Lo spazio da rivendicare

Cosa vuol dire effettivamente non dimenticare un’ingiustizia del passato che continua a produrre i suoi effetti sul presente?

The village of Deir Yassin, 1930

The village of Deir Yassin, 1930

Ogni anno ci sono date, come il 9 Aprile (massacro di Deir Yassin nel 1948), il 16-18 Settembre (massacro di Sabra e Shatila del 1982), le date delle operazioni militari israeliane più recenti sulla Striscia di Gaza (da “Piombo Fuso” nel 2008/2009, a “Pilastro di Difesa” nel 2012, a “Bordo Protettivo” nel 2014), e molti altri momenti bui della storia palestinese, che riportano alla mente episodi del passato che hanno modificato per sempre le vite di molte persone, di intere aree geografiche, di un popolo nella sua interezza. Sembra che le date stiano lì, sul calendario, a moltiplicarsi nel tempo, a volte a ritmo più veloce e serrato, altre volte più lentamente, aggiungendo dolore al dolore collettivo e memoria a ciò che ci si promette di non dimenticare mai, una generazione dopo l’altra.
Sono i momenti che compongono la Nakba palestinese, la “Catastrofe”, che non è stata il solo 1948. È una catastrofe che continua da decenni, che si perpetua e si sviluppa nel tempo.

Ma non è tale, non è catastrofe, per nessun altro. Anzi, sembra essere stata un sollievo, inizialmente, per le coscienze di chi è accorso a riconoscere la “dichiarazione di indipendenza” di uno stato costituito su una terra che non era affatto disabitata. In quel contesto non ci si è curati del fatto che a pagare il prezzo di ingiustizie compiute nei confronti degli ebrei in Europa per secoli fosse costretta una popolazione che niente aveva avuto a che fare con quelle ingiustizie.

E così sono stati centinaia di migliaia i palestinesi costretti a lasciare i loro villaggi e le loro città nei mesi precedenti e successivi a questa dichiarazione, divenuti poi milioni nei campi profughi nello scorrere dei decenni successivi; più di 400 i villaggi totalmente distrutti, svuotati dei loro abitanti, perché poi fossero date via le loro case abbandonate in tutta fretta, “la radio rimasta accesa” come direbbero i palestinesi di Jaffa, a nuovi coinquilini, a nuove famiglie, a nuova gente che non conosceva le pietre del posto, le fontane d’acqua nel giardino, gli alberi d’arancio e gli ulivi, la tranquillità del luogo e il profumo dell’aria che un profugo palestinese in Libano, Siria o Giordania continua a sognare di poter respirare di nuovo un giorno.

Ricordare è fondamentale, ricordare è assolutamente urgente e necessario. Ma da solo non basta, non nella forma di una semplice concessione alla parte più debole di piangere e di gridare, come direbbe Mourid Barghouti1.
Colui a cui è negata la giustizia non può che continuare a ricordare ciò che lo opprime. Non ci si può scordare di una propria ferita pulsante e che non guarisce mai, di una ferita che peggiora ancora e ancora nel tempo, che ci distrugge lentamente, che ci uccide con intelligenza; una a cui molti sono divenuti ormai indifferenti (quella ferita dopotutto fa parte della nostra immagine), ma che in noi continua invece a produrre sempre lo stesso effetto catastrofico.

Ricordare diventa un’azione efficace per il futuro quando si collega a qualcosa del nostro presente, uno sforzo, che tenta di interrompere la catena delle ingiustizie che preme su di noi e sul nostro dolore collettivo, nel lento ma costante accumularsi di momenti da segnare sul calendario, per non dimenticare.

Agire in questa direzione è problematico. Come fare? Cosa vuol dire? Come si spezza questa catena? Come si elabora il dolore? Lo si elabora? Lo si deve per forza elaborare? Non lo si può vivere e basta, lasciando che esso si prenda tutto il suo tempo, che si esaurisca quando è finalmente pronto a produrre qualcosa di diverso da sé stesso? Ma quando diventa pronto a fare tutto questo?

