Il momento della resistenza

Il muro in costruzione dal 2002 che percorre i Territori Palestinesi.


Gli sviluppi più recenti nei Territori Palestinesi (gli attacchi quotidiani dei coloni e delle forze dell’occupazione israeliana nella moschea AlAqsa e in varie zone della Cisgiordania, e i moti di protesta, di scontento e di agitazione del popolo palestinese che ricordano le due intifada) mi spingono a riflettere sull’idea di resistenza, e sulle azioni che compongono il processo del ‘resistere’ di volta in volta.

Le componenti del popolo palestinese resistono, con consapevolezze differenti, in molte forme diverse. Queste componenti, che vadano ad indicare i palestinesi dentro o fuori dai confini della Palestina storica, che sostengono questa o quella fazione politica, possono essere definite in base a criteri di vario genere, dal territoriale all’ideologico, ma alla fine, tutte resistono finché sono. Resistono nel semplice essere ciò che sono, palestinesi, nelle forme e nelle immagini più specifiche e particolari.

Resistono gli abitanti palestinesi di Gerusalemme, nella parte orientale della città, che tutti i giorni devono fare i conti con le politiche israeliane volte a spingerli sempre più in là, fuori dalle case, dalla terra, dalla vita.
Resistono coloro che rimangono dove sono nonostante i loro bambini vengano rapiti e bruciati vivi dai coloni; o presi nel pieno della notte, ammanettati e portati via dai soldati, in un’esperienza che li dissuada dal resistere in futuro; resistono coloro che rimangono ad Al-Khalil (Hebron) anche quando non c’è più modo di lavorare e di vivere, anche quando non possono più camminare, respirare, parlare al di là dei limiti e dei confini fisici e psicologici imposti dall’occupante, che non si dichiara più ufficialmente tale (a partire dal processo di Oslo, 1993) ma che di fatto rimane occupante.
Resistono le donne, gli uomini e i ragazzi, che tutti i giorni con la loro esistenza e presenza fisica ad AlAqsa proteggono ciò che hanno di più sacro.
Ma resistono, in altre forme, anche coloro che non possono esistere fisicamente sulla terra a cui vogliono tornare, ma che continuano ad essere e a dichiararsi palestinesi, nel loro dialogo con gli altri, nel loro raccontare e pensare sé stessi.

La condizione comune di tutte queste forme di resistenza sta nel fatto che essa reagisce ad una forza che mira ad eliminare completamente chi la pratica, il palestinese. È una forza che viene esercitata da un potere egemonico, multiforme, basato solidamente su un’ideologia, che spinge il soggetto palestinese fuori dalla parola e dall’idea di umanità, “oltre l’ultimo cielo”1, fuori dal tempo e dallo spazio, tentando di cancellarne la storia e la memoria, sia materiale che immateriale.

Faris Odeh, 29 Ottobre 2000, Associated Press
Faris Odeh, 29 Ottobre 2000, Associated Press

Nell’opporsi a questa spinta costante e complessa, composta da più strumenti e strategie, il palestinese è necessariamente portato a realizzare nuove forme di espressione e di azione, che vanno al di là di quelle utilizzate dal potere egemonico. L’elaborazione e la messa in pratica della propria agentività (agency) e il disegno, di volta in volta, di nuovi spazi di esistenza in opposizione ai confini tracciati, a volte fisici e a volte non2, rendono la sua resistenza un importante momento creativo e trasformativo, che permette di pensare sia la propria identità che lo ‘stare assieme’ secondo una logica diversa e nuova, che vede l’interazione tra il continuo rinnovamento delle prospettive, un approccio critico sia verso la realtà che verso se stessi, e la preservazione della storia del soggetto resistente.

