Lo spazio da rivendicare

Cosa vuol dire effettivamente non dimenticare un’ingiustizia del passato che continua a produrre i suoi effetti sul presente?

The village of Deir Yassin, 1930

The village of Deir Yassin, 1930

Ogni anno ci sono date, come il 9 Aprile (massacro di Deir Yassin nel 1948), il 16-18 Settembre (massacro di Sabra e Shatila del 1982), le date delle operazioni militari israeliane più recenti sulla Striscia di Gaza (da “Piombo Fuso” nel 2008/2009, a “Pilastro di Difesa” nel 2012, a “Bordo Protettivo” nel 2014), e molti altri momenti bui della storia palestinese, che riportano alla mente episodi del passato che hanno modificato per sempre le vite di molte persone, di intere aree geografiche, di un popolo nella sua interezza. Sembra che le date stiano lì, sul calendario, a moltiplicarsi nel tempo, a volte a ritmo più veloce e serrato, altre volte più lentamente, aggiungendo dolore al dolore collettivo e memoria a ciò che ci si promette di non dimenticare mai, una generazione dopo l’altra.
Sono i momenti che compongono la Nakba palestinese, la “Catastrofe”, che non è stata il solo 1948. È una catastrofe che continua da decenni, che si perpetua e si sviluppa nel tempo.

Ma non è tale, non è catastrofe, per nessun altro. Anzi, sembra essere stata un sollievo, inizialmente, per le coscienze di chi è accorso a riconoscere la “dichiarazione di indipendenza” di uno stato costituito su una terra che non era affatto disabitata. In quel contesto non ci si è curati del fatto che a pagare il prezzo di ingiustizie compiute nei confronti degli ebrei in Europa per secoli fosse costretta una popolazione che niente aveva avuto a che fare con quelle ingiustizie.

E così sono stati centinaia di migliaia i palestinesi costretti a lasciare i loro villaggi e le loro città nei mesi precedenti e successivi a questa dichiarazione, divenuti poi milioni nei campi profughi nello scorrere dei decenni successivi; più di 400 i villaggi totalmente distrutti, svuotati dei loro abitanti, perché poi fossero date via le loro case abbandonate in tutta fretta, “la radio rimasta accesa” come direbbero i palestinesi di Jaffa, a nuovi coinquilini, a nuove famiglie, a nuova gente che non conosceva le pietre del posto, le fontane d’acqua nel giardino, gli alberi d’arancio e gli ulivi, la tranquillità del luogo e il profumo dell’aria che un profugo palestinese in Libano, Siria o Giordania continua a sognare di poter respirare di nuovo un giorno.

Ricordare è fondamentale, ricordare è assolutamente urgente e necessario. Ma da solo non basta, non nella forma di una semplice concessione alla parte più debole di piangere e di gridare, come direbbe Mourid Barghouti1.
Colui a cui è negata la giustizia non può che continuare a ricordare ciò che lo opprime. Non ci si può scordare di una propria ferita pulsante e che non guarisce mai, di una ferita che peggiora ancora e ancora nel tempo, che ci distrugge lentamente, che ci uccide con intelligenza; una a cui molti sono divenuti ormai indifferenti (quella ferita dopotutto fa parte della nostra immagine), ma che in noi continua invece a produrre sempre lo stesso effetto catastrofico.

Ricordare diventa un’azione efficace per il futuro quando si collega a qualcosa del nostro presente, uno sforzo, che tenta di interrompere la catena delle ingiustizie che preme su di noi e sul nostro dolore collettivo, nel lento ma costante accumularsi di momenti da segnare sul calendario, per non dimenticare.

Agire in questa direzione è problematico. Come fare? Cosa vuol dire? Come si spezza questa catena? Come si elabora il dolore? Lo si elabora? Lo si deve per forza elaborare? Non lo si può vivere e basta, lasciando che esso si prenda tutto il suo tempo, che si esaurisca quando è finalmente pronto a produrre qualcosa di diverso da sé stesso? Ma quando diventa pronto a fare tutto questo?