Probabilmente quando si vede riconosciuto, quando viene finalmente e seriamente preso in considerazione. E perché questo avvenga, quella sofferenza la si deve vedere, e si deve vedere, pienamente, innanzitutto chi la vive.
Questo soggetto che fa esperienza dell’ingiustizia non ha bisogno di essere salvato. Non ha bisogno di essere guidato al superamento del proprio dolore, al perdono del suo oppressore senza che questo interrompa l’oppressione. Non ha bisogno che qualcuno parli per lui, racconti la sua storia, gli “dia voce”. La sua voce ce l’ha, e vuole usarla.
L’incapacità e l’impossibilità di parlare non stanno nel soggetto stesso, ma stanno nel discorso egemonico che gli toglie la parola. Arundhati Roy afferma, acutamente, che “non esistono i ‘senza voce’, esistono solo coloro che vengono deliberatamente fatti tacere e coloro a cui si preferisce non ascoltare”.

Per il realizzarsi di una giustizia inclusiva, una in cui tutti possono esprimersi da sé, protagonisti del proprio processo di emancipazione e riscatto, per quel tipo di giustizia alla quale abbiamo cercato di pensare qualche tempo fa, probabilmente bisogna fare un passo ulteriore rispetto al “pensare agli altri”. Costituisce, anche questo, un momento fondamentale, perché ci permette di riconoscere il loro dolore. Ma poi, il passo successivo è ascoltarli.
Bisogna ascoltare tutti, e che tutti i soggetti parlino, che si raggiungano quei nodi inquietanti che si sa di non riuscire necessariamente a risolvere, sui quali si è consapevoli che c’è conflitto, sui quali si sa che si concentra la sofferenza delle parti coinvolte nel perpetuarsi della catena delle ingiustizie.

Tutto questo sembra ideale e limpido, tocca un nucleo essenziale, una causa più in fondo alle altre cause (che spesso sono realmente degli effetti) di una contrapposizione tra soggetti. Tocca quel processo di riconoscimento dell’altro, di sé stessi, delle proprie responsabilità e di quelle altrui che sta alla base di un’interazione con gli altri che si basa sulla dignità, e cioè sul rispetto della persona, andando oltre le rappresentazioni che ci si può essere costruiti di essa, sia che queste siano state in negativo o in positivo.

L’idea di una giustizia inclusiva è ciò a cui chiama il palestinese quando rivendica il “permesso di raccontare”, quello che, come è stato negato a lui, veniva negato al colonizzato, all’“orientale”, all’“arretrato”, all’“altro”, al subalterno di qualsiasi società, alla donna (il subalterno per eccellenza, tra l’altro).
Una giustizia inclusiva, per essere tale, dovrebbe dunque basarsi sulla multi-vocalità, e concorda, in questo senso, con il concetto di “lettura contrappuntistica” degli eventi: c’è il mio racconto e c’è quello dell’altro, di uno stesso avvenimento; la sua soggettività e la mia.

Ma chi viene incluso in questo processo di dialogo tra le narrazioni? Quali racconti vengono ascoltati? Da chi vengono accolti? Dipende tutto dall’ambito in cui si esprimono le voci: è un ambito al centro o al margine? È un ambito in cui parlare permette di cambiare le cose o è uno in cui questo non può accadere?
Qui si entra nel campo politico, ed emerge dunque il rapporto con il potere e con l’egemonia.

To exist is to resist.

To exist is to resist.

Il discorso egemonico non è uno ed unico, il che significa che riesce ad estendersi molto oltre le sfere convenzionali del potere, e dall’altra parte, il subalterno non è semplicemente chi ha la voce più debole o meno efficace nel discorso. Il subalterno è colui/colei alla cui voce non viene dato spazio alcuno in ciò che è gestito dal potere egemonico, è il soggetto il cui racconto è deliberatamente ignorato, non ascoltato.

La possibilità di partecipare al racconto invece è fondamentale per le caratteristiche dell’atto stesso del ‘raccontare’: la sua capacità terapeutica e quella di empowerment. Distogliere l’attenzione dalla voce di un soggetto, o occupare il suo posto per narrarlo, significa decidere per lui/lei ciò che deve essere fatto per il suo benessere con la presupposizione che quest* sia incapace di fare una scelta autonoma e coerente riguardo al proprio futuro. Questo toglie all’individuo e alla collettività di cui fa parte il ruolo centrale nella lotta per le proprie rivendicazioni, accrescendo un sentimento di frustrazione e di disagio.

Tutto questo mi fa riflettere molto, e fa emergere molte più domande di quelle che inizialmente avevo preso in considerazione.
Forse una cosa che mi sentirei di affermare a questo punto è che la domanda centrale probabilmente è sullo spazio di parola e di azione dei soggetti, e su come far sì che questi possano esprimersi in modo da realizzare realmente le proprie aspirazioni di vita.
È la domanda su una comprensione della libertà e della liberazione che vada oltre le definizioni preponderanti, egemoniche, di questi concetti, oltre i modelli dove si evoca l’idea che ci sia chi ha bisogno di essere salvato e chi ha le ricette per salvarlo.

