarli, permettendo così una prospettiva flessibile e dinamica, e prefigurano, allo stesso tempo, il cambiamento rispetto all’ingiustizia del presente. Gli scopi e le azioni del movimento si basano così sulla agency del soggetto che subisce l’oppressione, un soggetto che non deve essere salvato ma che guida la propria lotta per la liberazione; e permettono, dall’altra parte, una forma di solidarietà di chi è testimone dell’ingiustizia basata su un rapporto orizzontale invece che verticale, uno che utilizza un linguaggio di alleanze, coalizioni e reciprocità4. Tutto questo permette un avvicinamento reale delle comunità (quella palestinese e quelle che ne sostengono la lotta per la libertà e la giustizia), incoraggiando un processo di apprendimento e di riflessione comune su temi più ampi quali il potere, il razzismo, le questioni di genere, gli effetti del neoliberismo nelle diverse regioni del mondo, la globalizzazione, e così via5.

To exist is to resist.
To exist is to resist.

La resistenza riesce ad aprire un affascinante momento di confronto e di dialogo, un momento di umanità condivisa in cui è proprio la differenza dei punti di vista, delle esperienze, e delle situazioni locali degli individui a costituire la ricchezza dell’incontro. Cancella così le barriere invisibili, supera le etichette Nord e Sud, Occidente e Oriente, per riconoscere che nel mondo globalizzato, i poteri egemonici sono interconnessi e complessi e toccano tutte le realtà. E in tutte le realtà, le persone e le comunità possono individuare modi alternativi del vivere comune che comunichino con le prospettive altrui arricchendole e venendone arricchiti a loro volta.
In questo modo, il momento della resistenza ci apre gli occhi sugli altri e su noi stessi.


1The Earth is Closing on Us, Mahmoud Darwish:
I wish we were pictures on the rocks
for our dreams to carry as mirrors.
We saw the faces of those who will throw
our children out of the window of this last space.
Our star will hang up mirrors.
Where should we go after the last frontiers ?
Where should the birds fly after the last sky ?
Where should the plants sleep after the last breath of air ?
We will write our names with scarlet steam.
We will cut off the hand of the song to be finished by our flesh.
We will die here, here in the last passage.
Here and here our blood will plant its olive tree.
2 Un esempio evidente è il muro in costruzione dal 2003 che attraversa i Territori Palestinesi e separa la popolazione dalla propria terra, nascondendola al contempo agli occhi dell’israeliano, rendendola ‘mostro’ da domare, ‘indigeno selvaggio’ da recintare.
3 Homi K. Bhabha, in “Cultural Diversity and Cultural Differences”, fa notare che è nel momento della lotta per la liberazione dal colonialismo che il popolo algerino riesce a rompere le continuità definite dal potere coloniale in decenni di dominio, e a proporre così le sue identità culturali in un processo multiforme e multi-temporale che le estrae dalla mera diversità per leggerle invece nella differenza culturale. Questo spazio di cambiamento, situato tra le culture e nella loro differenza, permette di eludere la logica della polarità e di pensare con criticità non solo l’altro ma anche sé stessi.
4 Lila Abu Lughod, “Do Muslim Women Really Need Saving?”, 2002.
5 Gli esempi di collaborazione, solidarietà e apprendimento reciproci sono molti, alcuni: la vicinanza delle rivendicazioni palestinesi a quelle dei neri d’America e del Sud Africa, (vedi Our Palestine statement draws on history of Black internationalism, says organizer) ma anche alle posizioni del NoTav italiano (vedi From Italy to Israel/Palestine: Activists share insights on popular struggle)

Lo spazio da rivendicare

Cosa vuol dire effettivamente non dimenticare un’ingiustizia del passato che continua a produrre i suoi effetti sul presente?

The village of Deir Yassin, 1930

The village of Deir Yassin, 1930

Ogni anno ci sono date, come il 9 Aprile (massacro di Deir Yassin nel 1948), il 16-18 Settembre (massacro di Sabra e Shatila del 1982), le date delle operazioni militari israeliane più recenti sulla Striscia di Gaza (da “Piombo Fuso” nel 2008/2009, a “Pilastro di Difesa” nel 2012, a “Bordo Protettivo” nel 2014), e molti altri momenti bui della storia palestinese, che riportano alla mente episodi del passato che hanno modificato per sempre le vite di molte persone, di intere aree geografiche, di un popolo nella sua interezza. Sembra che le date stiano lì, sul calendario, a moltiplicarsi nel tempo, a volte a ritmo più veloce e serrato, altre volte più lentamente, aggiungendo dolore al dolore collettivo e memoria a ciò che ci si promette di non dimenticare mai, una generazione dopo l’altra.
Sono i momenti che compongono la Nakba palestinese, la “Catastrofe”, che non è stata il solo 1948. È una catastrofe che continua da decenni, che si perpetua e si sviluppa nel tempo.

Ma non è tale, non è catastrofe, per nessun altro. Anzi, sembra essere stata un sollievo, inizialmente, per le coscienze di chi è accorso a riconoscere la “dichiarazione di indipendenza” di uno stato costituito su una terra che non era affatto disabitata. In quel contesto non ci si è curati del fatto che a pagare il prezzo di ingiustizie compiute nei confronti degli ebrei in Europa per secoli fosse costretta una popolazione che niente aveva avuto a che fare con quelle ingiustizie.