Un esempio di questo tipo di azioni che tentano di aprire uno squarcio nella tela intessuta dal potere egemonico che instaura i rapporti e codifica le relazioni, è lo sciopero della fame a cui molti detenuti amministrativi palestinesi ricorrono come mezzo di rivendicazione della libertà e della giustizia, una lotta che esprime ambizioni non individuali ma collettive, una che si presenta, più ampiamente, come simbolo della condizione palestinese. Quando non rimane controllo su altro che sul proprio stomaco, il prigioniero palestinese utilizza la propria volontà come mezzo di espressione, la gestione della propria esistenza come agenzia/azione da contrapporre alle imposizioni del potere che limita in tutto e per tutto la libertà fisica ed espressiva. È per il mezzo di questo nuovo modo di parlare, che si distacca da una logica logocentrica per esprimersi al di là del linguaggio gestito e codificato dal potere egemonico, che il soggetto ha finalmente modo di parlare veramente. È quello che Gayatri Chakravorty Spivak chiama un ‘parlare performativo‘, un reale mezzo di espressione del soggetto che viene escluso e spinto fuori dal linguaggio e dalla narrativa.

Questo tempo-spazio che il soggetto si ritaglia è un momento fecondo di possibilità e di strade da percorrere, uno dove il soggetto può ridefinire se stesso e le proprie relazioni con gli altri utilizzando più categorie, più lingue, più prospettive, nel processo di traduzione e negoziazione dei significati che si affronta nel momento della loro comunicazione agli altri. Questo soggetto diventa perciò lui/lei stesso/a il principio dialettico di riorganizzazione della propria realtà3. Rompe, in questo modo, le relazioni ingiuste passate per pensare prospettive future basate sull’interazione tra registri linguistici e culturali, sulla differenza culturale invece che sulla diversità.

Possiamo forse veder succedere tutto questo anche in un’altra forma di resistenza palestinese, la campagna BDS, un appello da parte di diversi attori di società civile palestinese a boicottare, disinvestire e sanzionare Israele con lo scopo di spingerlo ad interrompere le violazioni e le violenze strutturali nei confronti dei palestinesi.
Il movimento pone alla sua base e come scopi finali tre principi focali: la libertà, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi alla loro terra, e l’uguaglianza tra gli individui che comporranno il nucleo di convivenza futuro, il che significa la fine della discriminazione razziale messa in atto da Israele (equiparata all’apartheid vigente in passato in Sud Africa e smantellato ufficialmente nel 1991).

Questi principi fondativi lasciano lo spazio all’elaborazione di come realizzarli, permettendo così una prospettiva flessibile e dinamica, e prefigurano, allo stesso tempo, il cambiamento rispetto all’ingiustizia del presente. Gli scopi e le azioni del movimento si basano così sulla agency del soggetto che subisce l’oppressione, un soggetto che non deve essere salvato ma che guida la propria lotta per la liberazione; e permettono, dall’altra parte, una forma di solidarietà di chi è testimone dell’ingiustizia basata su un rapporto orizzontale invece che verticale, uno che utilizza un linguaggio di alleanze, coalizioni e reciprocità4. Tutto questo permette un avvicinamento reale delle comunità (quella palestinese e quelle che ne sostengono la lotta per la libertà e la giustizia), incoraggiando un processo di apprendimento e di riflessione comune su temi più ampi quali il potere, il razzismo, le questioni di genere, gli effetti del neoliberismo nelle diverse regioni del mondo, la globalizzazione, e così via5.

To exist is to resist.
To exist is to resist.

La resistenza riesce ad aprire un affascinante momento di confronto e di dialogo, un momento di umanità condivisa in cui è proprio la differenza dei punti di vista, delle esperienze, e delle situazioni locali degli individui a costituire la ricchezza dell’incontro. Cancella così le barriere invisibili, supera le etichette Nord e Sud, Occidente e Oriente, per riconoscere che nel mondo globalizzato, i poteri egemonici sono interconnessi e complessi e toccano tutte le realtà. E in tutte le realtà, le persone e le comunità possono individuare modi alternativi del vivere comune che comunichino con le prospettive altrui arricchendole e venendone arricchiti a loro volta.
In questo modo, il momento della resistenza ci apre gli occhi sugli altri e su noi stessi.


