Il momento della resistenza

Il muro in costruzione dal 2002 che percorre i Territori Palestinesi.


Gli sviluppi più recenti nei Territori Palestinesi (gli attacchi quotidiani dei coloni e delle forze dell’occupazione israeliana nella moschea AlAqsa e in varie zone della Cisgiordania, e i moti di protesta, di scontento e di agitazione del popolo palestinese che ricordano le due intifada) mi spingono a riflettere sull’idea di resistenza, e sulle azioni che compongono il processo del ‘resistere’ di volta in volta.

Le componenti del popolo palestinese resistono, con consapevolezze differenti, in molte forme diverse. Queste componenti, che vadano ad indicare i palestinesi dentro o fuori dai confini della Palestina storica, che sostengono questa o quella fazione politica, possono essere definite in base a criteri di vario genere, dal territoriale all’ideologico, ma alla fine, tutte resistono finché sono. Resistono nel semplice essere ciò che sono, palestinesi, nelle forme e nelle immagini più specifiche e particolari.

Resistono gli abitanti palestinesi di Gerusalemme, nella parte orientale della città, che tutti i giorni devono fare i conti con le politiche israeliane volte a spingerli sempre più in là, fuori dalle case, dalla terra, dalla vita.
Resistono coloro che rimangono dove sono nonostante i loro bambini vengano rapiti e bruciati vivi dai coloni; o presi nel pieno della notte, ammanettati e portati via dai soldati, in un’esperienza che li dissuada dal resistere in futuro; resistono coloro che rimangono ad Al-Khalil (Hebron) anche quando non c’è più modo di lavorare e di vivere, anche quando non possono più camminare, respirare, parlare al di là dei limiti e dei confini fisici e psicologici imposti dall’occupante, che non si dichiara più ufficialmente tale (a partire dal processo di Oslo, 1993) ma che di fatto rimane occupante.
Resistono le donne, gli uomini e i ragazzi, che tutti i giorni con la loro esistenza e presenza fisica ad AlAqsa proteggono ciò che hanno di più sacro.
Ma resistono, in altre forme, anche coloro che non possono esistere fisicamente sulla terra a cui vogliono tornare, ma che continuano ad essere e a dichiararsi palestinesi, nel loro dialogo con gli altri, nel loro raccontare e pensare sé stessi.

La condizione comune di tutte queste forme di resistenza sta nel fatto che essa reagisce ad una forza che mira ad eliminare completamente chi la pratica, il palestinese. È una forza che viene esercitata da un potere egemonico, multiforme, basato solidamente su un’ideologia, che spinge il soggetto palestinese fuori dalla parola e dall’idea di umanità, “oltre l’ultimo cielo”1, fuori dal tempo e dallo spazio, tentando di cancellarne la storia e la memoria, sia materiale che immateriale.

Faris Odeh, 29 Ottobre 2000, Associated Press
Faris Odeh, 29 Ottobre 2000, Associated Press

Nell’opporsi a questa spinta costante e complessa, composta da più strumenti e strategie, il palestinese è necessariamente portato a realizzare nuove forme di espressione e di azione, che vanno al di là di quelle utilizzate dal potere egemonico. L’elaborazione e la messa in pratica della propria agentività (agency) e il disegno, di volta in volta, di nuovi spazi di esistenza in opposizione ai confini tracciati, a volte fisici e a volte non2, rendono la sua resistenza un importante momento creativo e trasformativo, che permette di pensare sia la propria identità che lo ‘stare assieme’ secondo una logica diversa e nuova, che vede l’interazione tra il continuo rinnovamento delle prospettive, un approccio critico sia verso la realtà che verso se stessi, e la preservazione della storia del soggetto resistente.

Un esempio di questo tipo di azioni che tentano di aprire uno squarcio nella tela intessuta dal potere egemonico che instaura i rapporti e codifica le relazioni, è lo sciopero della fame a cui molti detenuti amministrativi palestinesi ricorrono come mezzo di rivendicazione della libertà e della giustizia, una lotta che esprime ambizioni non individuali ma collettive, una che si presenta, più ampiamente, come simbolo della condizione palestinese. Quando non rimane controllo su altro che sul proprio stomaco, il prigioniero palestinese utilizza la propria volontà come mezzo di espressione, la gestione della propria esistenza come agenzia/azione da contrapporre alle imposizioni del potere che limita in tutto e per tutto la libertà fisica ed espressiva. È per il mezzo di questo nuovo modo di parlare, che si distacca da una logica logocentrica per esprimersi al di là del linguaggio gestito e codificato dal potere egemonico, che il soggetto ha finalmente modo di parlare veramente. È quello che Gayatri Chakravorty Spivak chiama un ‘parlare performativo‘, un reale mezzo di espressione del soggetto che viene escluso e spinto fuori dal linguaggio e dalla narrativa.

Questo tempo-spazio che il soggetto si ritaglia è un momento fecondo di possibilità e di strade da percorrere, uno dove il soggetto può ridefinire se stesso e le proprie relazioni con gli altri utilizzando più categorie, più lingue, più prospettive, nel processo di traduzione e negoziazione dei significati che si affronta nel momento della loro comunicazione agli altri. Questo soggetto diventa perciò lui/lei stesso/a il principio dialettico di riorganizzazione della propria realtà3. Rompe, in questo modo, le relazioni ingiuste passate per pensare prospettive future basate sull’interazione tra registri linguistici e culturali, sulla differenza culturale invece che sulla diversità.

Possiamo forse veder succedere tutto questo anche in un’altra forma di resistenza palestinese, la campagna BDS, un appello da parte di diversi attori di società civile palestinese a boicottare, disinvestire e sanzionare Israele con lo scopo di spingerlo ad interrompere le violazioni e le violenze strutturali nei confronti dei palestinesi.
Il movimento pone alla sua base e come scopi finali tre principi focali: la libertà, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi alla loro terra, e l’uguaglianza tra gli individui che comporranno il nucleo di convivenza futuro, il che significa la fine della discriminazione razziale messa in atto da Israele (equiparata all’apartheid vigente in passato in Sud Africa e smantellato ufficialmente nel 1991).

Questi principi fondativi lasciano lo spazio all’elaborazione di come realizzarli, permettendo così una prospettiva flessibile e dinamica, e prefigurano, allo stesso tempo, il cambiamento rispetto all’ingiustizia del presente. Gli scopi e le azioni del movimento si basano così sulla agency del soggetto che subisce l’oppressione, un soggetto che non deve essere salvato ma che guida la propria lotta per la liberazione; e permettono, dall’altra parte, una forma di solidarietà di chi è testimone dell’ingiustizia basata su un rapporto orizzontale invece che verticale, uno che utilizza un linguaggio di alleanze, coalizioni e reciprocità4. Tutto questo permette un avvicinamento reale delle comunità (quella palestinese e quelle che ne sostengono la lotta per la libertà e la giustizia), incoraggiando un processo di apprendimento e di riflessione comune su temi più ampi quali il potere, il razzismo, le questioni di genere, gli effetti del neoliberismo nelle diverse regioni del mondo, la globalizzazione, e così via5.

To exist is to resist.
To exist is to resist.

La resistenza riesce ad aprire un affascinante momento di confronto e di dialogo, un momento di umanità condivisa in cui è proprio la differenza dei punti di vista, delle esperienze, e delle situazioni locali degli individui a costituire la ricchezza dell’incontro. Cancella così le barriere invisibili, supera le etichette Nord e Sud, Occidente e Oriente, per riconoscere che nel mondo globalizzato, i poteri egemonici sono interconnessi e complessi e toccano tutte le realtà. E in tutte le realtà, le persone e le comunità possono individuare modi alternativi del vivere comune che comunichino con le prospettive altrui arricchendole e venendone arricchiti a loro volta.
In questo modo, il momento della resistenza ci apre gli occhi sugli altri e su noi stessi.