E così sono stati centinaia di migliaia i palestinesi costretti a lasciare i loro villaggi e le loro città nei mesi precedenti e successivi a questa dichiarazione, divenuti poi milioni nei campi profughi nello scorrere dei decenni successivi; più di 400 i villaggi totalmente distrutti, svuotati dei loro abitanti, perché poi fossero date via le loro case abbandonate in tutta fretta, “la radio rimasta accesa” come direbbero i palestinesi di Jaffa, a nuovi coinquilini, a nuove famiglie, a nuova gente che non conosceva le pietre del posto, le fontane d’acqua nel giardino, gli alberi d’arancio e gli ulivi, la tranquillità del luogo e il profumo dell’aria che un profugo palestinese in Libano, Siria o Giordania continua a sognare di poter respirare di nuovo un giorno.

Ricordare è fondamentale, ricordare è assolutamente urgente e necessario. Ma da solo non basta, non nella forma di una semplice concessione alla parte più debole di piangere e di gridare, come direbbe Mourid Barghouti1.
Colui a cui è negata la giustizia non può che continuare a ricordare ciò che lo opprime. Non ci si può scordare di una propria ferita pulsante e che non guarisce mai, di una ferita che peggiora ancora e ancora nel tempo, che ci distrugge lentamente, che ci uccide con intelligenza; una a cui molti sono divenuti ormai indifferenti (quella ferita dopotutto fa parte della nostra immagine), ma che in noi continua invece a produrre sempre lo stesso effetto catastrofico.

Ricordare diventa un’azione efficace per il futuro quando si collega a qualcosa del nostro presente, uno sforzo, che tenta di interrompere la catena delle ingiustizie che preme su di noi e sul nostro dolore collettivo, nel lento ma costante accumularsi di momenti da segnare sul calendario, per non dimenticare.

Agire in questa direzione è problematico. Come fare? Cosa vuol dire? Come si spezza questa catena? Come si elabora il dolore? Lo si elabora? Lo si deve per forza elaborare? Non lo si può vivere e basta, lasciando che esso si prenda tutto il suo tempo, che si esaurisca quando è finalmente pronto a produrre qualcosa di diverso da sé stesso? Ma quando diventa pronto a fare tutto questo?

Probabilmente quando si vede riconosciuto, quando viene finalmente e seriamente preso in considerazione. E perché questo avvenga, quella sofferenza la si deve vedere, e si deve vedere, pienamente, innanzitutto chi la vive.
Questo soggetto che fa esperienza dell’ingiustizia non ha bisogno di essere salvato. Non ha bisogno di essere guidato al superamento del proprio dolore, al perdono del suo oppressore senza che questo interrompa l’oppressione. Non ha bisogno che qualcuno parli per lui, racconti la sua storia, gli “dia voce”. La sua voce ce l’ha, e vuole usarla.
L’incapacità e l’impossibilità di parlare non stanno nel soggetto stesso, ma stanno nel discorso egemonico che gli toglie la parola. Arundhati Roy afferma, acutamente, che “non esistono i ‘senza voce’, esistono solo coloro che vengono deliberatamente fatti tacere e coloro a cui si preferisce non ascoltare”.

Per il realizzarsi di una giustizia inclusiva, una in cui tutti possono esprimersi da sé, protagonisti del proprio processo di emancipazione e riscatto, per quel tipo di giustizia alla quale abbiamo cercato di pensare qualche tempo fa, probabilmente bisogna fare un passo ulteriore rispetto al “pensare agli altri”. Costituisce, anche questo, un momento fondamentale, perché ci permette di riconoscere il loro dolore. Ma poi, il passo successivo è ascoltarli.
Bisogna ascoltare tutti, e che tutti i soggetti parlino, che si raggiungano quei nodi inquietanti che si sa di non riuscire necessariamente a risolvere, sui quali si è consapevoli che c’è conflitto, sui quali si sa che si concentra la sofferenza delle parti coinvolte nel perpetuarsi della catena delle ingiustizie.

Tutto questo sembra ideale e limpido, tocca un nucleo essenziale, una causa più in fondo alle altre cause (che spesso sono realmente degli effetti) di una contrapposizione tra soggetti. Tocca quel processo di riconoscimento dell’altro, di sé stessi, delle proprie responsabilità e di quelle altrui che sta alla base di un’interazione con gli altri che si basa sulla dignità, e cioè sul rispetto della persona, andando oltre le rappresentazioni che ci si può essere costruiti di essa, sia che queste siano state in negativo o in positivo.

L’idea di una giustizia inclusiva è ciò a cui chiama il palestinese quando rivendica il “permesso di raccontare”, quello che, come è stato negato a lui, veniva negato al colonizzato, all’“orientale”, all’“arretrato”, all’“altro”, al subalterno di qualsiasi società, alla donna (il subalterno per eccellenza, tra l’altro).
Una giustizia inclusiva, per essere tale, dovrebbe dunque basarsi sulla multi-vocalità, e concorda, in questo senso, con il concetto di “lettura contrappuntistica” degli eventi: c’è il mio racconto e c’è quello dell’altro, di uno stesso avvenimento; la sua soggettività e la mia.

Ma chi viene incluso in questo processo di dialogo tra le narrazioni? Quali racconti vengono ascoltati? Da chi vengono accolti? Dipende tutto dall’ambito in cui si esprimono le voci: è un ambito al centro o al margine? È un ambito in cui parlare permette di cambiare le cose o è uno in cui questo non può accadere?
Qui si entra nel campo politico, ed emerge dunque il rapporto con il potere e con l’egemonia.

To exist is to resist.