Dove reclamare questo spazio per il contrappunto delle voci e delle idee?

1M. Barghouti, I Was Born There, I Was Born Here: “The weaker party in a conflict is allowed to scream, allowed to weep, but never allowed to tell their story.”

Advertisements

Vorrei essere una candela nell’oscurità / I wish I was a candle in the darkness

– Scroll down for the ENGLISH version –

Italian version:
121116020508-01-gaza-1116-horizontal-gallery

L’anno scorso, come oggi, si svolgeva l’operazione “Colonna di Fumo/Nuvole”, poi ridefinita “Colonna di Difesa”, lanciata da Israele sulla Striscia di Gaza con l’intenzione di perseguire i ‘terroristi’ che lanciavano razzi sulle città Israeliane al di là del confine che segrega gli abitanti di Gaza e li separa dall’odierna Israele.
I cosidetti ‘terroristi’ preferiscono chiamarsi ‘resistenti’, e sulla loro strategia si potrebbe discutere a lungo.
Non voglio addentrarmi approfonditamente in questo discorso, ma faccio una semplice riflessione riguardo al concetto di resistenza, in tutte le sue forme.
Resistere è un istinto naturale negli esseri umani. Chiedere a qualcuno di non resistere significa eliminare la sua dignità di essere umano. Equivale a chiedergli di arrendersi, di perdere la speranza.
Ma se si perde la speranza, questo bellissimo dono al genere umano, come si fa ad andare avanti?
Potremmo dire allora che resistere equivale ad ‘affermare la propria esistenza davanti a qualcuno che cerca di annullarti in ogni modo possibile’.
Davanti a qualcuno che tenta di farti sentire meno che umano, che ti etichetta come ‘terrorista’ per il semplice fatto di essere Palestinese, che tenta di cancellare la tua memoria cancellando i tratti geografici della tua terra, ripetendo come un mantra l’affermazione che il tuo popolo non è mai esistito effettivamente, che il tuo deserto era vuoto quando Israele l’ha fatto fiorire raccogliendo fragole e pomodorini, che fare?
Se ti arrendi e fai sì con la testa non puoi resistere, né più esistere, per 65 anni, e i tuoi figli dimenticheranno la verità.
Bello. Ti sei annullato/a da te.
E allora si resiste, attraverso l’arte, la danza, la cucina, la poesia, il boicottaggio, l’informazione, lo studio, la diplomazia dove ci sta e la resistenza armata dove serve.

Ad ogni modo, torniamo all’anno sorso a Gaza.
Sta di fatto che nei giorni dell’operazione, Israele colpì di tutto e di più nella Striscia di Gaza, uccidendo più di 190 persone e ferendone più di 1500.
Tutto il mondo volse subito gli occhi verso il sangue che scorreva tra due popoli il cui conflitto è sempre un tema acceso sulla bocca di tutti. Tutti ascoltarono bene il suono delle bombe israeliane, degli urli delle madri Palestinesi, dei pianti degli uomini che correvano in ospedale portando in braccio i loro bambini feriti, e dei silenzi di questi quando i loro occhioni si svuotavano e le loro vite di paura trovavano la fine prematuramente.
I giornalisti “migliori” avevano il compito grave di informare il mondo di quello che stava succedendo, ma ben al sicuro, fuori dalla Striscia, fuori dalle zone del pericolo, fuori dalla massa indistinta di 1.7 milioni di persone sulle quali potevano piovere bombe a volontà.
E sopratutto, con le adeguate distorsioni dei fatti dettate dalle linee dei canali per cui riferivano, e con ridimensionamenti necessari per un pubblico che non ha mai sperimentato le atrocità di una guerra.
Numeri di morti e feriti: le notizie adatte a chi debba sapere solo in superficie e continuare la sua vita… senza affrontare l’idea di un conflitto così iniquo ed ingiusto.
Pochi non accettarono di andarsene e vollero restare con i Palestinesi di Gaza, sotto lo stesso cielo e sotto le stesse bombe, e tentarono in tutti i modi di riferire quello che stava succedendo al resto del mondo, ma si possono contare sulle dita di una mano, forse.
Il ruolo più importante però lo giocarono i giovani di Gaza, la differenza la fece quel popolo sul quale si stava scagliando la quarta potenza militare al mondo.
Quella gente senza armi, che non aveva che la propria voce ed il proprio coraggio, raccontò dettaglio per dettaglio e secondo per secondo quello che stava accadendo, e non si lasciò azzittire né dalla paura, né dal dolore, né dal suono assordante delle bombe.
Come era stato nel periodo dell’operazione “Piombo Fuso” del 2008, ho provato un grande rispetto per la popolazione di Gaza, e una forte solidarietà.
Mi sono innamorata a tale punto di questa gente che dopo l’operazione del 2008 ho persino scritto un racconto di ben 300 pagine nel tentativo di raccontare a me stessa la vita quotidiana dei miei fratelli e sorelle nella Striscia.
Ovvio che all’età di 16-17 anni, senza aver mai visitato la Striscia e senza conoscere nessuno di quelle parti, finii col dipingere un quadro del mio stupore di fronte alla situazione di estrema ingiustizia cui era soggetta la gente di Gaza invece che il quadro di una vita che non avevo mai vissuto, e l’immagine del coraggio e della forza di questo popolo aveva a tratti il volto di una ragazzina che non riusciva ad immaginare come e dove trovare la forza di andare avanti in una situazione simile a quella vissuta nella Striscia.