1The Earth is Closing on Us, Mahmoud Darwish:
I wish we were pictures on the rocks
for our dreams to carry as mirrors.
We saw the faces of those who will throw
our children out of the window of this last space.
Our star will hang up mirrors.
Where should we go after the last frontiers ?
Where should the birds fly after the last sky ?
Where should the plants sleep after the last breath of air ?
We will write our names with scarlet steam.
We will cut off the hand of the song to be finished by our flesh.
We will die here, here in the last passage.
Here and here our blood will plant its olive tree.
2 Un esempio evidente è il muro in costruzione dal 2003 che attraversa i Territori Palestinesi e separa la popolazione dalla propria terra, nascondendola al contempo agli occhi dell’israeliano, rendendola ‘mostro’ da domare, ‘indigeno selvaggio’ da recintare.
3 Homi K. Bhabha, in “Cultural Diversity and Cultural Differences”, fa notare che è nel momento della lotta per la liberazione dal colonialismo che il popolo algerino riesce a rompere le continuità definite dal potere coloniale in decenni di dominio, e a proporre così le sue identità culturali in un processo multiforme e multi-temporale che le estrae dalla mera diversità per leggerle invece nella differenza culturale. Questo spazio di cambiamento, situato tra le culture e nella loro differenza, permette di eludere la logica della polarità e di pensare con criticità non solo l’altro ma anche sé stessi.
4 Lila Abu Lughod, “Do Muslim Women Really Need Saving?”, 2002.
5 Gli esempi di collaborazione, solidarietà e apprendimento reciproci sono molti, alcuni: la vicinanza delle rivendicazioni palestinesi a quelle dei neri d’America e del Sud Africa, (vedi Our Palestine statement draws on history of Black internationalism, says organizer) ma anche alle posizioni del NoTav italiano (vedi From Italy to Israel/Palestine: Activists share insights on popular struggle)

Lo spazio da rivendicare

Cosa vuol dire effettivamente non dimenticare un’ingiustizia del passato che continua a produrre i suoi effetti sul presente?

The village of Deir Yassin, 1930

The village of Deir Yassin, 1930

Ogni anno ci sono date, come il 9 Aprile (massacro di Deir Yassin nel 1948), il 16-18 Settembre (massacro di Sabra e Shatila del 1982), le date delle operazioni militari israeliane più recenti sulla Striscia di Gaza (da “Piombo Fuso” nel 2008/2009, a “Pilastro di Difesa” nel 2012, a “Bordo Protettivo” nel 2014), e molti altri momenti bui della storia palestinese, che riportano alla mente episodi del passato che hanno modificato per sempre le vite di molte persone, di intere aree geografiche, di un popolo nella sua interezza. Sembra che le date stiano lì, sul calendario, a moltiplicarsi nel tempo, a volte a ritmo più veloce e serrato, altre volte più lentamente, aggiungendo dolore al dolore collettivo e memoria a ciò che ci si promette di non dimenticare mai, una generazione dopo l’altra.
Sono i momenti che compongono la Nakba palestinese, la “Catastrofe”, che non è stata il solo 1948. È una catastrofe che continua da decenni, che si perpetua e si sviluppa nel tempo.

Ma non è tale, non è catastrofe, per nessun altro. Anzi, sembra essere stata un sollievo, inizialmente, per le coscienze di chi è accorso a riconoscere la “dichiarazione di indipendenza” di uno stato costituito su una terra che non era affatto disabitata. In quel contesto non ci si è curati del fatto che a pagare il prezzo di ingiustizie compiute nei confronti degli ebrei in Europa per secoli fosse costretta una popolazione che niente aveva avuto a che fare con quelle ingiustizie.

E così sono stati centinaia di migliaia i palestinesi costretti a lasciare i loro villaggi e le loro città nei mesi precedenti e successivi a questa dichiarazione, divenuti poi milioni nei campi profughi nello scorrere dei decenni successivi; più di 400 i villaggi totalmente distrutti, svuotati dei loro abitanti, perché poi fossero date via le loro case abbandonate in tutta fretta, “la radio rimasta accesa” come direbbero i palestinesi di Jaffa, a nuovi coinquilini, a nuove famiglie, a nuova gente che non conosceva le pietre del posto, le fontane d’acqua nel giardino, gli alberi d’arancio e gli ulivi, la tranquillità del luogo e il profumo dell’aria che un profugo palestinese in Libano, Siria o Giordania continua a sognare di poter respirare di nuovo un giorno.

Ricordare è fondamentale, ricordare è assolutamente urgente e necessario. Ma da solo non basta, non nella forma di una semplice concessione alla parte più debole di piangere e di gridare, come direbbe Mourid Barghouti1.
Colui a cui è negata la giustizia non può che continuare a ricordare ciò che lo opprime. Non ci si può scordare di una propria ferita pulsante e che non guarisce mai, di una ferita che peggiora ancora e ancora nel tempo, che ci distrugge lentamente, che ci uccide con intelligenza; una a cui molti sono divenuti ormai indifferenti (quella ferita dopotutto fa parte della nostra immagine), ma che in noi continua invece a produrre sempre lo stesso effetto catastrofico.

Ricordare diventa un’azione efficace per il futuro quando si collega a qualcosa del nostro presente, uno sforzo, che tenta di interrompere la catena delle ingiustizie che preme su di noi e sul nostro dolore collettivo, nel lento ma costante accumularsi di momenti da segnare sul calendario, per non dimenticare.

Agire in questa direzione è problematico. Come fare? Cosa vuol dire? Come si spezza questa catena? Come si elabora il dolore? Lo si elabora? Lo si deve per forza elaborare? Non lo si può vivere e basta, lasciando che esso si prenda tutto il suo tempo, che si esaurisca quando è finalmente pronto a produrre qualcosa di diverso da sé stesso? Ma quando diventa pronto a fare tutto questo?

Probabilmente quando si vede riconosciuto, quando viene finalmente e seriamente preso in considerazione. E perché questo avvenga, quella sofferenza la si deve vedere, e si deve vedere, pienamente, innanzitutto chi la vive.
Questo soggetto che fa esperienza dell’ingiustizia non ha bisogno di essere salvato. Non ha bisogno di essere guidato al superamento del proprio dolore, al perdono del suo oppressore senza che questo interrompa l’oppressione. Non ha bisogno che qualcuno parli per lui, racconti la sua storia, gli “dia voce”. La sua voce ce l’ha, e vuole usarla.
L’incapacità e l’impossibilità di parlare non stanno nel soggetto stesso, ma stanno nel discorso egemonico che gli toglie la parola. Arundhati Roy afferma, acutamente, che “non esistono i ‘senza voce’, esistono solo coloro che vengono deliberatamente fatti tacere e coloro a cui si preferisce non ascoltare”.

Per il realizzarsi di una giustizia inclusiva, una in cui tutti possono esprimersi da sé, protagonisti del proprio processo di emancipazione e riscatto, per quel tipo di giustizia alla quale abbiamo cercato di pensare qualche tempo fa, probabilmente bisogna fare un passo ulteriore rispetto al “pensare agli altri”. Costituisce, anche questo, un momento fondamentale, perché ci permette di riconoscere il loro dolore. Ma poi, il passo successivo è ascoltarli.
Bisogna ascoltare tutti, e che tutti i soggetti parlino, che si raggiungano quei nodi inquietanti che si sa di non riuscire necessariamente a risolvere, sui quali si è consapevoli che c’è conflitto, sui quali si sa che si concentra la sofferenza delle parti coinvolte nel perpetuarsi della catena delle ingiustizie.