To exist is to resist.

Il discorso egemonico non è uno ed unico, il che significa che riesce ad estendersi molto oltre le sfere convenzionali del potere, e dall’altra parte, il subalterno non è semplicemente chi ha la voce più debole o meno efficace nel discorso. Il subalterno è colui/colei alla cui voce non viene dato spazio alcuno in ciò che è gestito dal potere egemonico, è il soggetto il cui racconto è deliberatamente ignorato, non ascoltato.

La possibilità di partecipare al racconto invece è fondamentale per le caratteristiche dell’atto stesso del ‘raccontare’: la sua capacità terapeutica e quella di empowerment. Distogliere l’attenzione dalla voce di un soggetto, o occupare il suo posto per narrarlo, significa decidere per lui/lei ciò che deve essere fatto per il suo benessere con la presupposizione che quest* sia incapace di fare una scelta autonoma e coerente riguardo al proprio futuro. Questo toglie all’individuo e alla collettività di cui fa parte il ruolo centrale nella lotta per le proprie rivendicazioni, accrescendo un sentimento di frustrazione e di disagio.

Tutto questo mi fa riflettere molto, e fa emergere molte più domande di quelle che inizialmente avevo preso in considerazione.
Forse una cosa che mi sentirei di affermare a questo punto è che la domanda centrale probabilmente è sullo spazio di parola e di azione dei soggetti, e su come far sì che questi possano esprimersi in modo da realizzare realmente le proprie aspirazioni di vita.
È la domanda su una comprensione della libertà e della liberazione che vada oltre le definizioni preponderanti, egemoniche, di questi concetti, oltre i modelli dove si evoca l’idea che ci sia chi ha bisogno di essere salvato e chi ha le ricette per salvarlo.

Dove reclamare questo spazio per il contrappunto delle voci e delle idee?

1M. Barghouti, I Was Born There, I Was Born Here: “The weaker party in a conflict is allowed to scream, allowed to weep, but never allowed to tell their story.”

Sono di lì, sono di qui* – I am from there, I am from here*

Figlia di Ziad Abu Ein, ministro palestinese ucciso durante una protesta pacifica nel Dicembre 2014. "Siamo venuti per piantare ulivi"

“Siamo venuti per piantare ulivi”. Figlia di Ziad Abu Ein, ministro palestinese ucciso durante una (protesta pacifica nel Dicembre 2014. “

(English version follows Italian – “I am from there, I am from here*”)

Qualche tempo fa, tentando di elaborare un pensiero sul significato dell’ulivo in Palestina, ero giunta alla conclusione che uno dei suoi tratti più interessanti fosse il fatto che sapesse unire ed avvicinare due mondi che vengono spesso costretti a stare in due categorie monolitiche e rigide definite come contrapposte tra di loro, l’“Oriente”, e l’“Occidente”.
L’ulivo sembrava chiudere la distanza tra questi due mondi, che in realtà sono estremamente variegati e complessi, e ricordare ai popoli che li compongono l’umanità dell’altro, riconducendoli ad un senso di empatia e di solidarietà.

La mia convinzione dell’inutilità di queste etichette si è sicuramente consolidata nel tempo. L’“Oriente” e l’“Occidente”, nella mia esperienza di vita personale, interagiscono e si arricchiscono a vicenda. Vivere tra i mondi è una ricchezza che si impara ad apprezzare crescendo, e una volta che la si riconosce ci si accorge di non poterne più fare a meno. Non si sa più vivere solo qui o solo lì.

Ci possono essere momenti in cui si desidera essere solo di qui o solo di lì, perché forzare la linea che il discorso predominante continua ad imporre tra queste realtà eterogenee a volte richiede uno sforzo significativo. Quella linea può non essere importante per il singolo individuo, ma lo è ancora per altri con cui interagisce. Eppure, nonostante la difficoltà di certi sforzi, ci sono tanti momenti in cui essere di qui e di lì si dimostra per l’esperienza arricchente e stimolante che è.

Forse, a questo punto, sarebbe necessario tracciare una differenza tra le rappresentazioni personali che ciascuno di noi può avere di questi due mondi e quelle imposte, invece, dal discorso pubblico. Effettivamente, chi di noi non vede la necessaria contrapposizione totale tra queste entità nella loro interezza, raggiunge questa posizione perché non vede elementi assolutamente inconciliabili ed incapaci di convivere tra di loro nei due mondi. Più precisamente, si scorge ancora, inevitabilmente, la diversità – che non può essere eliminata o ignorata – ma questo non porta per forza al conflitto violento. La diversità è di per sé il valore centrale di questa esperienza.

In particolare, adottare questa prospettiva ci permette di fare un’osservazione molto interessante sul concetto stesso di “conflitto”. Quando si parla di questa categoria, tendiamo tutti, o per la maggior parte, a pensare subito a qualcosa di violento e di distruttivo, qualcosa da evitare ed eliminare in modo assoluto, perché lo rappresentiamo come qualcosa che si esprime nei termini di un processo che conduce all’annullamento della controparte. Ci dimentichiamo invece del fatto che il termine stesso non indica necessariamente la violenza, la guerra, o la distruzione dell’altro, ma più precisamente un’interazione sociale in cui si rileva l’esistenza di un’incompatibilità tra idee, prospettive o scopi tra i soggetti che vi partecipano.

