Si chiama Sumud

Forse è vero che non possiamo comprendere pienamente la dimensione della nostra umanità senza aver prima conosciuto la sofferenza. Forse non possiamo veramente dire di aver intuito che cos’è, molto in fondo, ciò che ci rende umani, senza aver prima compreso il significato del dolore.
L’umanità non è forse senso di incompletezza, bisogno degli altri esseri umani?
Una costante necessità di raccontarci, spiegarci, interpretarci, dirci l’un l’altro chi siamo e chi vogliamo diventare, di condividere le nostre visioni sul senso della vita e sul vivere comune.

Siamo relazione, e viviamo forse più intensamente e più consciamente l’incontro con gli altri proprio quando facciamo esperienza della sofferenza.
Non voglio fare, con questo, del romanticismo. Non pensiamo mai che il dolore sia bello finché ci stiamo dentro e cerchiamo di liberarcene. Proveremo sempre ad uscirne, lotteremo sempre per allontanarlo da noi, intraprenderemo esperienze e viaggi, interiori ed esteriori, spirituali e fisici, per poter porre fine alle forme di sofferenza che viviamo.
Le nostre capacità di liberarcene, tuttavia, dipenderanno fortemente da fattori molto più forti di noi, dalla possibilità di accedere a risorse che ci vengono negate o concesse, da poteri politici, sociali ed economici che determinano fortemente i rapporti in cui viviamo con gli altri.

È qui, nell’intersezione di questi poteri e degli effetti che producono sulle nostre esperienze del mondo, che vivere la sofferenza e il dolore ci permette di accedere ad una comprensione più approfondita della nostra umanità. L’ingiustizia, l’oppressione, la marginalità, l’esclusione, la deprivazione materiale e/o spirituale, quando vengono riconosciute come tali da chi le vive, riescono a scoprire quello che i discorsi delle varie forme di potere offuscano e obliterano dalla coscienza delle persone e delle collettività in cui queste vivono ed interagiscono. Via le categorie, via le dicotomie, via gli slogan vuoti e senza senso.

Vivo questo dolore, questa deprivazione, questa perdita dei miei cari, questa espropriazione della mia terra, questo danneggiamento delle mie risorse, questa morte delle mie possibilità e delle mie capacità di dare qualcosa al mondo e agli altri, di essere attiva, di decidere per la mia vita, di poter scegliere, agire, parlare, perché vivo all’interno di determinati rapporti, che informano e definiscono i livelli della mia esistenza, dal macro al micro.
Vivo nel mondo, in un momento storico preciso, in uno specifico territorio, con una particolare storia personale e collettiva alle spalle. Sono continuamente attratta dal passato, nella speranza di comprendere il presente, di poterne trarre una saggezza perduta, una conoscenza chiave che sveli sempre più chiaramente perché vivo questa realtà, nella convizione di poterne trarre qualcosa per liberarmi dalla sofferenza.
Appartengo a tutte le parti del mondo, a nessuna, mi sento a casa, non mi sento capita. Nessuna delle lingue che parlo riesce a dire interamente quello che penso. Le parole sono già cariche di significati che non mi appartengono.

In tutto questo, che io lo sappia o meno, interagiscono gli interessi e le azioni di un’infinità di attori e soggetti attorno a me, che agiscono da ben prima di me, e lo continueranno a fare ben dopo.
Quando vivo l’ingiustizia e l’oppressione, riesco ad intravedere meglio questi rapporti che producono i privilegi e le deprivazioni della gente vicina e lontana dalla mia realtà, riesco a riconoscere che le diseguaglianze di forza e di potere globali, che si riversano sulla mia esperienza particolare e personale, sono il risultato di visioni, decisioni, teorie e azioni di esseri umani, che hanno più o meno potere nelle loro mani.

Mi guardo accanto, un’altra donna, un altro uomo… vivono qualche altro tipo di dolore, prodotto di quelle stesse intersezioni di potere che ritengono che le vite dei miei fratelli e delle mie sorelle, dei miei bambini, delle mie amicizie, siano meno preziose delle vite di qualcun altro, o che gli interessi di chi detiene la ricchezza materiale nel mondo, sia a livello locale, che regionale, che globale, siano più urgenti della realizzazione delle aspirazioni e delle necessità di tutti gli esseri umani che appartengono allo stesso identico modo a questa Terra.
Alla storia ufficiale passeranno le cronologie dei loro trattati, delle loro guerre, delle loro colonizzazioni e delle loro parole vuote. A noi, alla nostra memoria, l’esperienza reale del mondo.