Tutto questo sembra ideale e limpido, tocca un nucleo essenziale, una causa più in fondo alle altre cause (che spesso sono realmente degli effetti) di una contrapposizione tra soggetti. Tocca quel processo di riconoscimento dell’altro, di sé stessi, delle proprie responsabilità e di quelle altrui che sta alla base di un’interazione con gli altri che si basa sulla dignità, e cioè sul rispetto della persona, andando oltre le rappresentazioni che ci si può essere costruiti di essa, sia che queste siano state in negativo o in positivo.

L’idea di una giustizia inclusiva è ciò a cui chiama il palestinese quando rivendica il “permesso di raccontare”, quello che, come è stato negato a lui, veniva negato al colonizzato, all’“orientale”, all’“arretrato”, all’“altro”, al subalterno di qualsiasi società, alla donna (il subalterno per eccellenza, tra l’altro).
Una giustizia inclusiva, per essere tale, dovrebbe dunque basarsi sulla multi-vocalità, e concorda, in questo senso, con il concetto di “lettura contrappuntistica” degli eventi: c’è il mio racconto e c’è quello dell’altro, di uno stesso avvenimento; la sua soggettività e la mia.

Ma chi viene incluso in questo processo di dialogo tra le narrazioni? Quali racconti vengono ascoltati? Da chi vengono accolti? Dipende tutto dall’ambito in cui si esprimono le voci: è un ambito al centro o al margine? È un ambito in cui parlare permette di cambiare le cose o è uno in cui questo non può accadere?
Qui si entra nel campo politico, ed emerge dunque il rapporto con il potere e con l’egemonia.

To exist is to resist.

To exist is to resist.

Il discorso egemonico non è uno ed unico, il che significa che riesce ad estendersi molto oltre le sfere convenzionali del potere, e dall’altra parte, il subalterno non è semplicemente chi ha la voce più debole o meno efficace nel discorso. Il subalterno è colui/colei alla cui voce non viene dato spazio alcuno in ciò che è gestito dal potere egemonico, è il soggetto il cui racconto è deliberatamente ignorato, non ascoltato.

La possibilità di partecipare al racconto invece è fondamentale per le caratteristiche dell’atto stesso del ‘raccontare’: la sua capacità terapeutica e quella di empowerment. Distogliere l’attenzione dalla voce di un soggetto, o occupare il suo posto per narrarlo, significa decidere per lui/lei ciò che deve essere fatto per il suo benessere con la presupposizione che quest* sia incapace di fare una scelta autonoma e coerente riguardo al proprio futuro. Questo toglie all’individuo e alla collettività di cui fa parte il ruolo centrale nella lotta per le proprie rivendicazioni, accrescendo un sentimento di frustrazione e di disagio.

Tutto questo mi fa riflettere molto, e fa emergere molte più domande di quelle che inizialmente avevo preso in considerazione.
Forse una cosa che mi sentirei di affermare a questo punto è che la domanda centrale probabilmente è sullo spazio di parola e di azione dei soggetti, e su come far sì che questi possano esprimersi in modo da realizzare realmente le proprie aspirazioni di vita.
È la domanda su una comprensione della libertà e della liberazione che vada oltre le definizioni preponderanti, egemoniche, di questi concetti, oltre i modelli dove si evoca l’idea che ci sia chi ha bisogno di essere salvato e chi ha le ricette per salvarlo.

Dove reclamare questo spazio per il contrappunto delle voci e delle idee?

1M. Barghouti, I Was Born There, I Was Born Here: “The weaker party in a conflict is allowed to scream, allowed to weep, but never allowed to tell their story.”

Una narratrice

Ada Lonni.  - Martin Ivo Photograph

Ada Lonni.
– Martin Ivo Photograph

Quando sono entrata in aula all’inizio di Ottobre, prima lezione di “Storia contemporanea del Mediterraneo”, non sapevo di essere sul punto di incontrare e conoscere una di quelle persone speciali che non si incontrano spesso nella vita, quelle che ti ispirano coraggio e determinazione, e che ti cambiano un po’, perché ti fanno riflettere su come perseguire con coerenza ed intelligenza le tue aspirazioni.

Queste persone non hanno dimenticato il vero significato dell’umanità in un’epoca in cui tutto è frenetico e superficiale. Un giorno incontrano un’idea, una causa, un mondo diverso, ascoltano una canzone, o si lasciano toccare il cuore dal suono affascinante di una lingua che non sanno parlare, e si innamorano.

La professoressa Lonni era una di queste persone. Si era innamorata sinceramente della Palestina, di quell’amore che rende coraggiosi ed ostinati, quello che ci spinge a conoscere fino in fondo il soggetto del nostro amore, nei suoi dettagli più piccoli ma estremamente significativi. Senza quelle piccole cose, dopotutto, l’amato non sarebbe lo stesso. Sapeva esprimere e descrivere questo sentimento con bellezza ed ironia: i caffè arabi nelle movimentate città palestinesi, i carovanserragli, le mura di Gerusalemme, i viaggiatori mascherati, i hakawati (“narratori”, “cantori di storie”) che narrano le gesta dei califfi e degli eroi.

Non so se sapesse di assomigliare molto a queste figure che tanto ammirava.
Quando ne parlava le brillavano gli occhi. È bello ascoltare un professore che spiega con passione. Ci sono momenti, durante le lezioni, in cui si tocca un tema particolare, e vedi quella luce illuminare il volto dell’insegnante. Ecco la passione che l’ha spinto/a a dedicare la vita a studiare quel particolare. Lo ama così tanto che sa trasmetterti precisamente quale, tra i tanti, è l’aspetto che trova, dopo anni ed anni di insegnamento, ancora così affascinante, così intellettualmente stimolante.
In quel momento ti dona qualcosa di prezioso, e se riesci a conservare un pezzettino di quella passione e a trattenere quella domanda che il tuo insegnante ha deciso di porre al mondo, forse riuscirai a portare avanti, assieme alla tua domanda, anche la sua.

La professoressa Ada Lonni era così. Sedeva sulla cattedra, le gambe sottili accavallate ed incrociate, la figura affusolata, rifiutandosi di usare il microfono nonostante la grandezza dell’aula e la sua voce delicata. Ci invitava piuttosto ad avvicinarci, a sedere in prima fila, per ascoltarla meglio. Ci offriva un cioccolatino.
Poi cominciava. Il suo era un racconto lungo centinaia di anni.
Un paio di fogli in mano, per leggerci con divertimento del viaggio del pellegrino di Bordeaux, degli articoli sul comportamento da tenere per i pellegrini in Terra Santa di Felix Fabri, degli orientalisti affascinati e straniti dagli abiti degli “orientali”, per raccontarci di Chateaubriand che chiedeva che fosse messa una targhetta con il suo nome nei pressi delle piramidi pur non avendole visitate. Non aveva avuto tempo, ma la gente doveva pensare che ci fosse stato…

Ci raccontava di come lei avrebbe voluto viaggiare mascherata, come Burckhard, Burton e Aly Bey, per poter vedere la Mecca, per poter entrare nel Haram, per poter conoscere la gente da vicino, senza intermediari.
È così che ha conosciuto la Palestina. Non se l’è fatta raccontare da nessuno che non la amasse quanto la sua gente. L’ha conosciuta facendoci amicizia, andandole incontro a braccia aperte, e venendo accolta tra le braccia dei palestinesi.

Era una hakawati, una viaggiatrice curiosa e coraggiosa, insaziabile di conoscenza, umana. Vedeva nell’altro il riflesso della propria umanità, e riusciva per questo a vivere l’empatia come una spinta propulsiva per il cambiamento, per la critica e per la lotta contro l’ingiustizia.