Il conflitto, per questo, è molto più comune nelle nostre vite quotidiane di quanto riconosciamo, ed è dato semplicemente dal fatto che esistono sempre modi diversi di intendere una determinata questione, modi che dipendono dal punto dal quale la stiamo osservando. Nessuno di noi è detentore assoluto della verità e della giustizia, perché nessuno di noi è perfetto e onnisciente. Tutti però vediamo degli scorci che dipendono dall’angolo dal quale stiamo osservando queste due linee guida. Con questo, ovviamente, non sto facendo il discorso dei relativisti. Sto semplicemente dicendo che la molteplicità dei punti di vista è inevitabile nell’esperienza umana.

La diversità, infatti, è la caratteristica più esplicita e universalmente comune ai 7 miliardi di esseri umani che vivono su questo pianeta. Non solo sono diversi i popoli tra di loro, ma ogni singolo individuo è diverso dall’altro. Nessuno è identico a nessun altro.
Questo significa che ci sarà sempre qualcosa su cui non si concorderà perfettamente, ma è proprio nel momento del conflitto che le parti si mettono in gioco, e cambiano di conseguenza in un modo o nell’altro, si modificano, o decidono anche di non farlo affatto. Ma decidono. Sono attive. Fanno un scelta.
Il momento del conflitto è il momento della crescita e del cambiamento proprio quando non va a coincidere con la violenza distruttiva fine a se stessa, che ne è l’opposto.
Il momento del conflitto rende più evidente e visibile ciò che ci tocca più nel profondo, e proprio per questo, in un certo senso, ci avvicina, perché ci fa conoscere a vicenda più in profondità.

Questo ragionamento mi permette di fare una distinzione importante tra “conflitto” e “scontro”. Quest’ultimo è piuttosto la categoria in cui non possono esserci il momento della crescita e quello della decisione consapevole e attiva. Lo scontro rimanda ad un’idea di distruzione inevitabile, a un movimento incapace di arrestarsi e destinato a farlo solo con l’urto violento con qualcos’altro, che rimane altro, estraneo, e non si conosce meglio in nessuno dei momenti dello scontro.

Comprendere questa distinzione mi sembra molto importante, e penso anche chiarisca bene la differenza tra una prospettiva che insiste sulla categorizzazione di “Oriente” e “Occidente” (e in generale delle culture) come entità incompatibili e chiuse, propria infatti della teoria dello “scontro di civiltà”, e quella che invece smonta questi concetti e li apre, per esaminarli nella loro complessità e ricchezza e rendere possibile l’interazione tra idee, valori e visioni del mondo, accettando anche la possibilità che ci sia conflitto su alcuni temi. Questa interazione può avere esiti molteplici e diversi tra loro, ma, in ognuno degli esiti, permette l’azione degli individui portatori di queste varie visioni del mondo, li rende partecipi dell’incontro con il diverso, dà loro voce e una possibilità di crescita e arricchimento reciproco, un modo di vedere veramente con altri occhi la propria realtà e quella altrui.

La prospettiva opposta invece relega gli individui ciascuno al proprio mondo, e propone rappresentazioni dell’altro preconcette e decise dall’alto. È un processo esclusivo, che limita le angolazioni da cui guardare alla giustizia e alla verità, rendendo l’empatia umana più selettiva e soprattutto più dipendente dagli interessi di chi propone la rappresentazione dell’altro di turno.

Ero partita dall’ulivo, e tento di tornare infine alla sua ombra. Quest’albero mi sta proprio simpatico. Oltre ad essere simbolo di sumud (“resistenza”) e di convivenza, per me simboleggia la continuità nel tempo, e la determinazione che ci vuole per continuare a crescere.


“He says: I am from there, I am from here,
but I am neither there nor here.
I have two names which meet and part…
I have two languages, but I have long forgotten
which is the language of my dreams.
I have an English language, for writing,
with yielding phrases,
and a language in which Heaven and
Jerusalem converse, with a silver cadence,
but it does not yield to my imagination.

What about identity? I asked.
He said: It’s self-defense…
Identity is the child of birth, but
at the end, it’s self-invention, and not
an inheritance of the past. I am multiple…
Within me an ever new exterior. And 
I belong to the question of the victim. Were I not 
from there, I would have trained my heart
to nurture there deers of metaphor…
So carry your homeland wherever you go, and be
a narcissist if need be/
The outside world is exile,
exile is the world inside.
And what are you between the two?”

Edward Said and Mahmoud Darwish

Edward Said and Mahmoud Darwish

— Mahmoud Darwish, “A Contrapuntal Reading”

*Un verso del poeta palestinese Mahmoud Darwish in “A Contrapuntal Reading”, il suo addio a Edward Said.

English:

Some time ago, I reflected upon the meaning of olive trees in Palestine, and while thinking about their importance and relevance in this context, I reached the conclusion that one of the most interesting characteristics of this beautiful tree was that it managed to bring together, under its shade, two worlds which are compelled to stay in two separate, monolithic and rigid categories opposed to one another, the ‘Orient’ and the ‘Occident’ (West). Olive trees seemed to close the distance between these two worlds, which are actually extremely diverse and complex, and remind their peoples about the other‘s humanity, about empathy and solidarity.

By time, I have grown more and more convinced of the fact that these labels are useless. The ‘Orient’ and the ‘West’, in my personal experience, interact and enrich one another. Living between worlds is a gift one learns to appreciate while growing up, but once it is acknowledged, it becomes irrevocable. You are no longer able to live only here or only there.