1The Earth is Closing on Us, Mahmoud Darwish:
I wish we were pictures on the rocks
for our dreams to carry as mirrors.
We saw the faces of those who will throw
our children out of the window of this last space.
Our star will hang up mirrors.
Where should we go after the last frontiers ?
Where should the birds fly after the last sky ?
Where should the plants sleep after the last breath of air ?
We will write our names with scarlet steam.
We will cut off the hand of the song to be finished by our flesh.
We will die here, here in the last passage.
Here and here our blood will plant its olive tree.
2 Un esempio evidente è il muro in costruzione dal 2003 che attraversa i Territori Palestinesi e separa la popolazione dalla propria terra, nascondendola al contempo agli occhi dell’israeliano, rendendola ‘mostro’ da domare, ‘indigeno selvaggio’ da recintare.
3 Homi K. Bhabha, in “Cultural Diversity and Cultural Differences”, fa notare che è nel momento della lotta per la liberazione dal colonialismo che il popolo algerino riesce a rompere le continuità definite dal potere coloniale in decenni di dominio, e a proporre così le sue identità culturali in un processo multiforme e multi-temporale che le estrae dalla mera diversità per leggerle invece nella differenza culturale. Questo spazio di cambiamento, situato tra le culture e nella loro differenza, permette di eludere la logica della polarità e di pensare con criticità non solo l’altro ma anche sé stessi.
4 Lila Abu Lughod, “Do Muslim Women Really Need Saving?”, 2002.
5 Gli esempi di collaborazione, solidarietà e apprendimento reciproci sono molti, alcuni: la vicinanza delle rivendicazioni palestinesi a quelle dei neri d’America e del Sud Africa, (vedi Our Palestine statement draws on history of Black internationalism, says organizer) ma anche alle posizioni del NoTav italiano (vedi From Italy to Israel/Palestine: Activists share insights on popular struggle)

Sono di lì, sono di qui* – I am from there, I am from here*

Figlia di Ziad Abu Ein, ministro palestinese ucciso durante una protesta pacifica nel Dicembre 2014. "Siamo venuti per piantare ulivi"

“Siamo venuti per piantare ulivi”. Figlia di Ziad Abu Ein, ministro palestinese ucciso durante una (protesta pacifica nel Dicembre 2014. “

(English version follows Italian – “I am from there, I am from here*”)

Qualche tempo fa, tentando di elaborare un pensiero sul significato dell’ulivo in Palestina, ero giunta alla conclusione che uno dei suoi tratti più interessanti fosse il fatto che sapesse unire ed avvicinare due mondi che vengono spesso costretti a stare in due categorie monolitiche e rigide definite come contrapposte tra di loro, l’“Oriente”, e l’“Occidente”.
L’ulivo sembrava chiudere la distanza tra questi due mondi, che in realtà sono estremamente variegati e complessi, e ricordare ai popoli che li compongono l’umanità dell’altro, riconducendoli ad un senso di empatia e di solidarietà.

La mia convinzione dell’inutilità di queste etichette si è sicuramente consolidata nel tempo. L’“Oriente” e l’“Occidente”, nella mia esperienza di vita personale, interagiscono e si arricchiscono a vicenda. Vivere tra i mondi è una ricchezza che si impara ad apprezzare crescendo, e una volta che la si riconosce ci si accorge di non poterne più fare a meno. Non si sa più vivere solo qui o solo lì.

Ci possono essere momenti in cui si desidera essere solo di qui o solo di lì, perché forzare la linea che il discorso predominante continua ad imporre tra queste realtà eterogenee a volte richiede uno sforzo significativo. Quella linea può non essere importante per il singolo individuo, ma lo è ancora per altri con cui interagisce. Eppure, nonostante la difficoltà di certi sforzi, ci sono tanti momenti in cui essere di qui e di lì si dimostra per l’esperienza arricchente e stimolante che è.