Gerusalemme

Gerusalemme

Chiacchierando durante la pausa che ci dava a metà lezione, un giorno, abbiamo condiviso un pensiero che mi tengo nel cuore come suo ricordo. Eravamo entrambe d’accordo sul fatto che la lotta per la libertà e la giustizia in Palestina si dovesse articolare e svolgere anche sul piano culturale. Lì le aspirazioni palestinesi rimanevano coerenti, autentiche, e venivano espresse al meglio. Le cose non sono complicate, il conflitto non dura da così tanto tempo perché alla gente piace semplicemente fare la guerra, le parti in causa non sono irrazionali.
Non si può pretendere di trattare la questione mettendo sullo stesso piano attori che hanno responsabilità diverse e che hanno agito in modi differenti tra di loro.
“Diciamo che le cose sono complicate quando non abbiamo il coraggio di dire come stanno veramente” mi ha detto un’altra volta. Aveva proprio ragione. Diciamo che sono complicate quando non abbiamo il coraggio di affermare con onestà e senza paura che sono ingiuste, che devono essere cambiate, che noi abbiamo una responsabilità e un ruolo nel modificarle.
Queste sue convinzioni l’avevano portata a fare qualcosa di concreto per sostenere la resistenza culturale palestinese tramite la campagna “Palestina raccontata” e nel suo costante impegno per far conoscere alla gente la storia palestinese.

Sono grata di averla conosciuta, come insegnante e come persona.
Ada Lonni è stata proprio uno di quegli individui stupendi che si lasciano guidare nella vita dal loro senso di giustizia e dalla loro passione, quelli che sanno essere coerenti e che sanno dedicarsi pienamente a ciò in cui credono.
Dirle addio è doloroso.
Ora invece restano le parole che ha scritto, e quelle che ci ha detto a lezione, e il ricordo di questa esperienza. Rimane la memoria di una donna forte, di un’insegnante vicina ai suoi studenti, e di molti altri aspetti di lei che ognuna delle persone che l’hanno conosciuta conserva nel proprio cuore.

La ringrazio, da lei ho imparato tanto.

“I Was Born In Gaza” – ” ولدت في غزة”

— Arabic/English —

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“ولدت في غزة”

“ولدت في غزة
ولدت لأكون حزينا
ولدت لان أكون شجاعا
ولدت لان أحيا
ولدت لان أموت
عاصرت عدة حروب
رأيت القتل والدمار والجوع والحرمان
رأيت طفل يصرخ
رأيت أم تبكي
رأيت أبا يصرخ
فقدت أحبابي
فقدت أصدقائي
ولكن لم افقد الأمل
استيقظ كل يوم على صوت الموت
أشاهد الموت والمسه
ولكن لست خائفا منه
فقد أصبح الموت ممل…فكثر الحديث عن الشيء ممل
مازلت أعيش في غزة
ومازالت الحرب مستمرة
اتضح لي إن الحب يولد هنا
وان الحب هنا أجمل
حيث شاهدت امرأة تقبل رأس زوجها وهو ميت
فتاة تقبل قدم خطيبها لتوقف نزيفه
وفتاة ترفض أن يخطف الموت حبيبها فتدعو له كل يوم
إذا الحب هنا أجمل
وهنا يولد
و اتضح لي أن الموت هنا بشع
وقذر وخائن
حيث ينام الناس بسلام ثم يخطفهم الموت وهم نيام
كل شارع في غزة ذاق جرم الظالمين
لم اعد ابكي
لأني أصبحت اقوي من الحزن
وأصبح الحزن ضعيفا أمامي
استيقظ كل صباح
لأغسل ألامي بالصلاة
واشرب قهوتي
التي تزيد من آلام الشوق ووجع الفراق
انظر على حال مدينتي
حزين على سمائها
متألم على أرضها
باكيا على جمالها
ولا أريد رثائها
ما زال قلبي يحن إلى الهدوء
وما زلت أتوجع من الحرب
وأريدها أن تتركني فانا لا أحبها
ولا أحب السياسة
مللت من الحزن
مللت من الوجع
أريد أن ارسم الابتسامة على جبين وطني
قلبي يبكي على مدينتي
فلو للألم لسان لاشتكي من وجع شعبي
ولو للحزن اعين لأغمضها
لماذا يقتلون مدينتي
لماذا يذبحونها
لماذا يهجرونها
لماذا ييتمون مدينتي
في مدينتي … تحتفظ الجبال بدموع الأمهات
تحتضن الأرض أقدام أم تصرخ على رحيل ابنها
متى سيبتسم الصباح لمدينتي
متى سيحمي الليل مدينتي
يبكي الألم
يصرخ الحزن
لم يعد قلبي يتحمل
كل هذا الحزن
كل هذه البشاعة
عيوني تبكي على موت أبناء وطني
الحزن هنا لا ينتهي
هنا ولدت وهنا بقيت وهنا سابقي”

“I Was Born in Gaza”

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” I Was Born in Gaza”

“I was born in Gaza
I was born here to be sad, heartrending, and heartbreaking
I was born here to be brave, fearless, and daring
I was born here to stay here forever
I was born here to die here
I have experienced many wars
I saw many awful, careful, dreadful, woeful, painful ,and fearful scenes
I heard a child’s screaming calling for a help  for dead mother to wake up
I saw a mother has been praying for God to heal her wounded son
I heard a father’s screaming of the ugliness of pain
I lost my lovers
I lost my friends
But, I did not lose hope , optimism, braveness, confidence and patience
I wake up every day by the sound of death
I watched death and I touched it
So, I’m not afraid from death
Death has become dull, boring, tiresome, tedious, monotonous, and stodgy
I still live in Gaza
And the war continues
But, I’m not scared
Because terror, fear, horror, and panic are weaker than me
I’m fighting for my rights
I’m not fighting for pleasure
I discovered that love was born here
Also it grew up here
It flourished here
And it has been titivated here
And in this city I found the most beautiful kinds of love
In this city, I saw a wife kisses her husband’s head
While he is dead
A girl kissing her fiancé’s  legs to stop the bleeding
A girl prays for God to save her lover from death
So, Gaza is the birthplace of love
This city taught me the actual meaning of braveness and strength
In this place, death kidnaps people while they are sleeping peacefully
Every street in Gaza tasted the nastiness, meanness, brutality ,and cruelty of oppression
Every corner in every street portrayed the pain of massacres in our memories
I wont cry anymore
I wont be sad
I’m stronger than depression, hopelessness, wretchedness, and despair
I was born here to shine as a lightening star in a bleak sky
Grief becomes weak in front of my soul
It can’t invade my soul
Warplanes, Battleships,  and Artillery  can’t challenge my passion and ebullience to dream.
I wake up every morning to refresh my soul by praying
In addition to drink my cup of coffee to increase the pain of longing ,parting, departure and loss of memories
Then I take a look at the saddest city on earth
And I’m crying over its suffering
And I’m still anguishing too
No one could wipe here painful tears which injured her heart
My heart longs for calmness ,safety, and soreness
I don’t like wars
No one like wars
I do not like politics
Silence is calling me
Calmness is missing me
I’m so tired because of grief
I’m sapped due to this painful war
I want to draw a smile on the brow of my city
My heart is crying over this city
Please, don’t kill my city
Don’t burn its greenness
Don’t destroy it
In this city , mountains cry due to the patience of the Palestinian woman
In this city, sands kiss the tears of the Palestinian mothers
When morning will smile to this city
When night will protect this city
Pain cries over this city
Sadness screams over the death of innocent civilians
My heart can’t bear this pain anymore
My eyes crying over the death of my compatriots
Grief does not end here
I was born here
And I will still here
Along with I will stay here forever”

– Mohammed Abdel-Latif Moussa.

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“My name is Mohammed Abdel-Latif Moussa. I’m studying English Literature. I live in Gaza for 21 years. I’m a writer, poet, and translator. I dreamed to share the beauty and sorrow of my country with every one. Actually, I aimed to beautify the image of the Palestinian youth in the eyes of this world or reflect the realistic image of the Palestinian youth.”