Probabilmente quando si vede riconosciuto, quando viene finalmente e seriamente preso in considerazione. E perché questo avvenga, quella sofferenza la si deve vedere, e si deve vedere, pienamente, innanzitutto chi la vive.
Questo soggetto che fa esperienza dell’ingiustizia non ha bisogno di essere salvato. Non ha bisogno di essere guidato al superamento del proprio dolore, al perdono del suo oppressore senza che questo interrompa l’oppressione. Non ha bisogno che qualcuno parli per lui, racconti la sua storia, gli “dia voce”. La sua voce ce l’ha, e vuole usarla.
L’incapacità e l’impossibilità di parlare non stanno nel soggetto stesso, ma stanno nel discorso egemonico che gli toglie la parola. Arundhati Roy afferma, acutamente, che “non esistono i ‘senza voce’, esistono solo coloro che vengono deliberatamente fatti tacere e coloro a cui si preferisce non ascoltare”.

Per il realizzarsi di una giustizia inclusiva, una in cui tutti possono esprimersi da sé, protagonisti del proprio processo di emancipazione e riscatto, per quel tipo di giustizia alla quale abbiamo cercato di pensare qualche tempo fa, probabilmente bisogna fare un passo ulteriore rispetto al “pensare agli altri”. Costituisce, anche questo, un momento fondamentale, perché ci permette di riconoscere il loro dolore. Ma poi, il passo successivo è ascoltarli.
Bisogna ascoltare tutti, e che tutti i soggetti parlino, che si raggiungano quei nodi inquietanti che si sa di non riuscire necessariamente a risolvere, sui quali si è consapevoli che c’è conflitto, sui quali si sa che si concentra la sofferenza delle parti coinvolte nel perpetuarsi della catena delle ingiustizie.

Tutto questo sembra ideale e limpido, tocca un nucleo essenziale, una causa più in fondo alle altre cause (che spesso sono realmente degli effetti) di una contrapposizione tra soggetti. Tocca quel processo di riconoscimento dell’altro, di sé stessi, delle proprie responsabilità e di quelle altrui che sta alla base di un’interazione con gli altri che si basa sulla dignità, e cioè sul rispetto della persona, andando oltre le rappresentazioni che ci si può essere costruiti di essa, sia che queste siano state in negativo o in positivo.

L’idea di una giustizia inclusiva è ciò a cui chiama il palestinese quando rivendica il “permesso di raccontare”, quello che, come è stato negato a lui, veniva negato al colonizzato, all’“orientale”, all’“arretrato”, all’“altro”, al subalterno di qualsiasi società, alla donna (il subalterno per eccellenza, tra l’altro).
Una giustizia inclusiva, per essere tale, dovrebbe dunque basarsi sulla multi-vocalità, e concorda, in questo senso, con il concetto di “lettura contrappuntistica” degli eventi: c’è il mio racconto e c’è quello dell’altro, di uno stesso avvenimento; la sua soggettività e la mia.

Ma chi viene incluso in questo processo di dialogo tra le narrazioni? Quali racconti vengono ascoltati? Da chi vengono accolti? Dipende tutto dall’ambito in cui si esprimono le voci: è un ambito al centro o al margine? È un ambito in cui parlare permette di cambiare le cose o è uno in cui questo non può accadere?
Qui si entra nel campo politico, ed emerge dunque il rapporto con il potere e con l’egemonia.

To exist is to resist.

To exist is to resist.

Il discorso egemonico non è uno ed unico, il che significa che riesce ad estendersi molto oltre le sfere convenzionali del potere, e dall’altra parte, il subalterno non è semplicemente chi ha la voce più debole o meno efficace nel discorso. Il subalterno è colui/colei alla cui voce non viene dato spazio alcuno in ciò che è gestito dal potere egemonico, è il soggetto il cui racconto è deliberatamente ignorato, non ascoltato.