Forse, a questo punto, sarebbe necessario tracciare una differenza tra le rappresentazioni personali che ciascuno di noi può avere di questi due mondi e quelle imposte, invece, dal discorso pubblico. Effettivamente, chi di noi non vede la necessaria contrapposizione totale tra queste entità nella loro interezza, raggiunge questa posizione perché non vede elementi assolutamente inconciliabili ed incapaci di convivere tra di loro nei due mondi. Più precisamente, si scorge ancora, inevitabilmente, la diversità – che non può essere eliminata o ignorata – ma questo non porta per forza al conflitto violento. La diversità è di per sé il valore centrale di questa esperienza.

In particolare, adottare questa prospettiva ci permette di fare un’osservazione molto interessante sul concetto stesso di “conflitto”. Quando si parla di questa categoria, tendiamo tutti, o per la maggior parte, a pensare subito a qualcosa di violento e di distruttivo, qualcosa da evitare ed eliminare in modo assoluto, perché lo rappresentiamo come qualcosa che si esprime nei termini di un processo che conduce all’annullamento della controparte. Ci dimentichiamo invece del fatto che il termine stesso non indica necessariamente la violenza, la guerra, o la distruzione dell’altro, ma più precisamente un’interazione sociale in cui si rileva l’esistenza di un’incompatibilità tra idee, prospettive o scopi tra i soggetti che vi partecipano.

Il conflitto, per questo, è molto più comune nelle nostre vite quotidiane di quanto riconosciamo, ed è dato semplicemente dal fatto che esistono sempre modi diversi di intendere una determinata questione, modi che dipendono dal punto dal quale la stiamo osservando. Nessuno di noi è detentore assoluto della verità e della giustizia, perché nessuno di noi è perfetto e onnisciente. Tutti però vediamo degli scorci che dipendono dall’angolo dal quale stiamo osservando queste due linee guida. Con questo, ovviamente, non sto facendo il discorso dei relativisti. Sto semplicemente dicendo che la molteplicità dei punti di vista è inevitabile nell’esperienza umana.

La diversità, infatti, è la caratteristica più esplicita e universalmente comune ai 7 miliardi di esseri umani che vivono su questo pianeta. Non solo sono diversi i popoli tra di loro, ma ogni singolo individuo è diverso dall’altro. Nessuno è identico a nessun altro.
Questo significa che ci sarà sempre qualcosa su cui non si concorderà perfettamente, ma è proprio nel momento del conflitto che le parti si mettono in gioco, e cambiano di conseguenza in un modo o nell’altro, si modificano, o decidono anche di non farlo affatto. Ma decidono. Sono attive. Fanno un scelta.
Il momento del conflitto è il momento della crescita e del cambiamento proprio quando non va a coincidere con la violenza distruttiva fine a se stessa, che ne è l’opposto.
Il momento del conflitto rende più evidente e visibile ciò che ci tocca più nel profondo, e proprio per questo, in un certo senso, ci avvicina, perché ci fa conoscere a vicenda più in profondità.

Questo ragionamento mi permette di fare una distinzione importante tra “conflitto” e “scontro”. Quest’ultimo è piuttosto la categoria in cui non possono esserci il momento della crescita e quello della decisione consapevole e attiva. Lo scontro rimanda ad un’idea di distruzione inevitabile, a un movimento incapace di arrestarsi e destinato a farlo solo con l’urto violento con qualcos’altro, che rimane altro, estraneo, e non si conosce meglio in nessuno dei momenti dello scontro.

Comprendere questa distinzione mi sembra molto importante, e penso anche chiarisca bene la differenza tra una prospettiva che insiste sulla categorizzazione di “Oriente” e “Occidente” (e in generale delle culture) come entità incompatibili e chiuse, propria infatti della teoria dello “scontro di civiltà”, e quella che invece smonta questi concetti e li apre, per esaminarli nella loro complessità e ricchezza e rendere possibile l’interazione tra idee, valori e visioni del mondo, accettando anche la possibilità che ci sia conflitto su alcuni temi. Questa interazione può avere esiti molteplici e diversi tra loro, ma, in ognuno degli esiti, permette l’azione degli individui portatori di queste varie visioni del mondo, li rende partecipi dell’incontro con il diverso, dà loro voce e una possibilità di crescita e arricchimento reciproco, un modo di vedere veramente con altri occhi la propria realtà e quella altrui.