Ci vuole coraggio / It takes courage

— Scroll down for English version —

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Quando penso alla Palestina e alla sua storia, rimango sempre un po’ senza fiato per il primo istante.
Provo quello che si sente quando si guarda qualcosa di estremamente bello e di doloroso al contempo, qualcosa di bello nel pieno della sua sofferenza. Ma la bellezza che vedo non è mai debole e vittima, non è mai indifesa e distrutta. È una bellezza splendente nella sua semplicità, e nel modo in cui mi strugge l’anima e mi spreme il cuore per tirarne fuori un nuovo pezzo di umanità.
La bellezza che mi riempe l’anima quando ascolto la musica del oud, quando leggo di un amore giovane che lotta contro l’occupazione o di uno che è sopravvissuto nonostante i muri di segregazione che si innalzano tra gli amanti, la bellezza che vedo in una dabka vivace e colorita che disegna un sorriso sulle labbra di chi la balla, mi fa pensare a cosa spinga questo popolo a continuare a lottare. Cosa gli da la forza di non arrendersi mai?
Non c’è dolore abbastanza grande da distruggere la speranza nella pace e nella libertà degli abitanti di questa terra straziata.

Nelle macerie di ogni nuova guerra che scuote di nuovo come un terremoto il terreno che ha appena smesso di tremare, nell’ombra di ogni nuovo insediamento, di ogni arresto e tortura, e di ogni famiglia squarciata, c’è un misto di emozioni e di divenire continuo ed ininterrotto di idee, pensieri ed epifanie che spingono questo popolo a creare sempre nuovi modi di esprimere la sua voglia di vivere felicemente e al contempo il suo esser pronto a morire per conquistare la giustizia e la libertà.
Questo è un miscuglio doloroso e dal sapore forte, forse troppo, per i gusti del mondo di oggi. Incute riverenza nel mio cuore e mi fa pensare al significato del coraggio. Come si declinano la vita e la morte assieme?
Il coraggio tinge tutti gli aspetti della vita di un/a Palestinese.
Per continuare a vivere quando la libertà sembra lontana ci vuole coraggio, per realizzare la giustizia e per credere in essa, ci vuole coraggio; e per continuare a sperare, per crescere, per amare…. ci vuole coraggio.

Il punto su cui voglio tentare di gettare luce oggi, quello su cui vorrei concentrarmi, è il linguaggio migliore da adottare per esprimere quello che 65 anni di lotta per l’autodeterminazione e per la libertà significano.
Mi è capitato di pensare a questa questione quando ho letto un passaggio del grande Edward Said in cui discuteva del modo più efficace in cui il popolo Palestinese possa lottare per la giustizia.
Sappiamo tutti che sul piano delle armi e delle capacità belliche non ci sono paragoni tra gli attori coinvolti. Da una parte la quarta potenza militare al mondo, sostenuta dalla prima, e dall’altra un popolo a cui è stato simbolicamente riconosciuto uno stato solo l’anno scorso (uno stato frammentato e senza alcuna delle caratteristiche di uno stato moderno, e cioè la sovranità effettiva su un territorio definito e delimitato).
Quando l’anno scorso ho studiato in diritto internazionale le caratteristiche che definiscono uno stato, all’inizio mi sono trovata in uno stato di negazione.
Se queste sono le caratteristiche di uno stato, quello che resta della Palestina oggi, quello che ne rimane tra le migliaia di insediamenti e quello che ne è divenuto sul piano politico a causa delle divisioni tra fazioni Palestinesi, non è e non potrà mai essere uno stato! pensavo.
E mentre questa scoperta si consolidava nella mia mente, ho anche capito che il diritto internazionale sta ormai cercando di superare da tempo gli stati nazionali.

Ma non voglio dilungarmi oltre nelle questioni di politica.
Le cose vengono sempre raccontate in modo del tutto diverso da come stanno in politica.
Quello su cui voglio invece riflettere è il linguaggio da usare di cui parlava Said.
Said affermava, come dicevo prima, che sul piano materiale ci sono squilibri insormontabili, e che dunque, il piano su cui lavorare deve essere un altro, quello ideale.
Non nel senso del piano dove si disegnano ideali irraggiungibili, ma piuttosto su quello in cui si comunicano e si scambiano le idee.
Sono sempre più convinta ormai che per agire in direzione della giustizia serva un lavoro preliminare di pensiero e di riflessione e che questo debba essere legato al piano pratico.
Solo quando capisco cos’è giusto e dove sta la verità posso agire per realizzare giustizia e verità, ed è solo mettendo in discussione le mie azioni che posso capire dove queste due cose stanno.
Se dovessi disegnare questo processo, mi basterebbe tracciare un cerchio.

Non voglio più divagare! Arriviamo al dunque.
Said sosteneva che il popolo Palestinese deve concentrarsi sulla comunicazione al resto del mondo della propria lotta per la libertà e contro l’occupazione.
Deve dimostrare al mondo che la sua è una lotta di resistenza, ed emanciparsi così dalle rappresentazioni errate che la propaganda del nemico ed i media occidentali ne hanno fatto.
Basti pensare ad Hollywood e al modo in cui per decenni sono stati rappresentati i Palestinesi, cioè come terroristi pazzi e scatenati.
Solo recentemente hanno cominciato ad emergere film come Omar (bellissimo, vi consiglio di guardarlo!) candidato agli Oscar quest’anno, o Five Broken Cameras, che ne ha vinto uno l’anno scorso.
Questi film (e molti altri) si riprendono finalmente la parola e il diritto di esprimersi con la propria voce, e raccontano la Palestina com’è realmente.
Facendo questo, raccontando al mondo la propria lotta e la propria speranza di libertà, il popolo Palestinese si riscatta, rivendica la propria esistenza e la propria storia.
Dimostra la propria dignità ed integrità, ed espone finalmente l’ingiustizia e la brutalità dell’occupazione che sta subendo da 65 anni.
E mentre si esprime con le metafore ed espone quella bellezza struggente che nasce nelle quotidiane conquiste di sopravvivenza di ogni Palestinese, riporta agli occhi di tutti la propria umanità, e ci ricorda che siamo fratelli e sorelle, e che non possiamo chiudere gli occhi e far finta che al mondo non ci siano ingiustizie né oppressi.

Edward Said, Marcel Khalife, and Mahmoud Darwish.

Edward Said, Marcel Khalife, and Mahmoud Darwish.

Quando leggo la parole di Mahmoud Darwish, Ghassan Kanafani, Elias Khoury, Tamim e Mourid Barghouti, Edward Said, e tanti altri scrittori e poeti Palestinesi, quando ascolto la musica della dabka o una canzone che descrive Falasteen, quando una signora Palestinese che ha visto il farsi della storia mi narra i suoi ricordi, e nel momento in cui vengo a conoscenza dei sentimenti e di quello che pensa un qualsiasi Palestinese, mi lascio travolgere dalla bellezza struggente e dolorosa della lotta per la libertà, e lascio che mi avvolga, e spero di esserne espressione anch’io.
E quando la gente indossa la Kuffiyyah (Kefiah) in solidarietà con noi in giro per il mondo, mi sento orgogliosa e speranzosa, perché scopro che dopotutto, nonostante le divisioni politiche e le sconfitte storiche, questo popolo sta comunicando al mondo la sua storia, e dall’altra parte, questo mondo ascolta, e si unisce alla sua lotta morale e lo affianca nel pretendere giustizia.
Questo mondo è ancora umano.


“In quel che resta dell’alba, cammino verso il mio involucro esterno

In quel che resta della notte, ascolto il rumore dei passi rimbombare al mio interno
Saluto chi come me insegue
L’ebrezza della luce, lo splendore di questa farfalla,
Nell’oscurità di questo tunnel.”

– Mahmoud Darwish, “Stato d’assedio”.