La possibilità di partecipare al racconto invece è fondamentale per le caratteristiche dell’atto stesso del ‘raccontare’: la sua capacità terapeutica e quella di empowerment. Distogliere l’attenzione dalla voce di un soggetto, o occupare il suo posto per narrarlo, significa decidere per lui/lei ciò che deve essere fatto per il suo benessere con la presupposizione che quest* sia incapace di fare una scelta autonoma e coerente riguardo al proprio futuro. Questo toglie all’individuo e alla collettività di cui fa parte il ruolo centrale nella lotta per le proprie rivendicazioni, accrescendo un sentimento di frustrazione e di disagio.

Tutto questo mi fa riflettere molto, e fa emergere molte più domande di quelle che inizialmente avevo preso in considerazione.
Forse una cosa che mi sentirei di affermare a questo punto è che la domanda centrale probabilmente è sullo spazio di parola e di azione dei soggetti, e su come far sì che questi possano esprimersi in modo da realizzare realmente le proprie aspirazioni di vita.
È la domanda su una comprensione della libertà e della liberazione che vada oltre le definizioni preponderanti, egemoniche, di questi concetti, oltre i modelli dove si evoca l’idea che ci sia chi ha bisogno di essere salvato e chi ha le ricette per salvarlo.

Dove reclamare questo spazio per il contrappunto delle voci e delle idee?

1M. Barghouti, I Was Born There, I Was Born Here: “The weaker party in a conflict is allowed to scream, allowed to weep, but never allowed to tell their story.”

A letter to Falasteen

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A couple of weeks ago, I was sitting in a car driving alongside the Dead Sea, back to Amman, Jordan’s capital, from Dana, a nature reserve close to the city of Tafeela.
While we drove through the red mountains and in the middle of the desert, I looked out of the window and thought to myself: what a beautiful world… How many blessings, alhamdulillah… and how immense is God’s mercy and love for the creation.

The Dead Sea was at my left, as we headed North. It sparkled and glowed under the hot sun. Beyond it was land. Beyond it was Falasteen, looking back at me as I stared at it and wondered if it would have been physically possible for a person to swim that distance.
I could see the land, and it seemed so close. It felt like I would have reached it easily had I simply stretched my arms and hands out towards it beyond that salty lake that separated us.
Oh how I wished to run towards you, Falasteen, and cross over to you.
I had camped the night before with mountains behind my tent, and the Negev desert behind those mountains.

Earlier, at sunset, as I had looked at the horizon, trying to see whatever I could of your sky, Falasteen, I had imagined what it would have been like to just run towards you. Run down those mountains, and through that desert, and be finally there, at the shade of your olive trees.
At night, as the stars appeared in the black sky and the Milky Way floated above my head, I felt small, and much closer to you… Under that sky, the distance between us felt so tiny.

A couple of days later, I was back in Italy, sitting at a restaurant table and having hummus and falafel with about 30 Palestinians and the Palestinian ambassador. As I listened to her, and as I looked at the people sitting at that table, I was grateful to recognize in them the same feeling that filled my heart, a feeling that keeps all Palestinians, wherever they are, scattered around the world, wishing to see you free, wishing to tell everyone about you and about your beauty, Falasteen.

But what is it that makes so many Palestinians that have never met you feel this ‘haneen’, this nostalgia, for you? What is it that enamours people from all over the world with you?
I keep on asking myself this question, and I think the answer is that it’s because you are so intensely intertwined with the question of Justice. Every aspect of your cause is related to the question of Justice, and even more so to the question of Truth.

Speaking about you, Falasteen, constantly requires that we keep on questioning the true meaning of Freedom, that we ask ourselves what it truly means to live with the other, if it is possible to find a way to coexist with another identity while we keep and preserve our own, while we struggle for this identity to be given the right to be. Looking at you and listening to your stories forces us to actually examine what identity means in the first place. How is it connected to the modern ideas and concepts of nation-states? In which way is it connected to the land and to geography? How does it deal with what is put outside of it and therefore, in some way, participates in defining it?