There may be times when you wish you were only from here, or only from there, because forcing the line that the hegemonic discourse continues to impose between these diverse worlds often requires a significant effort. This line may not be important or relevant to an individual, but it still is crucial for many others in society. Nonetheless, no matter how hard it may seem at some points, there are also many occasions in which being from here and from there is extremely and clearly stimulating.

At this stage, it is useful to make a distinction between two different ways of representing these two worlds: the first may be our personal understanding of these realities, while on the other hand we have the narrative proposed by the public discourse. Those of us who do not see a necessary, total and complete contrast between the two ‘entities’ often reach this kind of conclusion because they do not see different worldviews as being absolutely incompatible and incapable of living together and interacting with each other. This doesn’t mean diversity is not acknowledged – ignoring it is actually hard a thing to do and it does not serve the point we’re trying to make here – but the recognition of diversity does not inevitably lead to violent conflict. Diversity is, per se, the main value of this experience.

This perspective, importantly, allows us to make a consideration regarding the concept of ‘conflict’ before moving on to the next step. When we speak about this category, we often tend to think about something that is violent and destructive, something that we certainly need to eliminate completely, because we represent it as a process that can only be (and is) manifested and lived in this kind of terms. And we forget, at the same time, that the word itself (‘conflict’) does not necessarily indicate violence, war, or the destruction of the other. It rather refers, more specifically, to a social interaction in which those involved have different ideas, perspectives, and aims that do not comply with one another.

This means conflict is much more common in our daily lives than what we’d think and admit, and this is simply due to the fact that there are always different ways of understanding and dealing with a certain question, depending on the viewpoint from which we are observing the case in point. None of us are absolute holders of truth and justice, because none of us are perfect and omniscient. We all can see, though, a glimpse of these two principles from where we are standing in our pursuit of them. By saying this, I am not being relativist, I am simply pointing out that the multiplicity of points of view is inevitable in the human experience.

‘Diversity’ is, after all, the most explicit and universal characteristic, common to all 7 billion people living on this planet. Not only are peoples different, but every single individual is different from the other. No one is identical to any other human being.
This means that there always will be something we do not agree upon, but it is exactly when we are in conflict upon an issue that we engage in proving ourselves and our ideas to others. This actually causes a change in us in some way or another, because we live the condition of making choices and interacting with something that is outside of our identity and therefore challenges us. Parties of a conflict may decide to change, or even not to, but even in the case they choose the latter option they are active, because they actually make a choice.

The moment of conflict is the moment of change and growth when it does not correspond to destructive violence that is considered as an end in itself. This violence is the exact opposite of the notion of conflict we are analyzing.
The moment of conflict we are considering is that in which the things that affect us most profoundly are made most evident and visible, making us sometimes more vulnerable. But it is precisely in this situation that we are allowed to know each other one step further, because we are let in on the red lines and limits that each of us holds as references of his or her being.

This reasoning allows me to make a distinction between the notions of ‘conflict’ and ‘clash’. The latter is the category in which the phases of growth and conscious and active decision making have no space at all. A clash gives the impression of something that is headed inevitably towards annihilation, of a movement incapable of stopping and destined to do so only when hitting violently against something which remains other, alien, and which we are not able to understand any better in any of the moments of the clash.

Outlining this difference seems really crucial and important to me. I think it makes it much more clear to many of us that there are fundamental differences between a perspective that insists on the categorization of entities such as ‘Orient’, ‘Occident’ (‘West’) – and in general of cultures – as incompatible and uncommunicative realities, and another one which deconstructs these concepts and cracks them open in order to examine their complexities and richness, allowing the interaction of ideas, values and worldviews while accepting that there well may be conflict upon certain issues.

The dialogue between these elements may have different outcomes, but in any such it empowers individuals who hold these views and ideas. These individuals become the main agents and actors of the encounter with the other, they speak for themselves, they are not voiceless, and they can fully live the possibility of being enriched, of growing up and changing as a result of this encounter, which gives them the opportunity to see with other eyes their own reality and different ones.

The opposite perspective instead relegates each individual to his own world alone, and gives representations of the other which are already decided and dictated from above. It’s an exclusive process which limits the angles from which to look at justice and truth, designing human empathy to be more selective and especially more dependent on the interests of those who are spreading the official representation of a certain other.

I started from an olive tree, and I try to end up at its shade again. I really like this tree. Not only does it represent ‘sumud’ (‘resistance’) and peace, but it also symbolizes continuity in time, and the determination that is needed in order to keep on growing up.


He says: I am from there, I am from here,
but I am neither there nor here.

I have two names which meet and part…
I have two languages, but I have long forgotten
which is the language of my dreams.
I have an English language, for writing,
with yielding phrases,
and a language in which Heaven and
Jerusalem converse, with a silver cadence, 
but it does not yield to my imagination.

What about identity? I asked.
He said: It’s self-defence…
Identity is the child of birth, but
at the end, it’s self-invention, and not
an inheritance of the past. I am multiple…
Within me an ever new exterior. And 
I belong to the question of the victim. Were I not 
from there, I would have trained my heart
to nurture there deers of metaphor…
So carry your homeland wherever you go, and be
a narcissist if need be/
The outside world is exile,
exile is the world inside.
And what are you between the two?”

Mahmoud Darwish, “A Contrapuntal Reading”

*A verse from a poem by Mahmoud Darwish, “A Contrapuntal Reading”, his farewell to Edward Said.