“Il più crudele grado di esilio è l’invisibilità. È non poter raccontare la propria storia per sé. Noi, popolo Palestinese, veniamo raccontati dai nostri nemici, nella loro presenza e la nostra assenza. Ci etichettano come li aggrada. Alla parte più debole in qualsiasi conflitto è permesso gridare, lamentarsi, piangere, ma mai le è permesso di raccontare la propria storia…. In questo senso, l’intero popolo Palestinese è in esilio attraverso l’assenza della propria storia.”

– Mourid Barghouti, poeta Palestinese.

— ENGLISH VERSION —

Palestinian Dabke

Palestinian Dabke

When I think of Palestine and its history, I always feel a bit speechless at the beginning.
I get the feelings one has when you’re looking at something breathtakingly beautiful and painful at the same time, something beautiful in the midst of its suffering.
But the beauty I see is never weak and powerless, it’s never helpless and broken.
It’s a bright beauty in its simplicity, and in the way it squeezes my heart to give birth to a new piece of humanity.
The beauty that fills my soul when I listen to the oud’s music, read of a young love struggling against occupation or of one that has survived despite all the segregation walls built between the lovers; the beauty I see in a colorful and vivid dabka that draws a smile on the faces of those dancing, makes me think of what helps this people to carry on the struggle. What gives it the strength to never give up?
There is no pain big enough to destroy the hope for peace and freedom of the people living on this tormented piece of land.

In the rubble of every new war that shakes a land that has just stopped trembling, in the shadows of every new settlement, of every detention and torture, of every family torn apart, there’s a mixture of feelings and a continuous and unstoppable development of ideas, thoughts and epiphanies that pushes this people to create time and again new ways of expressing two things at once: the wish to live happily, and the readiness to die in the attempt of achieving justice and freedom.
It’s a painful mix, with a heavy-bodied flavor, one that is too strong for our world today.
It instils my heart with reverence and it makes me think of the meaning of courage. How can life and death be thought of together, side by side?
Courage colors all aspects of the daily life of a Palestinian.
It takes courage to keep on living when freedom seems to be so far away; it takes courage to achieve justice and to keep on believing it is possible; it takes courage to hope, to grow… and to love.

What I want to discuss today and focus on is the best language to use in order to express what 65 years of struggle for self-determination and freedom mean.
I was appealed to think of this when I read a passage of the great Edward Said in which he discussed the most effective way in which the Palestinian people can fight for justice.
We all know that on the material and military level, the stake-holders are in no way comparable.
On one side we have the fourth strongest military power of the world, supported by the first, and on the other we have a people who have been recognized a symbolic state (that has none of the characteristics of a modern state: actual sovereignty over a defined territory) only last year.
When I studied the definition of ‘national state’ in the “International Law” course I went through a phase of denial at first.
If these are the characteristics of a state, then what is left of Palestine today, between thousands of illegal settlements and because of the political divisions between the Palestinian factions, is not and will never be a state, I thought.
And while this awareness slowly got consolidated I also realized that international law has already been trying to overcome the national states from quite some time now.

But I don’t want to talk further about politics here. Things are always said in a way that’s different than how they truly are in politics.
What I want to ponder upon is the language to use that Said talked about.
Said pointed out that on the material level there’s a total lack of balance, and as a consequence, the level to work on is the ideal one.
Ideal not as in idealistic and perfect, not as a level of idealistic objectives that can never come true, but rather as the level on which to communicate and exchange ideas.
Day by day, I become more and more convinced that in order to act towards the achievement of justice we need to develop first a serious and conscious work on the theoretical level, and that we need then to connect it to the practical one.
It’s only after I figure out what justice is and where truth lies that I can act in a way that can truly be directed to these two principles.
And it’s only by continuously questioning my actions that I can understand where they are to be found.
If I had to draw this process, a simple circle would explain it very well.

But let’s get to the point I’m trying to make!
Said affirmed that the Palestinian people need to concentrate on communicating to the rest of the world their struggle for freedom and against occupation.
This people needs to show the world that its struggle is a resistance one, and by doing this it can finally emancipate from the fallacious representations made by its enemy and by the western media.
Just think of Hollywood and of the way it has depicted the Palestinians for decades… they’ve been always shown to the audiences as crazy and wild terrorists.
Movies like Omar, which has been nominated to the Oscars this year, or “5 Broken Cameras” which has won one last year, are only very recent. (Omar is a great movie, by the away, you need to watch it!)
These films (and many others) finally reclaim the Palestinian voice and the right to tell the Palestinian story by its people as it really is.
As they tell their story, the Palestinian people redeem their right to speak and to exist.
They show the world their dignity and integrity, and they finally expose the injustice and brutality of the occupation they have been fighting against for 65 years.
As they express with metaphors the heart rending beauty of daily conquests of survival and affirmation of any Palestinian, they reclaim their humanity and remind us that we are all brothers and sisters.
We can not close our eyes and pretend there are not injustices or oppressed people in this world.

tumblr_mm7do9VM461rua5pgo1_500When I read the words of Mahmoud Darwish, Ghassan Kanafani, Elias Khoury, Tamim and Mourid Barghouti, Edward Said, and many many other Palestinian poets and authors; when I listen to the music of Dabka or to a song that describes Falasteen; when a Palestinian lady whose eyes have seen the happening of history tells about her memories; and when I learn about the feelings and thoughts of any Palestinian, I let the painful beauty of the struggle for freedom overwhelm me and envelope me. Then I hope I am an expression of it too.
And when people from all over the world wear the Kuffiyyah in solidarity with our people, I allow myself to feel proud and hopeful, because I discover that after all, in spite of the political divisons and the historical defeats, this people is communicating its story to the world.
This world, on the other hand, is listening, and uniting with it in its moral struggle and demanding justice by its side.
This world is still human.

“And in the remains of the dawn, I walk toward my exterior
And in the remains of night, I hear the sound of footsteps inside me.
Greetings to the one who shares with me an attention to
The drunkenness of light, the light of the butterfly, in the
Blackness of this tunnel!”

– Mahmoud Darwish, “State of Siege”

“The cruelest degree of exile is invisibility, being forbidden to tell one’s story for oneself. We, the Palestinian people, are narrated by our enemies, in keeping with their presence and our absence. They label us as it suits them. The weaker party in any conflict is allowed to scream, allowed to complain, allowed to weep, but never allowed to tell his own story… In this sense, the entire Palestinian people is exiled through the absence of its story.”

– Palestinian poet Mourid Barghouti

Vorrei essere una candela nell’oscurità / I wish I was a candle in the darkness

– Scroll down for the ENGLISH version –

Italian version:
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L’anno scorso, come oggi, si svolgeva l’operazione “Colonna di Fumo/Nuvole”, poi ridefinita “Colonna di Difesa”, lanciata da Israele sulla Striscia di Gaza con l’intenzione di perseguire i ‘terroristi’ che lanciavano razzi sulle città Israeliane al di là del confine che segrega gli abitanti di Gaza e li separa dall’odierna Israele.
I cosidetti ‘terroristi’ preferiscono chiamarsi ‘resistenti’, e sulla loro strategia si potrebbe discutere a lungo.
Non voglio addentrarmi approfonditamente in questo discorso, ma faccio una semplice riflessione riguardo al concetto di resistenza, in tutte le sue forme.
Resistere è un istinto naturale negli esseri umani. Chiedere a qualcuno di non resistere significa eliminare la sua dignità di essere umano. Equivale a chiedergli di arrendersi, di perdere la speranza.
Ma se si perde la speranza, questo bellissimo dono al genere umano, come si fa ad andare avanti?
Potremmo dire allora che resistere equivale ad ‘affermare la propria esistenza davanti a qualcuno che cerca di annullarti in ogni modo possibile’.
Davanti a qualcuno che tenta di farti sentire meno che umano, che ti etichetta come ‘terrorista’ per il semplice fatto di essere Palestinese, che tenta di cancellare la tua memoria cancellando i tratti geografici della tua terra, ripetendo come un mantra l’affermazione che il tuo popolo non è mai esistito effettivamente, che il tuo deserto era vuoto quando Israele l’ha fatto fiorire raccogliendo fragole e pomodorini, che fare?
Se ti arrendi e fai sì con la testa non puoi resistere, né più esistere, per 65 anni, e i tuoi figli dimenticheranno la verità.
Bello. Ti sei annullato/a da te.
E allora si resiste, attraverso l’arte, la danza, la cucina, la poesia, il boicottaggio, l’informazione, lo studio, la diplomazia dove ci sta e la resistenza armata dove serve.