Quando il mio dolore e quelli degli altri dialogano, le nostre rivendicazioni si incontrano, scoprono quello che hanno in comune, e come possono sostenersi a vicenda, nonostante spesso possano non concordare su altri aspetti delle nostre vite diverse tra di loro. Questi incontri rafforzano le memorie collettive, le articolano, le rendono più ricche e collegate tra di loro, e permettono di scoprire sempre meglio le radici e le diramazioni delle nostre storie.

Qui nasce forse il nostro bisogno di raccontarci. Abbiamo sempre l’impressione che raccontare le nostre sofferenze passate possa contribuire al miglioramento delle esperienze altrui, che possa aggiungere qualcosa, una nuova, ulteriore sfumatura, alle tante altre già trasformate e comunicate in arte, musica o parola, e che compongono la nostra conoscenza di noi stessi come esseri umani.
Ma tutto questo è significativo in primo luogo perché non è fine a se stesso, perché risveglia in noi la domanda sulla giustizia, e ci interroga sui nostri rapporti con gli altri, e sulla nostra umanità.
Ci impedisce, in tal modo, di ritenerci irresponsabili delle nostre condizioni e di quelle degli altri, e non ci permette di dichiarare che non abbiamo a che fare con le sofferenze che non ci toccano personalmente.

Rimane, per me, sempre aperta la domanda su come è possibile trasformare questa consapevolezza in azione e cambiamento. Cosa significa sfruttare gli spazi ritagliati nella tela intessuta dal potere per rivendicare la propria azione nel mondo, e per elaborare modi diversi di vivere assieme? Come possiamo realmente muoverci all’interno dei rapporti per modificarli nella loro reiterazione, fino a renderli veramente diversi da ciò che erano?

Ci muoviamo già all’interno di queste strette reti di potere, tutti i giorni delle nostre vite, e facciamo già quest’operazione ogni qualvolta elaboriamo modi di realizzare gli obiettivi più disparati, dal più semplice ed immediato al più ambizioso, nonostante gli impedimenti che ci vengono imposti da queste reti di potere. Si chiama resilienza, si chiama Sumud.

Ma ciò che sento di dover focalizzare in questa riflessione è che queste autorealizzazioni individuali, o delle nostre singole comunità dirette, non possono modificare i rapporti in cui viviamo nel mondo finché non sono accompagnate dalla necessaria consapevolezza più ampia e articolata di come funzionano i rapporti di potere all’interno dei quali siamo immersi, e di come informano dunque le nostre realtà e quelle degli altri.
È proprio questa coscienza, che spesso nasce proprio quando tocchiamo con mano l’oppressione e l’ingiustizia anche nelle nostre realtà, e non le guardiamo solo da lontano, incise sulla pelle degli altri, che deve costituire la spinta a far sì che la nostra resilienza, e il nostro Sumud, siano collettivi.

olive trees

Olive Trees

Il momento della resistenza

Il muro in costruzione dal 2002 che percorre i Territori Palestinesi.


Gli sviluppi più recenti nei Territori Palestinesi (gli attacchi quotidiani dei coloni e delle forze dell’occupazione israeliana nella moschea AlAqsa e in varie zone della Cisgiordania, e i moti di protesta, di scontento e di agitazione del popolo palestinese che ricordano le due intifada) mi spingono a riflettere sull’idea di resistenza, e sulle azioni che compongono il processo del ‘resistere’ di volta in volta.

Le componenti del popolo palestinese resistono, con consapevolezze differenti, in molte forme diverse. Queste componenti, che vadano ad indicare i palestinesi dentro o fuori dai confini della Palestina storica, che sostengono questa o quella fazione politica, possono essere definite in base a criteri di vario genere, dal territoriale all’ideologico, ma alla fine, tutte resistono finché sono. Resistono nel semplice essere ciò che sono, palestinesi, nelle forme e nelle immagini più specifiche e particolari.