La prospettiva opposta invece relega gli individui ciascuno al proprio mondo, e propone rappresentazioni dell’altro preconcette e decise dall’alto. È un processo esclusivo, che limita le angolazioni da cui guardare alla giustizia e alla verità, rendendo l’empatia umana più selettiva e soprattutto più dipendente dagli interessi di chi propone la rappresentazione dell’altro di turno.

Ero partita dall’ulivo, e tento di tornare infine alla sua ombra. Quest’albero mi sta proprio simpatico. Oltre ad essere simbolo di sumud (“resistenza”) e di convivenza, per me simboleggia la continuità nel tempo, e la determinazione che ci vuole per continuare a crescere.


“He says: I am from there, I am from here,
but I am neither there nor here.
I have two names which meet and part…
I have two languages, but I have long forgotten
which is the language of my dreams.
I have an English language, for writing,
with yielding phrases,
and a language in which Heaven and
Jerusalem converse, with a silver cadence,
but it does not yield to my imagination.

What about identity? I asked.
He said: It’s self-defense…
Identity is the child of birth, but
at the end, it’s self-invention, and not
an inheritance of the past. I am multiple…
Within me an ever new exterior. And 
I belong to the question of the victim. Were I not 
from there, I would have trained my heart
to nurture there deers of metaphor…
So carry your homeland wherever you go, and be
a narcissist if need be/
The outside world is exile,
exile is the world inside.
And what are you between the two?”

Edward Said and Mahmoud Darwish

Edward Said and Mahmoud Darwish

— Mahmoud Darwish, “A Contrapuntal Reading”

*Un verso del poeta palestinese Mahmoud Darwish in “A Contrapuntal Reading”, il suo addio a Edward Said.

English:

Some time ago, I reflected upon the meaning of olive trees in Palestine, and while thinking about their importance and relevance in this context, I reached the conclusion that one of the most interesting characteristics of this beautiful tree was that it managed to bring together, under its shade, two worlds which are compelled to stay in two separate, monolithic and rigid categories opposed to one another, the ‘Orient’ and the ‘Occident’ (West). Olive trees seemed to close the distance between these two worlds, which are actually extremely diverse and complex, and remind their peoples about the other‘s humanity, about empathy and solidarity.

By time, I have grown more and more convinced of the fact that these labels are useless. The ‘Orient’ and the ‘West’, in my personal experience, interact and enrich one another. Living between worlds is a gift one learns to appreciate while growing up, but once it is acknowledged, it becomes irrevocable. You are no longer able to live only here or only there.

There may be times when you wish you were only from here, or only from there, because forcing the line that the hegemonic discourse continues to impose between these diverse worlds often requires a significant effort. This line may not be important or relevant to an individual, but it still is crucial for many others in society. Nonetheless, no matter how hard it may seem at some points, there are also many occasions in which being from here and from there is extremely and clearly stimulating.

At this stage, it is useful to make a distinction between two different ways of representing these two worlds: the first may be our personal understanding of these realities, while on the other hand we have the narrative proposed by the public discourse. Those of us who do not see a necessary, total and complete contrast between the two ‘entities’ often reach this kind of conclusion because they do not see different worldviews as being absolutely incompatible and incapable of living together and interacting with each other. This doesn’t mean diversity is not acknowledged – ignoring it is actually hard a thing to do and it does not serve the point we’re trying to make here – but the recognition of diversity does not inevitably lead to violent conflict. Diversity is, per se, the main value of this experience.

This perspective, importantly, allows us to make a consideration regarding the concept of ‘conflict’ before moving on to the next step. When we speak about this category, we often tend to think about something that is violent and destructive, something that we certainly need to eliminate completely, because we represent it as a process that can only be (and is) manifested and lived in this kind of terms. And we forget, at the same time, that the word itself (‘conflict’) does not necessarily indicate violence, war, or the destruction of the other. It rather refers, more specifically, to a social interaction in which those involved have different ideas, perspectives, and aims that do not comply with one another.