Ad ogni modo, torniamo all’anno sorso a Gaza.
Sta di fatto che nei giorni dell’operazione, Israele colpì di tutto e di più nella Striscia di Gaza, uccidendo più di 190 persone e ferendone più di 1500.
Tutto il mondo volse subito gli occhi verso il sangue che scorreva tra due popoli il cui conflitto è sempre un tema acceso sulla bocca di tutti. Tutti ascoltarono bene il suono delle bombe israeliane, degli urli delle madri Palestinesi, dei pianti degli uomini che correvano in ospedale portando in braccio i loro bambini feriti, e dei silenzi di questi quando i loro occhioni si svuotavano e le loro vite di paura trovavano la fine prematuramente.
I giornalisti “migliori” avevano il compito grave di informare il mondo di quello che stava succedendo, ma ben al sicuro, fuori dalla Striscia, fuori dalle zone del pericolo, fuori dalla massa indistinta di 1.7 milioni di persone sulle quali potevano piovere bombe a volontà.
E sopratutto, con le adeguate distorsioni dei fatti dettate dalle linee dei canali per cui riferivano, e con ridimensionamenti necessari per un pubblico che non ha mai sperimentato le atrocità di una guerra.
Numeri di morti e feriti: le notizie adatte a chi debba sapere solo in superficie e continuare la sua vita… senza affrontare l’idea di un conflitto così iniquo ed ingiusto.
Pochi non accettarono di andarsene e vollero restare con i Palestinesi di Gaza, sotto lo stesso cielo e sotto le stesse bombe, e tentarono in tutti i modi di riferire quello che stava succedendo al resto del mondo, ma si possono contare sulle dita di una mano, forse.
Il ruolo più importante però lo giocarono i giovani di Gaza, la differenza la fece quel popolo sul quale si stava scagliando la quarta potenza militare al mondo.
Quella gente senza armi, che non aveva che la propria voce ed il proprio coraggio, raccontò dettaglio per dettaglio e secondo per secondo quello che stava accadendo, e non si lasciò azzittire né dalla paura, né dal dolore, né dal suono assordante delle bombe.
Come era stato nel periodo dell’operazione “Piombo Fuso” del 2008, ho provato un grande rispetto per la popolazione di Gaza, e una forte solidarietà.
Mi sono innamorata a tale punto di questa gente che dopo l’operazione del 2008 ho persino scritto un racconto di ben 300 pagine nel tentativo di raccontare a me stessa la vita quotidiana dei miei fratelli e sorelle nella Striscia.
Ovvio che all’età di 16-17 anni, senza aver mai visitato la Striscia e senza conoscere nessuno di quelle parti, finii col dipingere un quadro del mio stupore di fronte alla situazione di estrema ingiustizia cui era soggetta la gente di Gaza invece che il quadro di una vita che non avevo mai vissuto, e l’immagine del coraggio e della forza di questo popolo aveva a tratti il volto di una ragazzina che non riusciva ad immaginare come e dove trovare la forza di andare avanti in una situazione simile a quella vissuta nella Striscia.

Tornando a noi dopo l’operazione del 2012 invece fui più fortunata. Non ero ancora mai stata a Gaza, ma Gaza venne a trovare me.
Nell’Aprile del 2013 un gruppo di ragazzi e ragazze di Gaza impegnati in diversi ambiti, dall’arte al giornalismo, al parkour, allo studio della filosofia, vennero in Italia con il “Vik Gaza to Italy Convoy”, un convoglio organizzato dalla famiglia di Vittorio Arrigoni per portare i ragazzi di Gaza in diverse città italiane a raccontare la loro vita nella Striscia attraverso quello che facevano, e per riunirsi infine nella città di Vittorio per ricordarlo assieme alla sua famiglia, agli attivisti e a tutti coloro che fanno proprio il motto “Restiamo Umani”.
Quando un gruppo dei ragazzi e delle ragazze vennero a Padova, mi fu chiesto di fare da traduttrice dall’arabo all’italiano e viceversa, e fu così che ebbi l’opportunità di vedere, almeno da lontano, Gaza.
Ricordo che mentre andavo alla stazione dei treni per accogliere i primi di loro sentivo l’emozione di chi va a conoscere degli eroi o delle star.
E quando li incontrai e trascorsi con loro quel paio di giornate, capii che lo erano veramente, nella loro capacità di discutere criticamente, di raccontare la loro storia, nella loro simpatia e capacità di ridere, nella loro forza d’animo mentre mi raccontavano le storie delle loro famiglie, e nelle loro lacrime di fronte alle immagini di un documentario che raccontava l’operazione Piombo Fuso.
Mi si strinse forte il cuore mentre lo guardavamo.
Una di loro, la dolcissima e simpaticissima Amjad, sussultava quando vedeva le immagini, e man mano che il documentario si avvicinava a raccontare quello che era successo nella sua zona, nel suo quartiere, la sentivo farsi sempre più tesa, finché non arrivarono le immagini di una strada che lei percorreva tutti i giorni, di una casa a lei ben nota, e lacrime di dolore, dignità, coraggio e umanità le rigarono il volto.
Poi se le asciugò, e quando, dopo il film, fui incaricata dagli organizzatori italiani di scusarmi con il gruppo per il film e il dolore dei ricordi che doveva aver provocato in loro, lei e gli altri mi dissero che no, non c’era affatto bisogno di scusarsi. Quella era la loro storia, era la loro vita. Ricordarla faceva loro male, ma quel dolore era necessario per andare avanti.

Oggi penso a Gaza, e mi sembra molto più familiare di un tempo, in parte grazie all’incontro con quei favolosi ragazzi e ragazze del convoglio, e un po’ per il mio continuo aggiornarmi su quello che accade lì.
Ed è grazie a questi costanti aggiornamenti che so che oggi Gaza è senza elettricità, le acque delle fognature riempiono le strade, mancano le medicine e l’acqua pulita, gli studenti che hanno borse di studio per studiare
all’estero le perdono perché impossibilitati ad uscire dal valico di Rafah, o partono dopo tantissime difficoltà.
La Striscia oggi è cinta da un doppio assedio, Israeliano ed Egiziano, che soffoca la sua gente lentamente, e fa perdere la speranza a molti, che mandano le loro parole anonime attraverso i social media per raccontare lo
sconforto e il disagio di vivere in una prigione a cielo aperto non dichiarata, senza aver commesso alcun crimine, per il semplice fatto di essere Palestinesi.
Una settimana fa, Israele ha colpito Khan Yunis, i suoi carri armati entrano ed escono dai confini con la Striscia quando vogliono, i suoi aerei volano minacciosi sopra le vite della gente di Gaza, che chiama il mondo, che
chiede aiuto.
Ma improvvisamente non c’è più nessuno ad ascoltare quelle voci che un anno fa come oggi tutti sentivano. Nessuno è interessato a contare i morti uno ad uno, nessuno vuole pensare ad una morte lenta.
E’ relativamente facile riferire ed assorbire la notizia di un centinaio di morti.. perché restano un numero. Non sapremo mai la storia di ognuno di loro.
Accogliere le notizie di una morte alla volta ci obbliga invece a guardare in faccia alla realtà, ci costringe ad accorgerci che se n’è appena andata una persona che aveva una famiglia e degli affetti, un sorriso e delle lacrime.
E allora è meglio far finta di niente… come sempre.
Ce ne occuperemo quando verrà il tempo, vero? Sì, è sempre così.
Per chi invece non voglia aspettare finché arrivi questo fatidico ‘tempo’, raccontiamo quello che sta succedendo a Gaza oggi e che non crea notizia.
Raccontiamo quello che è successo a Gaza l’anno scorso e che viene dimenticato.
Pensiamo agli altri… Poi pensiamo a noi stessi, come diceva Darwish, e diciamo “Vorrei essere una candela nell’oscurità”.