Resistono gli abitanti palestinesi di Gerusalemme, nella parte orientale della città, che tutti i giorni devono fare i conti con le politiche israeliane volte a spingerli sempre più in là, fuori dalle case, dalla terra, dalla vita.
Resistono coloro che rimangono dove sono nonostante i loro bambini vengano rapiti e bruciati vivi dai coloni; o presi nel pieno della notte, ammanettati e portati via dai soldati, in un’esperienza che li dissuada dal resistere in futuro; resistono coloro che rimangono ad Al-Khalil (Hebron) anche quando non c’è più modo di lavorare e di vivere, anche quando non possono più camminare, respirare, parlare al di là dei limiti e dei confini fisici e psicologici imposti dall’occupante, che non si dichiara più ufficialmente tale (a partire dal processo di Oslo, 1993) ma che di fatto rimane occupante.
Resistono le donne, gli uomini e i ragazzi, che tutti i giorni con la loro esistenza e presenza fisica ad AlAqsa proteggono ciò che hanno di più sacro.
Ma resistono, in altre forme, anche coloro che non possono esistere fisicamente sulla terra a cui vogliono tornare, ma che continuano ad essere e a dichiararsi palestinesi, nel loro dialogo con gli altri, nel loro raccontare e pensare sé stessi.

La condizione comune di tutte queste forme di resistenza sta nel fatto che essa reagisce ad una forza che mira ad eliminare completamente chi la pratica, il palestinese. È una forza che viene esercitata da un potere egemonico, multiforme, basato solidamente su un’ideologia, che spinge il soggetto palestinese fuori dalla parola e dall’idea di umanità, “oltre l’ultimo cielo”1, fuori dal tempo e dallo spazio, tentando di cancellarne la storia e la memoria, sia materiale che immateriale.

Faris Odeh, 29 Ottobre 2000, Associated Press
Faris Odeh, 29 Ottobre 2000, Associated Press

Nell’opporsi a questa spinta costante e complessa, composta da più strumenti e strategie, il palestinese è necessariamente portato a realizzare nuove forme di espressione e di azione, che vanno al di là di quelle utilizzate dal potere egemonico. L’elaborazione e la messa in pratica della propria agentività (agency) e il disegno, di volta in volta, di nuovi spazi di esistenza in opposizione ai confini tracciati, a volte fisici e a volte non2, rendono la sua resistenza un importante momento creativo e trasformativo, che permette di pensare sia la propria identità che lo ‘stare assieme’ secondo una logica diversa e nuova, che vede l’interazione tra il continuo rinnovamento delle prospettive, un approccio critico sia verso la realtà che verso se stessi, e la preservazione della storia del soggetto resistente.

Un esempio di questo tipo di azioni che tentano di aprire uno squarcio nella tela intessuta dal potere egemonico che instaura i rapporti e codifica le relazioni, è lo sciopero della fame a cui molti detenuti amministrativi palestinesi ricorrono come mezzo di rivendicazione della libertà e della giustizia, una lotta che esprime ambizioni non individuali ma collettive, una che si presenta, più ampiamente, come simbolo della condizione palestinese. Quando non rimane controllo su altro che sul proprio stomaco, il prigioniero palestinese utilizza la propria volontà come mezzo di espressione, la gestione della propria esistenza come agenzia/azione da contrapporre alle imposizioni del potere che limita in tutto e per tutto la libertà fisica ed espressiva. È per il mezzo di questo nuovo modo di parlare, che si distacca da una logica logocentrica per esprimersi al di là del linguaggio gestito e codificato dal potere egemonico, che il soggetto ha finalmente modo di parlare veramente. È quello che Gayatri Chakravorty Spivak chiama un ‘parlare performativo‘, un reale mezzo di espressione del soggetto che viene escluso e spinto fuori dal linguaggio e dalla narrativa.

Questo tempo-spazio che il soggetto si ritaglia è un momento fecondo di possibilità e di strade da percorrere, uno dove il soggetto può ridefinire se stesso e le proprie relazioni con gli altri utilizzando più categorie, più lingue, più prospettive, nel processo di traduzione e negoziazione dei significati che si affronta nel momento della loro comunicazione agli altri. Questo soggetto diventa perciò lui/lei stesso/a il principio dialettico di riorganizzazione della propria realtà3. Rompe, in questo modo, le relazioni ingiuste passate per pensare prospettive future basate sull’interazione tra registri linguistici e culturali, sulla differenza culturale invece che sulla diversità.