Meeting the struggle of the Palestinian people against oppression, colonialism and occupation brings us inevitably to contemplate the significance of ‘Karamah’, dignity, and to think the concept of ‘people’ in a reversed way, “Every people lives on a land, except for the Palestinian people: their land lives in them”.

tumblr_mm7do9VM461rua5pgo1_500Facing these moral and practical issues when speaking about Falasteen, is what often makes the Palestinian question the metaphor of universal demands of justice, equality, sustainability and rights as it addresses plural questions and conditions of our time and of the past. Palestine seems to envelope and bring together past, present and future: the effects of accords and promises made by colonial powers at the end of the 19th century, the ongoing struggle for freedom and self-determination, the continuous and mutating process of elaboration of future prospects of life and achievements.

When I think of these universal questions and link them to you, Falasteen, and when I try to elaborate my personal idea of your future, I like to think of the achievement of the above goals (justice, equality and sustainability) within the context of what Mahatma Gandhi called and thought of as ‘swaraj’, an Indian word meaning ‘self rule’, a simple yet very articulate idea of what true freedom and justice look like together.

Gandhi didn’t translate ‘swaraj’ with the word ‘independence’, because he didn’t see self rule and independence as synonymous. Getting rid of British colonialism and achieving the independence of the Indian people from their long-time occupier wouldn’t have necessarily meant to have attained swaraj. The first, independence, is actually easy to attain according to Gandhi, while living by swaraj is much more complicated. Self rule means, for Gandhi, true autonomy and self-sufficiency on several levels (political, economic, societal, etc.). But this condition can only be pursued through patience and self-knowledge, through the actions of each and every single empowered individual following one major authority alone, the moral one.

Re-introducing the moral sphere in the public discourse is revolutionary in Gandhi’s days and in our own time as well, in times when power-dominated discourse prevails in every aspect of world politics and international affairs. Putting truth in particular at the center of our reasoning and outlook on global issues would change completely our view of what happens around us in the world.

The question of Palestine draws our attention to this sphere. It sprouts demands of justice and truth in every image of destroyed homes, villages, cities; in every rhyme of poets singing the humanity of their people; in the story of every martyr; in the look on the face of every child; in every rock sent flying like glaring fire against the occupier’s tanks, in every hope for a new intifada… that fascinating and powerful moment in which people allow themselves to finally just focus on the moral stance and believe in it till the end.

But intifadas cannot bear disorganized political plans any longer. They need to be backed up by a unified will and accompanied by diverse and collective efforts aimed at the common goals of self rule and the unveiling of truth, which shall consequently and eventually make it possible to achieve justice.
And that is where self-knowledge and patience are required. We need to know ourselves deeply if we want to act consciously in this world. And to know ourselves demands that we know our other.
And if we know our other, we cannot act unjustly towards him or towards ourselves.
By calling our attention to these issues, the Palestinian cause unifies with those of all oppressed people around the world, and it reminds us that we should think all of these struggles against injustices as one.

Truth is so hard to find today, Falasteen. Thinking about it and trying to organize our debate with global issues around this principle seems somehow utopian and naïve. But it’s not. It actually complicates our understanding of matters, and therefore pushes us to the edges, where knots are formed and the core of problematic situations is often hidden.

The huge amount of news circulating thanks to the internet revolution, on the other hand, makes it so hard sometimes to get things straight and right. Truths seem to multiply in the media and contradict each other, each used and manipulated by power-driven logic and interests which are showing clearly not only in the Middle East, but also in Europe, in Africa, in the United States, everywhere around the world.

“Speaking truth to power”, as Edward Said insisted we should do, is not easy at all. The only way to do so is to keep on questioning the world and the news we are given everyday, and push ourselves to those rocky edges where the knots are gathered. We may realize these knots are extremely difficult to untie, sometimes impossible to solve, but we know ignoring them will not make them disappear either. Acknowledging them can only get us closer to truth.

I always keep on repeating how you make me  analyse the ideas of justice, freedom and autonomy, Falasteen, but I am well aware that you are not the only cause calling on us to change our parameters in looking at humanity. There are so many others, and thinking the intersectionality of struggles can give us a better understanding of the world.