Tornando a noi dopo l’operazione del 2012 invece fui più fortunata. Non ero ancora mai stata a Gaza, ma Gaza venne a trovare me.
Nell’Aprile del 2013 un gruppo di ragazzi e ragazze di Gaza impegnati in diversi ambiti, dall’arte al giornalismo, al parkour, allo studio della filosofia, vennero in Italia con il “Vik Gaza to Italy Convoy”, un convoglio organizzato dalla famiglia di Vittorio Arrigoni per portare i ragazzi di Gaza in diverse città italiane a raccontare la loro vita nella Striscia attraverso quello che facevano, e per riunirsi infine nella città di Vittorio per ricordarlo assieme alla sua famiglia, agli attivisti e a tutti coloro che fanno proprio il motto “Restiamo Umani”.
Quando un gruppo dei ragazzi e delle ragazze vennero a Padova, mi fu chiesto di fare da traduttrice dall’arabo all’italiano e viceversa, e fu così che ebbi l’opportunità di vedere, almeno da lontano, Gaza.
Ricordo che mentre andavo alla stazione dei treni per accogliere i primi di loro sentivo l’emozione di chi va a conoscere degli eroi o delle star.
E quando li incontrai e trascorsi con loro quel paio di giornate, capii che lo erano veramente, nella loro capacità di discutere criticamente, di raccontare la loro storia, nella loro simpatia e capacità di ridere, nella loro forza d’animo mentre mi raccontavano le storie delle loro famiglie, e nelle loro lacrime di fronte alle immagini di un documentario che raccontava l’operazione Piombo Fuso.
Mi si strinse forte il cuore mentre lo guardavamo.
Una di loro, la dolcissima e simpaticissima Amjad, sussultava quando vedeva le immagini, e man mano che il documentario si avvicinava a raccontare quello che era successo nella sua zona, nel suo quartiere, la sentivo farsi sempre più tesa, finché non arrivarono le immagini di una strada che lei percorreva tutti i giorni, di una casa a lei ben nota, e lacrime di dolore, dignità, coraggio e umanità le rigarono il volto.
Poi se le asciugò, e quando, dopo il film, fui incaricata dagli organizzatori italiani di scusarmi con il gruppo per il film e il dolore dei ricordi che doveva aver provocato in loro, lei e gli altri mi dissero che no, non c’era affatto bisogno di scusarsi. Quella era la loro storia, era la loro vita. Ricordarla faceva loro male, ma quel dolore era necessario per andare avanti.