Possiamo forse veder succedere tutto questo anche in un’altra forma di resistenza palestinese, la campagna BDS, un appello da parte di diversi attori di società civile palestinese a boicottare, disinvestire e sanzionare Israele con lo scopo di spingerlo ad interrompere le violazioni e le violenze strutturali nei confronti dei palestinesi.
Il movimento pone alla sua base e come scopi finali tre principi focali: la libertà, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi alla loro terra, e l’uguaglianza tra gli individui che comporranno il nucleo di convivenza futuro, il che significa la fine della discriminazione razziale messa in atto da Israele (equiparata all’apartheid vigente in passato in Sud Africa e smantellato ufficialmente nel 1991).

Questi principi fondativi lasciano lo spazio all’elaborazione di come realizzarli, permettendo così una prospettiva flessibile e dinamica, e prefigurano, allo stesso tempo, il cambiamento rispetto all’ingiustizia del presente. Gli scopi e le azioni del movimento si basano così sulla agency del soggetto che subisce l’oppressione, un soggetto che non deve essere salvato ma che guida la propria lotta per la liberazione; e permettono, dall’altra parte, una forma di solidarietà di chi è testimone dell’ingiustizia basata su un rapporto orizzontale invece che verticale, uno che utilizza un linguaggio di alleanze, coalizioni e reciprocità4. Tutto questo permette un avvicinamento reale delle comunità (quella palestinese e quelle che ne sostengono la lotta per la libertà e la giustizia), incoraggiando un processo di apprendimento e di riflessione comune su temi più ampi quali il potere, il razzismo, le questioni di genere, gli effetti del neoliberismo nelle diverse regioni del mondo, la globalizzazione, e così via5.

To exist is to resist.
To exist is to resist.

La resistenza riesce ad aprire un affascinante momento di confronto e di dialogo, un momento di umanità condivisa in cui è proprio la differenza dei punti di vista, delle esperienze, e delle situazioni locali degli individui a costituire la ricchezza dell’incontro. Cancella così le barriere invisibili, supera le etichette Nord e Sud, Occidente e Oriente, per riconoscere che nel mondo globalizzato, i poteri egemonici sono interconnessi e complessi e toccano tutte le realtà. E in tutte le realtà, le persone e le comunità possono individuare modi alternativi del vivere comune che comunichino con le prospettive altrui arricchendole e venendone arricchiti a loro volta.
In questo modo, il momento della resistenza ci apre gli occhi sugli altri e su noi stessi.


1The Earth is Closing on Us, Mahmoud Darwish:
I wish we were pictures on the rocks
for our dreams to carry as mirrors.
We saw the faces of those who will throw
our children out of the window of this last space.
Our star will hang up mirrors.
Where should we go after the last frontiers ?
Where should the birds fly after the last sky ?
Where should the plants sleep after the last breath of air ?
We will write our names with scarlet steam.
We will cut off the hand of the song to be finished by our flesh.
We will die here, here in the last passage.
Here and here our blood will plant its olive tree.
2 Un esempio evidente è il muro in costruzione dal 2003 che attraversa i Territori Palestinesi e separa la popolazione dalla propria terra, nascondendola al contempo agli occhi dell’israeliano, rendendola ‘mostro’ da domare, ‘indigeno selvaggio’ da recintare.
3 Homi K. Bhabha, in “Cultural Diversity and Cultural Differences”, fa notare che è nel momento della lotta per la liberazione dal colonialismo che il popolo algerino riesce a rompere le continuità definite dal potere coloniale in decenni di dominio, e a proporre così le sue identità culturali in un processo multiforme e multi-temporale che le estrae dalla mera diversità per leggerle invece nella differenza culturale. Questo spazio di cambiamento, situato tra le culture e nella loro differenza, permette di eludere la logica della polarità e di pensare con criticità non solo l’altro ma anche sé stessi.
4 Lila Abu Lughod, “Do Muslim Women Really Need Saving?”, 2002.
5 Gli esempi di collaborazione, solidarietà e apprendimento reciproci sono molti, alcuni: la vicinanza delle rivendicazioni palestinesi a quelle dei neri d’America e del Sud Africa, (vedi Our Palestine statement draws on history of Black internationalism, says organizer) ma anche alle posizioni del NoTav italiano (vedi From Italy to Israel/Palestine: Activists share insights on popular struggle)