Una narratrice

Ada Lonni.  - Martin Ivo Photograph

Ada Lonni.
– Martin Ivo Photograph

Quando sono entrata in aula all’inizio di Ottobre, prima lezione di “Storia contemporanea del Mediterraneo”, non sapevo di essere sul punto di incontrare e conoscere una di quelle persone speciali che non si incontrano spesso nella vita, quelle che ti ispirano coraggio e determinazione, e che ti cambiano un po’, perché ti fanno riflettere su come perseguire con coerenza ed intelligenza le tue aspirazioni.

Queste persone non hanno dimenticato il vero significato dell’umanità in un’epoca in cui tutto è frenetico e superficiale. Un giorno incontrano un’idea, una causa, un mondo diverso, ascoltano una canzone, o si lasciano toccare il cuore dal suono affascinante di una lingua che non sanno parlare, e si innamorano.

La professoressa Lonni era una di queste persone. Si era innamorata sinceramente della Palestina, di quell’amore che rende coraggiosi ed ostinati, quello che ci spinge a conoscere fino in fondo il soggetto del nostro amore, nei suoi dettagli più piccoli ma estremamente significativi. Senza quelle piccole cose, dopotutto, l’amato non sarebbe lo stesso. Sapeva esprimere e descrivere questo sentimento con bellezza ed ironia: i caffè arabi nelle movimentate città palestinesi, i carovanserragli, le mura di Gerusalemme, i viaggiatori mascherati, i hakawati (“narratori”, “cantori di storie”) che narrano le gesta dei califfi e degli eroi.

Non so se sapesse di assomigliare molto a queste figure che tanto ammirava.
Quando ne parlava le brillavano gli occhi. È bello ascoltare un professore che spiega con passione. Ci sono momenti, durante le lezioni, in cui si tocca un tema particolare, e vedi quella luce illuminare il volto dell’insegnante. Ecco la passione che l’ha spinto/a a dedicare la vita a studiare quel particolare. Lo ama così tanto che sa trasmetterti precisamente quale, tra i tanti, è l’aspetto che trova, dopo anni ed anni di insegnamento, ancora così affascinante, così intellettualmente stimolante.
In quel momento ti dona qualcosa di prezioso, e se riesci a conservare un pezzettino di quella passione e a trattenere quella domanda che il tuo insegnante ha deciso di porre al mondo, forse riuscirai a portare avanti, assieme alla tua domanda, anche la sua.

La professoressa Ada Lonni era così. Sedeva sulla cattedra, le gambe sottili accavallate ed incrociate, la figura affusolata, rifiutandosi di usare il microfono nonostante la grandezza dell’aula e la sua voce delicata. Ci invitava piuttosto ad avvicinarci, a sedere in prima fila, per ascoltarla meglio. Ci offriva un cioccolatino.
Poi cominciava. Il suo era un racconto lungo centinaia di anni.
Un paio di fogli in mano, per leggerci con divertimento del viaggio del pellegrino di Bordeaux, degli articoli sul comportamento da tenere per i pellegrini in Terra Santa di Felix Fabri, degli orientalisti affascinati e straniti dagli abiti degli “orientali”, per raccontarci di Chateaubriand che chiedeva che fosse messa una targhetta con il suo nome nei pressi delle piramidi pur non avendole visitate. Non aveva avuto tempo, ma la gente doveva pensare che ci fosse stato…

Ci raccontava di come lei avrebbe voluto viaggiare mascherata, come Burckhard, Burton e Aly Bey, per poter vedere la Mecca, per poter entrare nel Haram, per poter conoscere la gente da vicino, senza intermediari.
È così che ha conosciuto la Palestina. Non se l’è fatta raccontare da nessuno che non la amasse quanto la sua gente. L’ha conosciuta facendoci amicizia, andandole incontro a braccia aperte, e venendo accolta tra le braccia dei palestinesi.

Era una hakawati, una viaggiatrice curiosa e coraggiosa, insaziabile di conoscenza, umana. Vedeva nell’altro il riflesso della propria umanità, e riusciva per questo a vivere l’empatia come una spinta propulsiva per il cambiamento, per la critica e per la lotta contro l’ingiustizia.

Gerusalemme

Gerusalemme

Chiacchierando durante la pausa che ci dava a metà lezione, un giorno, abbiamo condiviso un pensiero che mi tengo nel cuore come suo ricordo. Eravamo entrambe d’accordo sul fatto che la lotta per la libertà e la giustizia in Palestina si dovesse articolare e svolgere anche sul piano culturale. Lì le aspirazioni palestinesi rimanevano coerenti, autentiche, e venivano espresse al meglio. Le cose non sono complicate, il conflitto non dura da così tanto tempo perché alla gente piace semplicemente fare la guerra, le parti in causa non sono irrazionali.
Non si può pretendere di trattare la questione mettendo sullo stesso piano attori che hanno responsabilità diverse e che hanno agito in modi differenti tra di loro.
“Diciamo che le cose sono complicate quando non abbiamo il coraggio di dire come stanno veramente” mi ha detto un’altra volta. Aveva proprio ragione. Diciamo che sono complicate quando non abbiamo il coraggio di affermare con onestà e senza paura che sono ingiuste, che devono essere cambiate, che noi abbiamo una responsabilità e un ruolo nel modificarle.
Queste sue convinzioni l’avevano portata a fare qualcosa di concreto per sostenere la resistenza culturale palestinese tramite la campagna “Palestina raccontata” e nel suo costante impegno per far conoscere alla gente la storia palestinese.