Oggi penso a Gaza, e mi sembra molto più familiare di un tempo, in parte grazie all’incontro con quei favolosi ragazzi e ragazze del convoglio, e un po’ per il mio continuo aggiornarmi su quello che accade lì.
Ed è grazie a questi costanti aggiornamenti che so che oggi Gaza è senza elettricità, le acque delle fognature riempiono le strade, mancano le medicine e l’acqua pulita, gli studenti che hanno borse di studio per studiare
all’estero le perdono perché impossibilitati ad uscire dal valico di Rafah, o partono dopo tantissime difficoltà.
La Striscia oggi è cinta da un doppio assedio, Israeliano ed Egiziano, che soffoca la sua gente lentamente, e fa perdere la speranza a molti, che mandano le loro parole anonime attraverso i social media per raccontare lo
sconforto e il disagio di vivere in una prigione a cielo aperto non dichiarata, senza aver commesso alcun crimine, per il semplice fatto di essere Palestinesi.
Una settimana fa, Israele ha colpito Khan Yunis, i suoi carri armati entrano ed escono dai confini con la Striscia quando vogliono, i suoi aerei volano minacciosi sopra le vite della gente di Gaza, che chiama il mondo, che
chiede aiuto.
Ma improvvisamente non c’è più nessuno ad ascoltare quelle voci che un anno fa come oggi tutti sentivano. Nessuno è interessato a contare i morti uno ad uno, nessuno vuole pensare ad una morte lenta.
E’ relativamente facile riferire ed assorbire la notizia di un centinaio di morti.. perché restano un numero. Non sapremo mai la storia di ognuno di loro.
Accogliere le notizie di una morte alla volta ci obbliga invece a guardare in faccia alla realtà, ci costringe ad accorgerci che se n’è appena andata una persona che aveva una famiglia e degli affetti, un sorriso e delle lacrime.
E allora è meglio far finta di niente… come sempre.
Ce ne occuperemo quando verrà il tempo, vero? Sì, è sempre così.
Per chi invece non voglia aspettare finché arrivi questo fatidico ‘tempo’, raccontiamo quello che sta succedendo a Gaza oggi e che non crea notizia.
Raccontiamo quello che è successo a Gaza l’anno scorso e che viene dimenticato.
Pensiamo agli altri… Poi pensiamo a noi stessi, come diceva Darwish, e diciamo “Vorrei essere una candela nell’oscurità”.

English version:
121124010902-03-mideast-1124-horizontal-gallery
Last year, like today, operation “Pillar of Cloud”, renamed “Pillar of Defense” after a while, was taking place in Gaza, launched by Israel on the
14th November with the intention of striking the ‘terrorists’ who launched rockets towards Israeli cities beyond the border which segregates the Gazans and separates them from Israel.
The so-called ‘terrorists’ prefer to call themselves ‘resistance’.
Regarding their strategy one could debate for long.
But I will not enter this issue now.
I want to make a brief reflection on the concept of resistance, in all of its shapes.
To resist is a natural instinct. To ask someone not to resist means to cancel his/her dignity as a human being. It’s like asking
someone to give up, to lose hope.
But if one loses hope, this beautiful gift to humanity, how can he go on?
We could assert then that resisting means “affirming one’s existence in front of someone who tries to cancel you in any possible way’.
What do you do if someone tries to make you feel less than human, labels you as a ‘terrorist’ only for being Palestinian, tries to cancel your memory by cancelling the geographical traits of your land, constantly repeating that your people didn’t ever exist actually, and that your desert was without a people when Israel made it bloom by growing and collecting strawberries and tomatoes?
Well, if you surrender and nod to that, you can not resist nor exist for 65 years, and your children will eventually forget the truth. Way to go. You cancelled yourself on your own.
So you resist, through art, dancing, cooking, poetry, boycott, informing people about what happens, studying, diplomacy where it can be applied and armed resistance where it is needed.

Anyway, let’s go back to last year.
Israel heavily attacked the Gaza Strip during that operation, killing more than 190 people and injuring more than 1500.
The whole world immediately turned its eyes to the blood that ran between two peoples whose conflict is always a hot topic to discuss about, everyone listened attentively to the sound of the israeli bombs, to the cries of Palestinian mothers, to the weeping of fathers carrying their injured children to the hospitals, and to the silence of the children once life left prematurely their big eyes.
The “best” journalists had the harsh task to inform the world of what was happening.. but while staying in a safe place, outside the Strip, away fom the danger zones, away from the 1.7 milion indistinct mass of people on which as many bombs as possible could fall.
And most importantly, news were given with the adequate distortions of facts, dictated by the channels for which the journalists reported, and with modifications which were necessary for a public which had never experienced the atrocities of war.
Numbers of the dead and injured: these were the adequate news for who needs to be kept on the surface of facts.. so that he/she can then go back to his/her life… without having to face the idea of the injustice and inequality of this conflict.
Very few did not accept to leave the Palestinians and Gaza, and preferred to stay under the same sky and under the same bombs, trying to report to the people outside as much as they could about what was happening.
But those can be counted on the fingers of one hand, perhaps.
The major role was played by the Gazan youth though, by the ordinary people who were being subject to the rage of the fourth strongest military power in the world.
Those people without arms, who only had their voices and their courage, reported in detail, 24/7, what was happening, and they did not accept to be silenced by the pain, the fear, or the boom of the deafening bombs.
As for operation Cast Lead in 2008, I felt very deep respect for the people of Gaza and much solidarity.
In 2009, after Cast Lead, I admired this people so much I wrote a 300-pages story in the attempt of explaining to myself the daily life of my brothers and sisters in the Strip.
Clearly, at the age of 16-17, without having ever been to the Strip and and without knowing anyone from there, I ended up depicting my surprise and astonishment regarding the extremely unjust situation the people of Gaza were subject to instead of an image of a life I had never lived. The courage and the power of this people had, at some points, the face and traits of a girl who could not imagine how and where to find the way to go on in a situation like the one lived by the Gazans.