English version:
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Last year, like today, operation “Pillar of Cloud”, renamed “Pillar of Defense” after a while, was taking place in Gaza, launched by Israel on the
14th November with the intention of striking the ‘terrorists’ who launched rockets towards Israeli cities beyond the border which segregates the Gazans and separates them from Israel.
The so-called ‘terrorists’ prefer to call themselves ‘resistance’.
Regarding their strategy one could debate for long.
But I will not enter this issue now.
I want to make a brief reflection on the concept of resistance, in all of its shapes.
To resist is a natural instinct. To ask someone not to resist means to cancel his/her dignity as a human being. It’s like asking
someone to give up, to lose hope.
But if one loses hope, this beautiful gift to humanity, how can he go on?
We could assert then that resisting means “affirming one’s existence in front of someone who tries to cancel you in any possible way’.
What do you do if someone tries to make you feel less than human, labels you as a ‘terrorist’ only for being Palestinian, tries to cancel your memory by cancelling the geographical traits of your land, constantly repeating that your people didn’t ever exist actually, and that your desert was without a people when Israel made it bloom by growing and collecting strawberries and tomatoes?
Well, if you surrender and nod to that, you can not resist nor exist for 65 years, and your children will eventually forget the truth. Way to go. You cancelled yourself on your own.
So you resist, through art, dancing, cooking, poetry, boycott, informing people about what happens, studying, diplomacy where it can be applied and armed resistance where it is needed.

Anyway, let’s go back to last year.
Israel heavily attacked the Gaza Strip during that operation, killing more than 190 people and injuring more than 1500.
The whole world immediately turned its eyes to the blood that ran between two peoples whose conflict is always a hot topic to discuss about, everyone listened attentively to the sound of the israeli bombs, to the cries of Palestinian mothers, to the weeping of fathers carrying their injured children to the hospitals, and to the silence of the children once life left prematurely their big eyes.
The “best” journalists had the harsh task to inform the world of what was happening.. but while staying in a safe place, outside the Strip, away fom the danger zones, away from the 1.7 milion indistinct mass of people on which as many bombs as possible could fall.
And most importantly, news were given with the adequate distortions of facts, dictated by the channels for which the journalists reported, and with modifications which were necessary for a public which had never experienced the atrocities of war.
Numbers of the dead and injured: these were the adequate news for who needs to be kept on the surface of facts.. so that he/she can then go back to his/her life… without having to face the idea of the injustice and inequality of this conflict.
Very few did not accept to leave the Palestinians and Gaza, and preferred to stay under the same sky and under the same bombs, trying to report to the people outside as much as they could about what was happening.
But those can be counted on the fingers of one hand, perhaps.
The major role was played by the Gazan youth though, by the ordinary people who were being subject to the rage of the fourth strongest military power in the world.
Those people without arms, who only had their voices and their courage, reported in detail, 24/7, what was happening, and they did not accept to be silenced by the pain, the fear, or the boom of the deafening bombs.
As for operation Cast Lead in 2008, I felt very deep respect for the people of Gaza and much solidarity.
In 2009, after Cast Lead, I admired this people so much I wrote a 300-pages story in the attempt of explaining to myself the daily life of my brothers and sisters in the Strip.
Clearly, at the age of 16-17, without having ever been to the Strip and and without knowing anyone from there, I ended up depicting my surprise and astonishment regarding the extremely unjust situation the people of Gaza were subject to instead of an image of a life I had never lived. The courage and the power of this people had, at some points, the face and traits of a girl who could not imagine how and where to find the way to go on in a situation like the one lived by the Gazans.

Anyway, after the 2012 operation instead, I was luckier. I hadn’t been to Gaza yet, but Gaza came to me.
In April 2013 a group of youths from Gaza, active in the fields of art, journalism, parkour and the study of philosophy, came to Italy with the “Vik Gaza to Italy Convoy”, organized by the family of Vittorio Arrigoni with the aim to take the group around the italian cities so its components could tell about their lives in Gaza through their art and work.
At the end of their visit to Italy, they all reunited in the city of Vittorio to remember him, with his family, friends, activists and all those who made theirs two simple words, “Stay Human”.
When some of them came to Padoua, I was asked to help with the translation from arabic to italian and vice versa, and that was how I had the opportunity to see a piece of Gaza.
I remember that while I was going to the train station to meet them, I felt the excitement of someone going to meet a hero or a star.
And when I met them and spent those couple of days with them, I understood they were truly special: as they discussed critically with the italians about some major points of the Palestinian cause, told their story, laughed and made me laugh, told me details of their families and lives with a smile, and when they watched a documentary about operation Cast Lead with silent tears running down their faces.
My heart was filled with grief and worry while we watched the documentary.
One of them, the sweet and funny Amjad, sitting next to me, startled when she saw the images, and as the narrating voice got closer and closer to telling what had happened in her area of the Strip, in her neighborhood, I could feel she was worried.
When the camera showed a street she walked everyday and the house of someone she knew, tears went down her face revealing her pain, dignity, courage and humanity.
Then she dried her tears, and when I was asked by the Italian organizers of the event to apologize to the group for showing images which caused them to painfully remember Cast Lead, the girls and boys told me there was no need to apologize.
This was their story, this was their life. Remembering those events was painful, but it was also necessary to move on.

Today I think of Gaza, and it seems much more familiar to me than it was some time ago. That is partially due to having met those wonderful boys and girls who participated in the convoy, and partially because I constantly try to keep updated on what happens in Gaza through the social media.
That is why I know Gaza today has no electricity, the sewage runs down the streets, there are no medicines, very little or no clean water, students who have scolarships to study abroad lose their opportunities to tavel or leave after a lot of difficulties because they can not cross the Rafah border.
The Gaza Strip is under a double seige (by both Israel and Egypt) that slowly smothers its inhabitants and takes away the hopes and dreams of many, who send their anonymous words through social media to tell the world about the discouragement they feel while living in a non-declared open-air prison, without having committed any crime, but simply because they are Palestinian.
Last week, Israel attacked Khan Younis, its tanks cross the borders with the Strip whenever they want, its F16s menacingly hover over the daily lives of the Gazans, who call the world, who ask for help.
But suddenly, there is nobody who wants to listen anymore to those voices which at this time last year everybody heard.
No one is interested in counting the dead one by one, no one wants to think of a slow death.
It’s relatively easier to give and get the news of a hundred dead.. because that stays a number. We will never know the story of each and every one of them.
Receiving the news of one death at a time obliges us instead to look at reality, it obliges us to be aware of the fact that one person who had a family, loved ones, a smile and tears, has just left.
It’s easier to pretend that nothing’s happening… as always.
We’ll think of this when the time comes, right? Of course, as always.
For those who do not want to wait till this ‘time’ comes, let us tell the world what’s happening in Gaza today and is not considered big news.
Let us tell what happened in Gaza last year and is forgotten.
Let us think of others… then think of ourselves, as Darwish said, and say “I wish I was a candle in the darkness”.