Sono grata di averla conosciuta, come insegnante e come persona.
Ada Lonni è stata proprio uno di quegli individui stupendi che si lasciano guidare nella vita dal loro senso di giustizia e dalla loro passione, quelli che sanno essere coerenti e che sanno dedicarsi pienamente a ciò in cui credono.
Dirle addio è doloroso.
Ora invece restano le parole che ha scritto, e quelle che ci ha detto a lezione, e il ricordo di questa esperienza. Rimane la memoria di una donna forte, di un’insegnante vicina ai suoi studenti, e di molti altri aspetti di lei che ognuna delle persone che l’hanno conosciuta conserva nel proprio cuore.

La ringrazio, da lei ho imparato tanto.

A letter to Falasteen

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A couple of weeks ago, I was sitting in a car driving alongside the Dead Sea, back to Amman, Jordan’s capital, from Dana, a nature reserve close to the city of Tafeela.
While we drove through the red mountains and in the middle of the desert, I looked out of the window and thought to myself: what a beautiful world… How many blessings, alhamdulillah… and how immense is God’s mercy and love for the creation.

The Dead Sea was at my left, as we headed North. It sparkled and glowed under the hot sun. Beyond it was land. Beyond it was Falasteen, looking back at me as I stared at it and wondered if it would have been physically possible for a person to swim that distance.
I could see the land, and it seemed so close. It felt like I would have reached it easily had I simply stretched my arms and hands out towards it beyond that salty lake that separated us.
Oh how I wished to run towards you, Falasteen, and cross over to you.
I had camped the night before with mountains behind my tent, and the Negev desert behind those mountains.

Earlier, at sunset, as I had looked at the horizon, trying to see whatever I could of your sky, Falasteen, I had imagined what it would have been like to just run towards you. Run down those mountains, and through that desert, and be finally there, at the shade of your olive trees.
At night, as the stars appeared in the black sky and the Milky Way floated above my head, I felt small, and much closer to you… Under that sky, the distance between us felt so tiny.

A couple of days later, I was back in Italy, sitting at a restaurant table and having hummus and falafel with about 30 Palestinians and the Palestinian ambassador. As I listened to her, and as I looked at the people sitting at that table, I was grateful to recognize in them the same feeling that filled my heart, a feeling that keeps all Palestinians, wherever they are, scattered around the world, wishing to see you free, wishing to tell everyone about you and about your beauty, Falasteen.

But what is it that makes so many Palestinians that have never met you feel this ‘haneen’, this nostalgia, for you? What is it that enamours people from all over the world with you?
I keep on asking myself this question, and I think the answer is that it’s because you are so intensely intertwined with the question of Justice. Every aspect of your cause is related to the question of Justice, and even more so to the question of Truth.

Speaking about you, Falasteen, constantly requires that we keep on questioning the true meaning of Freedom, that we ask ourselves what it truly means to live with the other, if it is possible to find a way to coexist with another identity while we keep and preserve our own, while we struggle for this identity to be given the right to be. Looking at you and listening to your stories forces us to actually examine what identity means in the first place. How is it connected to the modern ideas and concepts of nation-states? In which way is it connected to the land and to geography? How does it deal with what is put outside of it and therefore, in some way, participates in defining it?

Meeting the struggle of the Palestinian people against oppression, colonialism and occupation brings us inevitably to contemplate the significance of ‘Karamah’, dignity, and to think the concept of ‘people’ in a reversed way, “Every people lives on a land, except for the Palestinian people: their land lives in them”.

tumblr_mm7do9VM461rua5pgo1_500Facing these moral and practical issues when speaking about Falasteen, is what often makes the Palestinian question the metaphor of universal demands of justice, equality, sustainability and rights as it addresses plural questions and conditions of our time and of the past. Palestine seems to envelope and bring together past, present and future: the effects of accords and promises made by colonial powers at the end of the 19th century, the ongoing struggle for freedom and self-determination, the continuous and mutating process of elaboration of future prospects of life and achievements.

When I think of these universal questions and link them to you, Falasteen, and when I try to elaborate my personal idea of your future, I like to think of the achievement of the above goals (justice, equality and sustainability) within the context of what Mahatma Gandhi called and thought of as ‘swaraj’, an Indian word meaning ‘self rule’, a simple yet very articulate idea of what true freedom and justice look like together.

Gandhi didn’t translate ‘swaraj’ with the word ‘independence’, because he didn’t see self rule and independence as synonymous. Getting rid of British colonialism and achieving the independence of the Indian people from their long-time occupier wouldn’t have necessarily meant to have attained swaraj. The first, independence, is actually easy to attain according to Gandhi, while living by swaraj is much more complicated. Self rule means, for Gandhi, true autonomy and self-sufficiency on several levels (political, economic, societal, etc.). But this condition can only be pursued through patience and self-knowledge, through the actions of each and every single empowered individual following one major authority alone, the moral one.

Re-introducing the moral sphere in the public discourse is revolutionary in Gandhi’s days and in our own time as well, in times when power-dominated discourse prevails in every aspect of world politics and international affairs. Putting truth in particular at the center of our reasoning and outlook on global issues would change completely our view of what happens around us in the world.

The question of Palestine draws our attention to this sphere. It sprouts demands of justice and truth in every image of destroyed homes, villages, cities; in every rhyme of poets singing the humanity of their people; in the story of every martyr; in the look on the face of every child; in every rock sent flying like glaring fire against the occupier’s tanks, in every hope for a new intifada… that fascinating and powerful moment in which people allow themselves to finally just focus on the moral stance and believe in it till the end.