Anyway, after the 2012 operation instead, I was luckier. I hadn’t been to Gaza yet, but Gaza came to me.
In April 2013 a group of youths from Gaza, active in the fields of art, journalism, parkour and the study of philosophy, came to Italy with the “Vik Gaza to Italy Convoy”, organized by the family of Vittorio Arrigoni with the aim to take the group around the italian cities so its components could tell about their lives in Gaza through their art and work.
At the end of their visit to Italy, they all reunited in the city of Vittorio to remember him, with his family, friends, activists and all those who made theirs two simple words, “Stay Human”.
When some of them came to Padoua, I was asked to help with the translation from arabic to italian and vice versa, and that was how I had the opportunity to see a piece of Gaza.
I remember that while I was going to the train station to meet them, I felt the excitement of someone going to meet a hero or a star.
And when I met them and spent those couple of days with them, I understood they were truly special: as they discussed critically with the italians about some major points of the Palestinian cause, told their story, laughed and made me laugh, told me details of their families and lives with a smile, and when they watched a documentary about operation Cast Lead with silent tears running down their faces.
My heart was filled with grief and worry while we watched the documentary.
One of them, the sweet and funny Amjad, sitting next to me, startled when she saw the images, and as the narrating voice got closer and closer to telling what had happened in her area of the Strip, in her neighborhood, I could feel she was worried.
When the camera showed a street she walked everyday and the house of someone she knew, tears went down her face revealing her pain, dignity, courage and humanity.
Then she dried her tears, and when I was asked by the Italian organizers of the event to apologize to the group for showing images which caused them to painfully remember Cast Lead, the girls and boys told me there was no need to apologize.
This was their story, this was their life. Remembering those events was painful, but it was also necessary to move on.

Today I think of Gaza, and it seems much more familiar to me than it was some time ago. That is partially due to having met those wonderful boys and girls who participated in the convoy, and partially because I constantly try to keep updated on what happens in Gaza through the social media.
That is why I know Gaza today has no electricity, the sewage runs down the streets, there are no medicines, very little or no clean water, students who have scolarships to study abroad lose their opportunities to tavel or leave after a lot of difficulties because they can not cross the Rafah border.
The Gaza Strip is under a double seige (by both Israel and Egypt) that slowly smothers its inhabitants and takes away the hopes and dreams of many, who send their anonymous words through social media to tell the world about the discouragement they feel while living in a non-declared open-air prison, without having committed any crime, but simply because they are Palestinian.
Last week, Israel attacked Khan Younis, its tanks cross the borders with the Strip whenever they want, its F16s menacingly hover over the daily lives of the Gazans, who call the world, who ask for help.
But suddenly, there is nobody who wants to listen anymore to those voices which at this time last year everybody heard.
No one is interested in counting the dead one by one, no one wants to think of a slow death.
It’s relatively easier to give and get the news of a hundred dead.. because that stays a number. We will never know the story of each and every one of them.
Receiving the news of one death at a time obliges us instead to look at reality, it obliges us to be aware of the fact that one person who had a family, loved ones, a smile and tears, has just left.
It’s easier to pretend that nothing’s happening… as always.
We’ll think of this when the time comes, right? Of course, as always.
For those who do not want to wait till this ‘time’ comes, let us tell the world what’s happening in Gaza today and is not considered big news.
Let us tell what happened in Gaza last year and is forgotten.
Let us think of others… then think of ourselves, as Darwish said, and say “I wish I was a candle in the darkness”.