This means conflict is much more common in our daily lives than what we’d think and admit, and this is simply due to the fact that there are always different ways of understanding and dealing with a certain question, depending on the viewpoint from which we are observing the case in point. None of us are absolute holders of truth and justice, because none of us are perfect and omniscient. We all can see, though, a glimpse of these two principles from where we are standing in our pursuit of them. By saying this, I am not being relativist, I am simply pointing out that the multiplicity of points of view is inevitable in the human experience.

‘Diversity’ is, after all, the most explicit and universal characteristic, common to all 7 billion people living on this planet. Not only are peoples different, but every single individual is different from the other. No one is identical to any other human being.
This means that there always will be something we do not agree upon, but it is exactly when we are in conflict upon an issue that we engage in proving ourselves and our ideas to others. This actually causes a change in us in some way or another, because we live the condition of making choices and interacting with something that is outside of our identity and therefore challenges us. Parties of a conflict may decide to change, or even not to, but even in the case they choose the latter option they are active, because they actually make a choice.

The moment of conflict is the moment of change and growth when it does not correspond to destructive violence that is considered as an end in itself. This violence is the exact opposite of the notion of conflict we are analyzing.
The moment of conflict we are considering is that in which the things that affect us most profoundly are made most evident and visible, making us sometimes more vulnerable. But it is precisely in this situation that we are allowed to know each other one step further, because we are let in on the red lines and limits that each of us holds as references of his or her being.

This reasoning allows me to make a distinction between the notions of ‘conflict’ and ‘clash’. The latter is the category in which the phases of growth and conscious and active decision making have no space at all. A clash gives the impression of something that is headed inevitably towards annihilation, of a movement incapable of stopping and destined to do so only when hitting violently against something which remains other, alien, and which we are not able to understand any better in any of the moments of the clash.

Outlining this difference seems really crucial and important to me. I think it makes it much more clear to many of us that there are fundamental differences between a perspective that insists on the categorization of entities such as ‘Orient’, ‘Occident’ (‘West’) – and in general of cultures – as incompatible and uncommunicative realities, and another one which deconstructs these concepts and cracks them open in order to examine their complexities and richness, allowing the interaction of ideas, values and worldviews while accepting that there well may be conflict upon certain issues.

The dialogue between these elements may have different outcomes, but in any such it empowers individuals who hold these views and ideas. These individuals become the main agents and actors of the encounter with the other, they speak for themselves, they are not voiceless, and they can fully live the possibility of being enriched, of growing up and changing as a result of this encounter, which gives them the opportunity to see with other eyes their own reality and different ones.

The opposite perspective instead relegates each individual to his own world alone, and gives representations of the other which are already decided and dictated from above. It’s an exclusive process which limits the angles from which to look at justice and truth, designing human empathy to be more selective and especially more dependent on the interests of those who are spreading the official representation of a certain other.

I started from an olive tree, and I try to end up at its shade again. I really like this tree. Not only does it represent ‘sumud’ (‘resistance’) and peace, but it also symbolizes continuity in time, and the determination that is needed in order to keep on growing up.


He says: I am from there, I am from here,
but I am neither there nor here.

I have two names which meet and part…
I have two languages, but I have long forgotten
which is the language of my dreams.
I have an English language, for writing,
with yielding phrases,
and a language in which Heaven and
Jerusalem converse, with a silver cadence, 
but it does not yield to my imagination.

What about identity? I asked.
He said: It’s self-defence…
Identity is the child of birth, but
at the end, it’s self-invention, and not
an inheritance of the past. I am multiple…
Within me an ever new exterior. And 
I belong to the question of the victim. Were I not 
from there, I would have trained my heart
to nurture there deers of metaphor…
So carry your homeland wherever you go, and be
a narcissist if need be/
The outside world is exile,
exile is the world inside.
And what are you between the two?”

Mahmoud Darwish, “A Contrapuntal Reading”

*A verse from a poem by Mahmoud Darwish, “A Contrapuntal Reading”, his farewell to Edward Said.