But intifadas cannot bear disorganized political plans any longer. They need to be backed up by a unified will and accompanied by diverse and collective efforts aimed at the common goals of self rule and the unveiling of truth, which shall consequently and eventually make it possible to achieve justice.
And that is where self-knowledge and patience are required. We need to know ourselves deeply if we want to act consciously in this world. And to know ourselves demands that we know our other.
And if we know our other, we cannot act unjustly towards him or towards ourselves.
By calling our attention to these issues, the Palestinian cause unifies with those of all oppressed people around the world, and it reminds us that we should think all of these struggles against injustices as one.

Truth is so hard to find today, Falasteen. Thinking about it and trying to organize our debate with global issues around this principle seems somehow utopian and naïve. But it’s not. It actually complicates our understanding of matters, and therefore pushes us to the edges, where knots are formed and the core of problematic situations is often hidden.

The huge amount of news circulating thanks to the internet revolution, on the other hand, makes it so hard sometimes to get things straight and right. Truths seem to multiply in the media and contradict each other, each used and manipulated by power-driven logic and interests which are showing clearly not only in the Middle East, but also in Europe, in Africa, in the United States, everywhere around the world.

“Speaking truth to power”, as Edward Said insisted we should do, is not easy at all. The only way to do so is to keep on questioning the world and the news we are given everyday, and push ourselves to those rocky edges where the knots are gathered. We may realize these knots are extremely difficult to untie, sometimes impossible to solve, but we know ignoring them will not make them disappear either. Acknowledging them can only get us closer to truth.

I always keep on repeating how you make me  analyse the ideas of justice, freedom and autonomy, Falasteen, but I am well aware that you are not the only cause calling on us to change our parameters in looking at humanity. There are so many others, and thinking the intersectionality of struggles can give us a better understanding of the world.

Falasteeniyyah – She Palestinian


Palestinian women have always played a big role in the story of their people and cause, not only inside of their families, by bringing up generations of Palestinians who believe in their rights and love their land, but also in the struggle for freedom and justice in Palestine. They have always stood side by side with Palestinian men in every kind of resistance, and they have never ceased to teach their children to be free.
They have been through so much in 66 years of occupation, from the dispossession of their lands, to the killing of their families, to the demolition of their homes, and to continuous harassement in all of its shapes by Israel, wether they live in the WB, in Gaza,  in today’s Israel, or anywhere else. But they never give up. And they stay solid and firm at the core of the Palestinian dream of freedom, justice and life.

I have personally met some fantastic, incredibly strong Palestinian women in my own family and society, and have heard so many great and inspiring stories about many others.
These thoughts I’m sharing with you are my personal tribute to these beautiful, strong women who I respect so deeply, inspired by true stories and ongoing struggles.

 

“Above her head a blue sky”

As she sits between those cold, filthy prison walls, 
her heart cracks at every beat, 106717_7
As they tell her, as they repeat:
“There is no way out of your defeat.
No one cares to get you out of here,
We have decided you shall disappear.”

But she battles their voices
away from her tears,
out of her ears,
far off her dreams
of levigated leaves on thick, ancient branches,
of bright, sweet, freshly harvested oranges,
of amber-coloured,
mint-flavoured,
home-savoured tea.
And she fills her eyes of that shade of green… Palestinian,
on summery mornings, when she was free…
And she embraces her absent children
Above her head a blue sky,
Above the green a sea.
‘When will we be reunited?
Will we ever be?’

When darkness pushes her to the bottom of a mute well,
Conquering time and space in every part of her prison cell,
Her voice breaks out from the bottom of that black hell:
She was not born to fall in the face of oppressors
haunted by a voice that carries the truth to tell.

She is not broken,
she will never be,
No matter how much grief she has had to see.
Above her head a blue sky,
Before her eyes a sea.

***

“A Mother in Gaza”

Sleep, baby Ahmad, sleep
Close your big eyes and sleep
And fly up to a sky where there is no pain and fear
I’ll sit, and watch you play from here…

No longer will you keep waiting for humanity to awaken in the chests of merciless men
No longer will you fall asleep at the sound of bombs shaking the cribs of innocent children
Sleep, ya habibi, and break free

I’ll sit here…
Thinking of you till the day we meet again
And praying for our land’s children to be given a chance to be.

***

“Strong”tumblr_n4xsxyuIb51s77x2po1_500

As soon as she came into this life, the world asked of her to be strong.

Don’t cry. You need to be steady, you need to be tough.
Don’t cry as they take away yet another piece of the land. 
Don’t fall apart when they kill your brother, your father, your love. 
Find hope deep down into your sorrow, 
and mend your broken heart, crushed 
against the unsurmoutable wall that separates 
the olive scent of the hills
from the salty wind of the sea.
Light up your soul in this long separation from home.

There’s no more time, there has never been.
You need to be steady, you need to be a rock,
just like that lady standing there,
in a black embroidered Palestinian thawb
protecting the last brick of her home.
And when they demolish it,
break that brick and pass on the pieces to your father and son
so that they can feel they have not given up.

And don’t you give up either.
Wear your best patient, confident, smile
and go visit your hunger-striking husband
behind the bars.
Don’t cry. tumblr_mq44uji2yw1svt1dio1_500
Promise him there will be a better future
for your children,
for the land,
for the two of you.
Look him in the eyes,
and be young and radiant once again.

Find hope deep down into the sorrows 
set upon your soul by the wild greed of occupation
and give birth to humanity, and peace, and olive trees… 
Give birth to life once again,
and teach your children and grandchildren to be free.

 

— Tamara Taher.